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E’ solo l’inizio, commissario Soneri

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Alessandra Calanchi e Marco Bertozzi dialogano con Valerio Varesi alla Libreria Feltrinelli di Ferrara

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Durante la prima parte Marco Bertozzi, docente di Filosofia all’Università di Ferrara, presenta l’autore e dialoga con lui sul nuovo romanzo. Ricorda che il titolo si ispira al Maggio francese, descrive gli scenari nebbiosi che fanno da sfondo al romanzo e l’improvvisa “luce” della Ligura, quasi una metafora del percorso dell’indagine, e illustra il “metodo” di Soneri, più legato all’induzione e all’intuizione che non al ragionamento logico-deduttivo.

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Nella seconda parte Alessandra Calanchi rende omaggio ai “10 anni” di Soneri e si concentra sulla scelta narrativa della serializzazione e sui “vuoti di memoria” che Varesi cerca di colmare nei suoi romanzi.

In questa mia presentazione ho deciso di rivolgermi più al personaggio, Soneri, che al suo autore, Valerio Varesi. Mi sembra infatti giunto il momento di dedicare qualche parola ufficiale al personaggio piuttosto che al suo autore, perché siamo già arrivati al decimo Soneri in un arco di 10 anni e dobbiamo festeggiare questo anniversario importante. Per fare un paragone, Conan Doyle scrisse solo 4 romanzi (e 56 racconti brevi) in 40 anni (dal 1887 al 1927) dunque Soneri è sulla buona strada…
Anche il mio abbigliamento è un omaggio a Soneri: il grigio è il colore della nebbia, e la nebbia – che ritroviamo spesso nei suoi romanzi e nelle serie tv – rappresenta un indizio geografico e mentale importante, diventa quasi – come nei romanzi inglesi di tardo 800 – un cronotopo esistenziale, non solo uno sfondo o un dettaglio meteorologico ma una strategia narrativa e un condizione dell’anima. Insomma, Soneri è un uomo nebbioso… più grigio che noir, si muove con modestia e discrezioni fra scene del crimine attutite dai vapori del Po, nella bassa, o dalla neve che scende fitta sul primo Appennino…

Innanzitutto esiste una lunga e nobile tradizione del romanzo seriale. E’ un vero e proprio genere letterario, nato all’alba dell’epoca della cultura di massa, l’epoca del feuilleton, del romanzo d’appendice, della narrativa sensazionale. Inizialmente strutturato a puntate sulle riviste, il romanzo seriale diventa presto prodotto autonomo e questo sancisce tre fatti fondamentali:
1-l’eroe della narrativa popolare è salito a tutti gli effetti sullo stesso piano dell’eroe della tragedia classica o dell’epopea, come Edipo, o Odisseo, eroi che nell’età antica tornavano in più narrazioni. Sarà questa, ricordiamolo, anche la base del fumetto, il genere letterario in cui più di ogni altro genere si concretizza quello che Eliade definì “il mito dell’eterno ritorno”;
2-il rapporto fra autore e pubblico non potrà più essere quello di prima: i lettori iniziano a scrivere lettere, dialogare, chiedere, ecc. Nasce la fandom e nasce un patto implicito tra autore e fandom: io continuo a scrivere e voi continuate a leggere;
3-in questo patto l’autore cede un pezzetto della propria notorietà al suo personaggio, che rischia di diventare più famoso dell’autore stesso (vedi il caso di Sherlock Holmes).
Inoltre la serializzazione richiede due elementi sine qua non:
1-uno o più elementi di originalità che distinguano il protagonista da altri – nel caso di Soneri potremmo dire il mood malinconico, il coinvolgimento emotivo con il criminale, e la presenza di un mondo di “vinti” (per es. i pescatori) di statura quasi verghiana; la “simpatia” che prova Soneri non è noir, non è cioè la scoperta di una sua dark side come avviene appunto nel noir o nell’horror, pensiamo a Berselli o Nerozzi. La sua “simpatia” semmai è la consapevolezza di un grey side, una comunione di malesseri, una condivisione di umanità;
2-uno o più elementi di continuità e riconoscibilità – nel caso di Soneri il sigaro, la presenza di Angela, l’amore per il cibo, il fatto che viene sempre chiamato per cognome, ecc. Varesi dimostra con questi dieci romanzi di essere un ottimo rappresentante del genere e di aver trovato una sua identità sia rispetto agli investigatori “storici” (Holmes, Maigret…) sia rispetto agli altri investigatori italiani (Sarti Antonio di Macchiavelli, Montalbano di Camilleri, ecc.)

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E ora un paio di domande…

AC
Tutti gli autori che decidono di scrivere romanzi seriali sperimentano a un certo punto della loro carriera una vicinanza quasi invadente della loro “creatura”… Succede qualche volta anche a Varesi di sentirsi sovrapposto o confuso con Soneri? Gli succede mai di pensare con i pensieri di Soneri? E – ultima domanda – gli succede mai di volersi liberare di Soneri, così come Conan Doyle a più riprese cercò di liberarsi di Sherlock Holmes?

VV
No ma desidero essere conosciuto anche per le altre cose che scrivo… innanzitutto sono anche giornalista, poi i miei romanzi hanno dei contenuti sociali, al di là di Soneri… per questo a volte non ho specificato nei titoli che si trattava della serie con il “commissario Soneri”… In più sì, in verità comincio a essere un po’ geloso di Soneri.

AC
In una recensione de La casa del comandante si legge “Varesi ha uno zoccolo duro di affezionati che gli scrivono per chiedere conto del Soneri di carta, ‘ma di quello del piccolo schermo no […]’ ”.
Esiste, o potrebbe esistere, un “Soneri fan club” ? qual è il tuo rapporto con i lettori? In quale misura interagiscono con te e con le tue scelte?

VV
Beh so che c’è un Valerio Varesi fan club … e poi ho 1500 “amici” su FaceBook … incredibile … ma vado anche molto in giro a presentare i miei libri, a parlare, mi piace incontrare le persone e con i miei lettori ho un ottimo rapporto

Leggendo le recensioni dei romanzi di Varesi si ha l’impressione che la cifra della sua scrittura sia da ricercarsi soprattutto nelle descrizioni geografiche (il parmense e la Liguria, le piene del Po) e nelle suggestioni metereologiche (la nebbia, la neve, la pioggia). In realtà, io personalmente ci ritrovo molto più la storia, e parlo della nostra storia recente, quella che inizia a metà del 900. E’ una storia recente ma che viene sistematicamente messa in secondo piano rispetto ai fasti della Roma imperiale o alle azioni degli eroi risorgimentali. E’ la storia di cui parla ad esempio Stefano Pivato nel suo libro Vuoti di memoria (2007), un libro che ci ricorda la responsabilità della memoria individuale e collettiva e la troppa frequente amnesia da cui siamo affetti – nulla di nuovo visto che Pasolini scriveva “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo” (Scritti corsari, 1975).
Non sono l’unica a pensarla così. Leggo da una recensione de Il fiume delle nebbie: “storia dopo storia, pagina dopo pagina, la figura del Commissario Soneri si delinea precisa, in mezzo a quella di tanti illustri ‘colleghi’ e modelli letterari: ma tra i tanti forse si distingue per la robusta simpatia verso tutto ciò che fa parte di un passato prossimo, vivo ormai solo nella memoria di alcuni inguaribili romantici, e per quella malinconica tolleranza con cui si adatta e si destreggia, suo malgrado, tra losche vicende anche troppo moderne.”
Mi sembra che Varesi, puntualmente, in ogni suo romanzo, affronti anche se in prospettiva laterale momenti storici o tematiche sociali cruciali: per fare qualche esempio, ne L’affittacamere gli aborti clandestini, ne Le ombre di Montelupo il caso Parmalat, ne La casa del comandante la guerra partigiana, nell’ultimo romanzo il Sessantotto…
E’ chiaro che i delitti e l’indagine sono prioritari rispetto al subplot storico, ma credo che Varesi svolga un’importante azione di ripresa di temi che rischiano di essere dimenticati, sottostimati, e che invece sotto il suo sguardo riprendono vita e vengono anche rimessi in discussione.
A questo proposito: mentre ne La casa del comandante Varesi si spingeva a esprimere considerazioni molto forti ed esplicite sull’attuale situazione politica – “Se i delinquenti possono governare, anch’io posso agire come mi pare (p. 262) […] Come si fa a condannare un ladro se chi ci governa è lui stesso un ladro? (p. 264) […] Lei [Soneri] sorveglia e loro [i governanti] rubano, affamano, distruggono, calpestano le leggi che fabbricano facendole però valere per i sudditi” (p. 276)” – in quest’ultimo i toni sono molto più soffusi, più esistenziali che sociopolitici… tranne una denuncia esplicita dei danni del liberismo economico (“C’è toccato di veder nascere il crimine del liberismo economico e contare le sue macerie”, p. 131), l’amarezza sembra rivolta soprattutto alla generazione dei 68ini che “si sono presi tutto” … e che vengono definiti “Che Guevara da tinello”… niente a che vedere con l’alta figura morale dei vecchi partigiani… “Quelli del Sessantotto hanno divorato quasi tutto e a noi sono rimasti gli avanzi […] La nostra generazione non ha alzato la voce, non è stata mai protagonista … E’ passata scalza e a testa bassa attraversando il tempo (p. 69)
Ma ci sono anche dichiarazioni più “esistenziali”, per esempio: “Il giorno in cui le persone parleranno solo quando avranno qualcosa da dire, sul mondo calerà un grande silenzio” – p. 2 (Soneri), oppure questa: “siamo fatti di niente” – p. 20 (Soneri), che però attenzione: pare una citazione shakespeariana ma ha qualche suggestione hard-boiled, sembra tratta da Il falcone maltese… e anche la frase “ancora una volta lo salvò il cellulare: uno squillo liberatorio come il gong per un pugile alle corde” – p. 42 (Soneri) sembra uscita da un romanzo di Hammett (se non fosse per il cellulare…) E’ senz’altro vero, come dice Bertozzi, che Soneri non è un uomo d’azione, e che la sua “malinconia” (e Bertozzi autore de Il detective malinconico è un’autorità in materia) lo accomuna a Holmes (che soffre per la dull routine of existence) ma ricordiamo che anche i “duri” americani hanno una fragilità intrinseca, una sorta di nostalgia, di malinconia che si portano dentro (penso ai romanzi di Chandler ma anche a film come Le catene della colpa, Vertigine, La fiamma del peccato).

(a.c.)

Ypsilon noir di Alessandra Calanchi e Marco Monari

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YPSILON NOIR
di Alessandra Calanchi e Marco Monari
Acquistai la mia Ypsilon nel lontano 2001. Lo ricordo perché fu l’anno in cui crollarono le Twin Towers a New York – nessun collegamento, per carità: ma è una data che non mi è possibile dimenticare. L’avevo acquistata solo da pochi giorni, e profumava ancora di automobile nuova. Quell’odore particolare che non sai se ti piace o no – capite, vero? Un odore che non si dimentica. Ero in auto quando, accendendo l’autoradio su una frequenza a caso, venni a sapere della tragedia. Non l’imparai, come tanti altri, dalla famosa sequenza dei crolli gemelli, visti in ripetizione infinita nel piccolo schermo della TV. No. Lo appresi dalla radio della mia Ypsilon, quindi il dramma che si consumava laggiù mi sorprese mescolandosi all’odore della mia automobile nuova di zecca. Tutto qui.
Nei primi mesi, la mia piccolina mi stupì con la sua manovrabilità, con i freni ben misurati, con la frizione perfetta, con i pedali morbidi e con la bella carrozzeria nera tirata a lucido. Era un’automobile piccina per un uomo della mia stazza, me ne rendevo ben conto; un’auto più adatta a una studentessa, o a una giovane impiegata, che a un cinquantenne. Eppure, per girare in città la mia auto era insostituibile: rapida, sinuosa, facile da parcheggiare, graziosa, si rivelò una compagna silenziosa e fedele, instancabile e affidabile.
Non ci crederete: arrivai alla soglia dei 100.000 km senza quasi accorgermene. La tenevo in garage, s’intende, e la portavo regolarmente dal mio meccanico di fiducia; la mia Ypsilon non aveva un graffio, e spesso visitavo l’autolavaggio per offrirle un po’ di sollievo dall’arsura dell’estate, o al contrario, d’inverno, per darle una ripulita dopo una giornata di nevischio misto a smog.
Accadde poi che dovetti recarmi per qualche giorno all’estero per lavoro. Era per me una novità, un’anomalia – sono un uomo che ama la sua routine – eppure accettai la proposta che mi fece il capo senza esitazione. Da anni non mi spostavo dalla mia città, se non per brevi viaggi sul territorio nazionale, e in quei casi avevo sempre utilizzato la mia automobile. E ammetto che l’idea di un cambiamento, sebbene per pochi giorni, mi attirava. Ero pronto a imbarcarmi su un aereo, cosa che non mi accadeva da oltre vent’anni, e così feci senza pormi troppi problemi.
Restai all’estero – si trattava della Spagna – per pochi giorni; lavorai, sì, ma mi dedicai anche a visitare musei e a passeggiare per strade sconosciute e affascinanti. Tornai infine quasi a malincuore, ripromettendomi tuttavia che avrei cercato nuove occasioni per ripetere questa piacevole esperienza.
Camminavo leggero, portando un piccolo bagaglio a mano e un trolley che risuonava nel silenzio confortevole del garage, quando mi accorsi già da una certa distanza che la mia automobile, parcheggiata nel box dove l’avevo lasciata, aveva una portiera visibilmente danneggiata. Avvicinandomi di più mi accorsi che tutti i vetri erano i frantumi: i sedili interni erano pieni di frammenti piccoli e taglienti, e perfino gli specchietti retrovisori erano stati divelti. Più che irritato, ero stupito dalla rabbia che aveva evidentemente animato la mano di chi aveva deciso di compiere quel massacro. Com’era possibile? E perché solo la mia auto, fra tante, era stata penalizzata da quell’ira diabolica? Carezzai lievemente un sedile, poi ritrassi subito la mano già sanguinante. Non era possibile entrarci; guidarla in quelle condizioni, poi, era fuori questione. Telefonai dunque all’assistenza e mi preparai alla lunga serie di seccature che mi aspettava (pagare il carro attrezzi, telefonare all’assicurazione, parlare con il carrozziere, fare la denuncia ai carabinieri, ecc.), e che mi tennero effettivamente impegnato nelle giornate successive.
Finalmente, riebbi indietro la mia cara Ypsilon. Era bella, pulita, nera e sorridente: insomma, era tornata come nuova – anche se talvolta, devo confessarlo, dalle recondite pieghe dei sedili grigio perla sarebbero per lungo tempo continuato a spuntare come per incanto infinitesime schegge di vetro che mi si conficcavano in una mano, o in un fianco; non mi facevano troppo male, ma mi ricordavano dolorosamente l’accaduto, quasi che non dovessi mai dimenticarmene.
Nel frattempo, arrivai alla soglia dei 130.000 km. Cominciai a pensare che forse era venuto il momento di cambiare auto. Ma non ero sicuro. Volevo davvero una nuova utilitaria da città? O piuttosto era venuto, al culmine della mia pur modesta carriera, il momento di concedermi un’automobile più potente? E poi: volevo un’auto nuova o un’auto usata? Mentre consideravo le varie possibilità, mi accadde di trascorrere un fine settimana con amici, in montagna. Andammo via in pullman: era inverno, c’era una bella neve e riuscimmo a sciare molte ore con grande soddisfazione, come ai vecchi tempi. Tornai stanco, abbronzato e felice. Un’unica piccola preoccupazione riguardava la mia auto. Per questo, appena arrivato, mi guardai intorno nel piazzale: la mia auto era lì, bella e fedele. Nessun danno. Che sollievo.
Mi attardai dunque a salutare gli amici, a raccontare gli ultimi aneddoti, a scherzare e salutare. Li vidi ripartire tutti. Non avevo fretta: era già l’una di notte, ma l’indomani era domenica, potevo prendermela con calma. Entrai in auto sorridendo, pronto ad accendere il motore e a ritrovare il confortevole tepore della mia Ypsilon. Ma la chiavetta si mosse a vuoto. Nessun rumore. Nessuna luce sul cruscotto. Silenzio.
Naturalmente, la batteria si era scaricata mentre ero via. Accidenti! Pensai. Eppure, mi sembrava di averla fatta sostituire non più di due mesi prima. Possibile che mi sbagliassi?… Ma era inutile, anzi era dannoso, perdere tempo. Provai subito a chiamare gli amici sui vari cellulari: niente. Del resto, avevamo scherzato fino a poco prima su quelli che tengono i cellulari sempre accesi, specie di notte. Il fiato iniziava ad appannare i vetri. Cazzo, la temperatura era abbondantemente sotto lo zero. Cercai il numero dell’assistenza: l’avevo sempre tenuto fra le pagine del libretto di circolazione. Eppure, niente. Non c’era. Sconsolato, ripresi in mano il cellulare per tentare una connessione a internet e trovare qualche numero per l’emergenza. Ma il telefono si spense nel medesimo istante in cui lo toccai. Batterie scariche. Cazzo. E il caricabatteria da auto? Ero sicuro di averlo messo da qualche parte. Ma dove? E comunque a che mi sarebbe servito, idiota, visto che il motorino d’avviamento non funzionava?
Potete bene immaginare cosa feci: m’incamminai a piedi verso casa. Lasciai valigia, sacca e sci in auto (gli sci sul tettuccio, naturalmente) – e iniziai a camminare. E camminai. Camminai. Camminai fin quasi a non sentire più mani e piedi. Arrivato a casa, trovai il numero; telefonai; la macchina fu recuperata. Gli sci no – in meno di tre ore erano stati divelti dal portapacchi, per di più con un attrezzo che mi aveva distrutto mezzo tettuccio, segnato la portiera e spaccato il vetro posteriore. Ma ero a casa.
La settimana scorsa ho preso la solenne decisione. Ho visto l’automobile che cercavo: un bel Freelander verde scuro, massiccio, elegante, adatto a me. Sono entrato nella concessionaria e l’ho acquistato. E’ stato un colpo di fulmine. Ho pensato: è giunto il momento di farla finita con questa automobilina da città, vecchia, viziata, e sfigata. E’ ora di rifarmi un’immagine, di voltare pagina. Bye bye, Ypsilon. Hai fatto il tuo tempo.
Sono arrivato a casa e sono sceso in garage per iniziare a svuotare la macchina. Ho aperto la porta e… la Ypsilon non c’era. Eppure ero sicuro di averla messa in garage, cazzo. Ma dove avevo la testa? Dove l’avevo lasciata? Alla posta? Al supermercato? Al lavoro? Che seccatura, accidenti. E poi, suona il telefono. Numero sconosciuto. Sì? Rispondo. Sono i carabinieri. Mi chiedono se mi risulta che l’auto Ypsilon targata AD 726IO, di mia proprietà, si trovi attualmente in un fosso, in aperta campagna. Non so che rispondere. Penso inizialmente a uno scherzo. Poi vedo lo squarcio nella porta del garage. Mi era sfuggito perché sono entrato dall’ingresso interno, dalla casa cioè. Ma lo squarcio è veramente grande. Ci può passare comodamente una persona. Anzi, un’automobile. Quasi mi dimentico che al telefono c’è un maresciallo che sta aspettando la mia risposta.
Rispondo automaticamente, intanto mi incammino di nuovo al piano di sopra. Il maresciallo ipotizza che l’auto sia stata rubata, poi si sia schiantata contro un palo e sia finita in un fosso. Ma c’è un particolare inquietante – non è stata trovata nessuna traccia. Nessuna traccia. Oggi, all’epoca in cui si risale al DNA anche solo da una goccia di saliva o di sudore. Gli chiedo dov’è, lo saluto rispettosamente. Chiamo un taxi, lo aspetto. Arriva. Parto.
Arrivo sulla scena del crimine. La mia Ypsilon è quasi accartocciata su se stessa. Più che un furto, pare un omicidio. Anzi, no: più che un omicidio, si direbbe un suicidio. I carabinieri ridacchiano. Io no. Vedo la targa, mezza distrutta e annerita dal fango. Si leggono solo le prime due lettere e le ultime due. E il numero centrale, un 2, nell’incidente si è modificato, e sembra una D.
AD — D — IO.