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QUESTIONI DI “ATMOSFERA”

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di Ettore Catalano, professore onorario Università del Salento

per gentile concessione dell’autore, che ringraziamo.  Cogliendo l’occasione per raccomandare la lettura del suo recentissimo  romanzo Un’infezione latente.

 

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Esiste, in Italia, un dibattito anche molto acceso tra quanti affermano che il “noir” sia un sottogenere del “giallo” e quanti, al contrario, con molta passione critica, ne rivendicano una sorta di autonomia. Premesso che non mi appassionano le discussioni, anche dotte, su canone e generi, devo dire che un romanzo non dovrebbe essere letto altro che come un romanzo, qualunque sia l’etichetta che, frettolosamente gli si affibbia, e, dunque, deve essere considerato sotto l’aspetto dello stile e della scrittura dell’autore, il quale, per buona sorte, sempre tende a violare le prescrizioni “territoriali” dei generi e delle etichette. Sono convinto che l’attuale fortuna del “noir” (in letteratura, nel cinema e nel fumetto d’autore) possa anche stimolare un desiderio di indipendenza dello stesso “noir” dal “giallo”, circostanza che ha spinto anche alla creazione di blog e siti web (ad esempio Urbinoir) sui quali non si è troppo teneri nei confronti di chi considera il territorio del “noir” con sussiego e un po’ di sufficienza accademica. Oggi si parla molto del “noir mediterraneo” e di alcune condizioni o caratteristiche che ne delimitano i confini possibili e lo distinguono dal “giallo”, anche se occorre sempre tener presente la mobilità di quelle delimitazioni e le ibridazioni, tante e sempre molto interessanti.

Partiamo da un dato che pare ormai acquisito, come scrive l’americanista Alessandra Calanchi in <urbinoir.uniurb.it>: il “noir è più che altro una questione di atmosfera, di luoghi, di mood. In esso non è in primo piano il crimine e neppure la detection , la ricerca del colpevole, né il brivido, né il sangue, il “noir” non si accontenta di narrare una storia, ma cerca di trasmettere odori, sapori, suggestioni sui risvolti anche psicologici di un delitto che, forse, tutti potrebbero commettere in un momento particolarmente teso della loro vita, magari in circostanze di esclusione e difficoltà, forse non nelle metropoli in cui il “giallo” classico è nato e si è ambientato (la Londra di Conan Doyle e di Sherlock Holmes, la Parigi di Simenon e di Maigret o l’America di Chandler e di Philip Marlowe e di Hammett, l’autore de Il mistero del falco, da cui venne tratto un celebre film con Humphrey Bogart), ma nelle periferie sociali scomode e degradate del nostro mondo mediterraneo (Fernand Braudel è il padre di questi sguardi storici della scuola delle “Annales”). Non c’è lieto fine nel “noir”, l’equilibrio rotto da un delitto non si ricompone mai come se nulla fosse avvenuto, dopo la scoperta del colpevole (la sua eventuale condanna è un discorso ben diverso e attiene alle problematiche dell’amministrazione della giustizia): il “noir” non punta a questo (o non solo a questo), ma è una sorta di sguardo grandangolare sul sociale, per dirla con la mia collega Alessandra Calanchi dell’Università di Urbino, di cui ho parlato prima. Il “noir” non vuole creare compassione e tanto meno un sospiro di soddisfazione per lo scampato pericolo, non tende a rassicurare, vuol essere, invece, un’occasione, per il lettore, di pensare a quanto accade ogni giorno intorno a noi e dentro di noi: il crimine come parte eclatante di un complesso meccanismo sociale in cui contano anche i drammatici problemi legati alle connivenze tra la parte marcia della politica e la criminalità organizzata, il mondo degli affari miliardari legati allo smaltimento dei rifiuti, all’ecomafia, alla speculazione edilizia, alla sanità negata e violentata da interessi personali, al triste commercio dei clandestini, alle dimensioni ormai mondiali di un esodo forzato legato agli effetti di lunga durata del colonialismo e dell’imperialismo, concetti che ormai latitano nel nostro stantio dibattito politico.

Dunque, non ci sono eroi nel “noir”, altra caratteristica fondamentale, ma solo uomini cha fanno il loro dovere di semplici cittadini o di componenti delle Forze dell’Ordine, senza troppe illusioni su come andrà a finire la loro fatica. In altri termini, il “noir” arriva dove il “giallo” si arresta, almeno ciò emerge non appena ci si immerga nel mondo del grande “noir” che alcuni chiamano anche “mediterraneo”, richiamandosi anche a una storia che, sulle rive del Mediterraneo ha visto anche nascere grandi capolavori della letteratura che si potrebbero anche rileggere, come qualche studioso fa, proprio alla luce delle considerazioni fatte prima. Dalla Bibbia (che inizia con un fratricidio e dunque con un crimine) ai poemi omerici, straordinari esempi di poesia epica, ma anche autentici repertori di sangue e di atrocità (come ogni guerra) Perfino l’Odissea inizia con le sinistre fiamme dell’incendio di Troia e dell’eccidio di donne e bambini e si conclude con una feroce strage di vendetta e di orgoglio smisurato, su cui neppure gli dèi possono fare nulla. Qualcuno potrà dire che qui si tratta di esagerazioni, magari originate, in critici tuttavia intelligenti, preoccupati di trovare conferme a loro tesi, ma bisogna riconoscere un certo fascino a tali suggestive argomentazioni.  E allora l’aggettivo “mediterraneo” cerca di spiegarci la qualità di quello sguardo nel quale la violenza, innegabile, si lega inestricabilmente alla bellezza di uno spazio mediterraneo in una narrazione alla Braudel, in cui aspetti letterari e culturali si legano a realtà storiche territoriali in una sequenzialità di grande respiro e durata. Anche la letteratura, nel corso dei secoli, a poco a poco, si spingerà fino ad indagare, come scelta di campo, lo spazio sociale e psicologico dove può nascere il crimine e autori come Dostoevskj, Poe, Stevenson, Dickens possono dirci molto su questo. Non vi voglio tediare troppo, così, facendo leva, sulla mia stessa vicenda di lettore e di critico, non posso non citarvi le incursioni pirandelliane nel territorio mentale della rivolta contro la banalità e la crudeltà del “buon senso” e Leonardo Sciascia, figura centrale in questa storia, con la sua implacabile ricerca della verità in una società corrosa dalla mafia e la appassionata  sua immersione nella malattia e nella morte, in cui naufraga ogni speranza di giustizia e di verità fino al “cancello della preghiera”.                     

Ma venendo ai nostri giorni, devo farvi alcuni nomi importanti, innanzitutto i romanzi di Albert Camus e la saga marsigliese di Jean-Claude Izzo, il greco Petros Markaris, creatore del commissario Kostas Charitos, il grande Manuel Vasquez Montalban della Barcellona di Pepe Carvalho, del cibo sulle ramblas,  gli italiani Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo e Gianrico Carofiglio (autore anche di un graphic novel Cacciatori nelle tenebre, insieme al fratello Francesco),  Andrea Camilleri (solo in parte apparentabile col “noir”) e molti altri di cui non posso qui farvi i nomi. In tutti questi autori, pur con le debite differenze, esiste un tratto che li accomuna: sono tutte creazioni letterarie in cui viene accentuata l’ambiguità, l’incerta linea di confine tra bene e male, in un intreccio opaco tra interessi criminali e complicità “legali”, la medesima difficoltà di noi lettori comuni ad orientarci in un mondo spesso fatto di omissioni, latitanze, connivenze a livello ormai planetario, nel mondo globale in cui ci troviamo a vivere. Il nostro mondo “mediterraneo”, per continuare a muoverci illustrando l’aggettivo, vive un forte dualismo tra valori forti della nostra identità “mediterranea” (cibo, convivialità, ospitalità, solidarietà, atmosfere azzurre di mare e di vento forte) e violenza, corruzione, avidità e sopraffazione, da cui siamo circondati.

Tirando le somme, premettendo che alcuni critici, come Stefano Priarone, pensano che nel “noir non esistono vere vittorie, e a volte l’obiettivo è soltanto una dignitosa sconfitta, come capita spesso nella vita”, potrei indicare alcuni “porti” lungo questa rotta mediterranea in cui fare scalo, sempre con le debite differenze di stili e di risultati artistici.

  1. Ambientazione legata alle narrazioni e alla geografia mediterranea
  2. Riferimenti al mondo familiare di detective che possono essere figure professionali, anche investigatori privati, o semplici cittadini coinvolti in situazioni difficili
  3. Antieroicità dei personaggi e loro quotidianità
  4. Critica sociale nei modi prima descritti
  5. Localizzazione (non più solo nelle metropoli, ma in una miriade di situazioni territoriali e dei mondi nei quali si esplica il nostro vivere quotidiano).
  6. Devo aggiungere, almeno per me, l’insegnamento importante di Pirandello, un vero antesignano nella discesa nelle profondità del cuore umano e nella messa in crisi del feticcio del “fatto” (mi fanno sorridere quanti dicono “fatti e non opinioni”, dimentichi della piccola circostanza per cui non esistono che opinioni): “Un fatto è come un sacco: vuoto non si regge. Perché si regga bisogna prima farci entrar dentro la ragione e i sentimenti che lo han determinato”.

La letteratura, anche e soprattutto quella che io cerco di praticare, non indugia a descrivere fatti truci, non si dilunga in piacevolezze dialettali, senza alcun preventivo rifiuto della espressività ineguagliabile delle nostre parlate territoriali, cerca solo di comprendere ciò che si agita nel manzoniano guazzabuglio del cuore umano, in un momento particolarmente crudele e tormentato della storia del nostro pianeta. Mi accorgo, ora, di aver parlato quasi soltanto di ciò che mi sta dentro, dei tanti libri che ho letto, dei pochissimi che mi hanno davvero colpito, insomma di ciò che tento di scrivere, ricordandomi sempre di quanto dice Claudio Magris, quando raccomanda di intingere sempre la penna nell’umiltà e nell’autoironia.

Dimentica la notte – una nuova indagine per Noelia Basetti

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la copertina del libro di Sara Ferri

Il mare è un richiamo potente per chi conosce la sua voce fin dalla nascita. Questo suono, così rilassante nella sua ritmicità, può sembrare uguale in ogni parte del mondo, ma non è così. A Rimini, dove la sabbia è più pesante e la spiaggia più ampia, il lento oscillare delle onde si percepisce distante, soprattutto sul lungomare che, dal Molo di Levante, porta a Bellariva, dove le scogliere sono perpendicolari alla costa. Nei giorni in cui il vento che dà il nome al molo di Rimini soffia forte, le onde arrivano sul bagnasciuga con prepotenza, coprendo le prime file di ombrelloni. In quei giorni, durante l’inverno, l’odore del mare è così potente da inebriarti, arrivando a impregnare i tessuti dei vestiti stesi ad asciugare all’aperto.
Quell’odore salmastro e salato che io sento nelle narici fa parte di me da che ho memoria. (…)

Prendo in prestito questo passo da Sara Ferri per due motivi:

mi sembra un punto di partenza perfetto per parlare del suo nuovo romanzo – Dimentica la notte, ambientato proprio a Rimini – e dimostra concretamente il talento di questa brava scrittrice che, nella sua seconda opera ci dà una prova più ampia delle sue capacità.

Dimentica la notte è il seguito di Caldo amaro e racconta una nuova avventura di Noelia Basetti. Dopo i fatti di Pesaro, Noelia si è trasferita nella vicina Rimini. Ora ha una nuova vita e un nuovo lavoro, ma si troverà nuovamente coinvolta nelle indagini su una serie di efferati crimini che hanno sconvolto la quiete della città.

Preferendo lasciare ai lettori il piacere di scoprire da soli il resto della storia, vorrei concentrarmi invece sulle impressioni che la lettura mi ha lasciato.

Seguendo il dipanarsi delle vicende, ho avuto la sensazione che, rispetto al suo primo romanzo, l’autrice si sia presa più tempo:

più tempo per raccontare, più tempo per sviluppare una trama complessa, più tempo per descrivere le situazioni, più tempo per parlarci dei suoi personaggi e del loro vissuto interiore. Dimentica la notte ha, secondo me, un respiro più ampio rispetto al suo predecessore e ripropone tutto ciò che avevo apprezzato in Caldo amaro, migliorandolo considerevolmente.

Ho ritrovato, prima di tutto, una storia avvincente e ricca di colpi di scena, scandita da una buona dose d’azione e da un ritmo serrato ma equilibrato. Di nuovo, Noelia e i suoi colleghi riflettono cercando di capire cosa sta succedendo, ma passano all’azione davvero molto rapidamente perché, si sa, in un’indagine non c’è un minuto da perdere. Anche qui l’autrice è abilissima nel tenerci sulle spine e nel farci percepire il ticchettio delle lancette senza però affrettare troppo la narrazione.

Ho ritrovato Noelia Basetti e mi ha fatto piacere vedere che, nonostante quel che ha passato a Pesaro, è in ottima forma. È un po’ cambiata e più matura, ma fondamentalmente il suo animo dolce e spigoloso è sempre lo stesso. Si trova ancora alle prese con una vita complicata e a volte pericolosa ma non è per nulla intenzionata a darsi per vinta. Per fortuna, stavolta può contare anche sull’aiuto di tanti nuovi colleghi, alcuni dei quali particolarmente azzeccati, che mi piacerebbe veder diventare delle presenze fisse di un universo in espansione.

Ho ritrovato la freschezza dello stile di Sara Ferri, che ci regala una narrazione piacevole, arguta, ironica e costellata di tante piccole raffinatezze, tocchi di realismo spesso “dimenticati” negli ambienti del “giallo. Tanto per fare un esempio, a un certo punto di questa storia, ci ricorda che zoomando sulle immagini a bassa risoluzione di un filmato di Youtube ripreso con un cellulare, non sempre compare per magia il volto nitidissimo del colpevole… piuttosto la telecamera sgrana i dettagli e ci si ritrova a osservare un ammasso di pixel indistinti! Un plauso a Sara per averci riportato un po’ con i piedi per terra, abituati come siamo a vedere tecnologie d’indagine da fantascienza, infallibili quanto irreali.

Tirando le somme, direi che Dimentica la notte è un romanzo eccellente, che conferma ampiamente le buone premesse di Caldo Amaro e alza l’asticella, mostrando l’ottimo potenziale dell’autrice.

Giovanni Ballarin

“Il garzone del boia” Elison Publishing–2018

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 Ambientato nell’Italia dell’Ottocento, IL GARZONE DEL BOIA è la storia del più celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio, Giovanni Battista Bugatti detto Mastro Titta, raccontata dal suo aiutante comprato per pochi soldi dalla famiglia di origine per farne il proprio garzone.

Una visione assai diversa, a volte in contrasto con quella del proprio Maestro che vede il mestiere del boia come una vocazione, mentre per il buon garzone è solamente una scelta obbligata dalla quale fuggire alla prima occasione.

Gli eventi si susseguono tra le esecuzioni di assassini e le storie vissute dai protagonisti o raccontate dal popolino sotto la forca.

Il Maestro cresce il proprio aiutante iniziandolo anche alla lettura e alla scrittura, così che il romanzo presenta una doppia stesura.

Una prima, in corsivo, fatta dall’aiutante alle prime armi, con un linguaggio spesso forte e colorito e una seconda scrittura, quando oramai avanti con l’età su consiglio del suo analista, riprende in mano questa storia per fuggire dai fantasmi che ancora lo perseguitano.

 Di seguito il collegamento al sito per il dettaglio e per una recensione i contatti dove richiedere una copia gratuita.

Simone Censi

https://www.facebook.com/IL-Garzone-DEL-BOIA-364519407441667/?modal=admin_todo_tour

https://elisonpublishing.stores.streetlib.com/it/simone-censi/il-garzone-del-boia/

PROGETTARE UNA BIBLIOTECA NOIR

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Non è semplice affrontare l’organizzazione bibliografica di una raccolta documentaria Noir, sia per la vastità del materiale che comprende non solo monografie e periodici a stampa, ma anche risorse elettroniche e multimediali, sia per le caratteristiche di un genere, o meglio, un arcobaleno di sottogeneri di non facile definizione, un caleidoscopio di sfumature difficili da classificare.

D’altra parte lo scopo primario di una biblioteca specialistica non è quello di raccogliere tutto il materiale possibile e immaginabile, e anzi l’accumulo sconsiderato di qualsiasi cosa venga scritta può avere effetti negativi ai fini di una documentazione efficace. Edgar Allan Poe già nel 1848 così scriveva nel Marginalia a proposito della quantità delle pubblicazioni a volte inutili accumulate nelle biblioteche: “L’enorme moltiplicarsi dei libri in ogni ramo dello scibile è uno fra i peggiori flagelli dell’età nostra, uno dei più seri ostacoli al raggiungimento d’ogni conoscenza positiva”.

Vero è che la quinta legge biblioteconomica di Ranganathan, “The library is a growing organism” suona come un invito ad ampliare le collezioni attraverso nuove acquisizioni che rispecchino gli ideali, le aspirazioni prefissate dalla biblioteca, a patto di raccogliere e conservare solo materiale pertinente, in questo caso riguardante la cultura del Noir promossa dai curatori di Urbinoir, in particolare dalla Prof.ssa Alessandra Calanchi.

Il maggior numero di donazioni è stata effettuata dal massimo esponente italiano del “noir mediterraneo” Andrea Camilleri, scrittore assai prolifico, che in occasione nel 2012 del conferimento della laurea onoris causa dall’Università degli Studi di Urbino e la targa di Urbinoir, ha lasciato ben 28 suoi celebri romanzi editi da Sellerio.

Uno degli intenti prefissati dal comitato scientifico di Urbinoir è quello di occuparsi del sociale, in cui la finzione del romanzo si interseca con la cronaca della realtà spesso drammatica e alienata della provincia. Anche in questo senso non è casuale la scelta di autori noir sensibili a questi problemi come Valerio Varesi, giornalista di La Repubblica o il giudice Giancarlo De Cataldo con il suo celebre Romanzo Criminale da cui è stata tratta una seguita serie televisiva e un film, o ancora Marilù Oliva sensibile ai problemi dell’universo femminile con Le spose sepolte. Il romanzo autobiografico Come una lama racconta la dura esperienza del carcere subita da Maria Vittoria Pichi.

La piccola ma significativa raccolta noir di 132 monografie, destinata a crescere, è il frutto di generose donazioni da parte di scrittori e curatori invitati alle giornate di studio dei convegni di Urbinoir, che ormai si tengono dal 2007 (la data della prima edizione è avvolta nel mistero), ognuno dei quali ha lasciato il proprio contributo e testimonia come la letteratura Noir ci aiuti a comprendere e svelare l’evoluzione della nostra società esprimendone tutte le paure, le contraddizioni, i lati oscuri.

Altro argomento analizzato da Urbinoir è il genere noir intrecciato a fatti storici, come nel caso dei romanzi di ambientazione medievale di Valerio Evangelisti e della scrittrice italo-americana Ben Pastor con Lumen e La strada per Itaca.

La raccolta comprende testi di ispirazione esoterica, di autori come Giordano Lupi, con i suoi romanzi di ambientazione cubana e caraibica come la i racconti di Nero Tropicale.

Il carattere particolare del genere Noir, detto anche un surgenere, in quanto contaminazione di generi, porta ad interessarsi a diversi ambiti disciplinari, come l’arte, il fumetto e il cinema. Sono esemplari i saggi critici di Giovanni Modica dedicati alla filmografia horror di Dario Argento, o il saggio di Andrea Carlo Cappi Diabolik, l’ora del castigo con disegni originali di Giuseppe Palumbo.

Le traduzioni delle avventure di Sherlock Holmes di Conan Doyle edite da Mondadori, testimoniano il sodalizio con l’associazione Uno studio in Holmes: the Sherlock Holmes society in Italy, patner di Urbinoir sin dagli esordi.

Uno spazio importante è riservato ai noir di ambientazione marchigiana e urbinate, come i romanzi della collana Neroitaliano di Fanucci Editore o la raccolta antologica di autori marchigiani Marchehnoir, e i romanzi Nei sotterranei della Cattedrale di Marcello Simoni, L’enigma Montefeltro di Marcello Simonetta, La tana di Enrico Maria Guidi, Scomparsi a Urbino di Sonia Bucciarelli, che forniscono notizie storiche sempre accurate unite alla particolare atmosfera di storia e mistero che da sempre circonda la Città Ducale.

Una sezione è dedicata agli studi critici, come la raccolta di saggi Arcobaleno noir a cura di Alessandra Calanchi con una serie di riflessioni teoriche che tentano di definire il genere Noir tra letteratura e cinema.

Inoltre la collana Urbinoir-studi di Aras edizioni, raccoglie gli atti dei convegni annuali. Il link di riferimento è: 

www.urbinoir.uniurb.it/collana-urbinoir-studi/

I libri di Urbinoir sono raccolti in un fondo speciale della Biblioteca dell’Area Umanistica – sezione Lingue a cui è stata assegnata la segnatura di collocazione Urbinoir, e sono ammessi alla consultazione e al prestito a chiunque lo richieda.

Il materiale è organizzato in varie sezioni: opere originali in ordine alfabetico per autore, saggi di critica, antologie, collane.

http://opac.uniurb.it/SebinaOpac/Opac

Tutti i testi sono stati inventariati e catalogati attraverso l’indice del Servizio Bibliotecario Nazionale. L’intera schedatura delle opere è consultabile sia nell’Opac nazionale www.sbn.it, sia nel catalogo del Servizio Bibliotecario di Ateneo digitando la parola-chiave Urbinoir nel campo della Ricerca libera.

Michele Bartolucci

La notte di San Lorenzo

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Sabrina aveva ricevuto una mail contenente un invito a una camminata in collina; l’appuntamento era al parco dei Gessi, il 10 agosto alle 21. La organizzava un’associazione culturale bolognese. Aveva partecipato altre volte a iniziative del genere – gite nei sotterranei, brevi viaggi sui canali – e si era trovata bene: persone tranquille, di cultura medio-alta, poco invadenti. Così, decise di andare. Da sola. Sì, perché le amiche erano tute in vacanza, i famigliari in giro per il mondo, e lei era a casa solo perché qualcuno doveva pur dar da mangiare al gatto e accarezzarlo di tanto in tanto. Del resto, meglio essere da soli per guardare in alto, verso il cielo, alla ricerca di una stella cadente: ed esprimere un desiderio.

Già, il desiderio. Iniziò a pensarci fin dalla mattina – per lei, che non aveva bisogno di nulla, non era cosa facile. Scartò subito l’idea di un’auto nuova, di una casa nuova, di abiti e amanti – lei stava su un livello più alto. Pensò ad aumenti di stipendio, a incontri speciali, a … ma nulla le sembrava adeguato. Finché, presa da un afflato spirituale, pensò: Vorrei morire il più tardi possibile, circondata dall’affetto dei miei cari.

Poteva andare? Ma neanche per sogno. Andava aggiustato – qualche precisazione in più avrebbe certamente sortito un effetto migliore. Così, esercitandosi mentalmente per la serata, il desiderio divenne: Vorrei morire il più tardi possibile (intendo come anno, non come ora del giorno), circondata dall’affetto dei miei cari (di cui spero che quelli più giovani di me saranno ancora tutti vivi, o perlomeno i miei figli e i nipoti che mi auguro di avere nel frattempo).

Era quasi soddisfatta. Ma durò poco. Tutto qui? In fondo, non poteva – mantenendo un’unica frase – aggiungere ancora qualcosa, a corollario di quel suo desiderio che, dopo tutto, non era poi così esoso? Ed ecco come fu rielaborato: Vorrei morire il più tardi possibile (intendo come anno, non come ora del giorno), circondata dall’affetto dei miei cari (di cui spero che quelli più giovani saranno ancora tutti vivi, o perlomeno i miei figli e i nipoti che mi auguro di avere nel frattempo), dopo aver trascorso una vita felice, ricca di soddisfazioni professionali (una progressione di carriera, per esempio) e nel pieno possesso delle mie facoltà mentali nonché in buona salute fisica e –  last but not least – senza provare alcun dolore.

Si esercitò tutta la giornata. E quando venne l’orario, era pronta come una scolaretta il giorno della recita di fine anno.

La passeggiata fu piacevole, anche se Sabrina era poco propensa a chiacchierare – si limitava a cenni del capo, sorrisi, tutta presa dall’esercizio mnemonico. Vorrei morire il più tardi possibile (intendo come anno, non come ora del giorno), circondata dall’affetto dei miei cari (di cui spero che quelli più giovani saranno ancora tutti vivi, o perlomeno i miei figli e i nipoti che mi auguro di avere nel frattempo), dopo aver trascorso una vita felice, ricca di soddisfazioni professionali (una progressione di carriera, per esempio) e nel pieno possesso delle mie facoltà mentali nonché in buona salute fisica e – last but not least – senza provare alcun dolore.

A un tratto il cielo fu scuro, e si riempì di stelle. Ma nessuna stella cadeva – cioè, nessuna luce proveniente da milioni di anni prima bla bla… e Sabrina recitava mentalmente il suo mantra. Qualcuno iniziò a gridare: eccola! e qualcun altro: un’altra laggiù! Che spettacolo! Ma lei, niente. Pensò che forse il desiderio poteva essere ridotto un po’. E lo riformulò così: Vorrei morire il più tardi possibile (intendo come anno, non come ora del giorno), circondata dall’affetto dei miei cari (di cui spero che quelli più giovani saranno ancora tutti vivi, o perlomeno i miei figli e i nipoti che mi auguro di avere nel frattempo), dopo aver trascorso una vita felice, ricca di soddisfazioni professionali

Tutti vedevano stelle cadenti. Eccone una! Una là! Eccone un’altra! Solo Sabina, un po’ appartata in un angolo del grande prato, sembrava non vederne nessuna. E intanto recitava: Vorrei morire il più tardi possibile (intendo come anno, non come ora del giorno), circondata dall’affetto dei miei cari (di cui spero che quelli più giovani saranno ancora tutti vivi, o perlomeno i miei figli e i nipoti che mi auguro di avere nel frattempo). Ma ancora niente. Forse la formulazione del desiderio era ancora troppo lunga? E sia, l’accorcerò ancora, pensò Sabrina.

Vorrei morire… E finalmente, la vide. Una grossa stella, luminosa, bellissima, la più bella di tutta la serata, bella da mozzare il fiato, attraversò tutta la volta celeste. 

Il corpo fu ritrovato l’indomani all’alba, riverso sul prato, da un operatore ecologico del comune. Nessuno del gruppo si era accorto della scomparsa di Sabrina. Lui la guardò per qualche secondo, sospirò e chiamò il 113. Gli dissero di restare in zona; lo fece. Arrivarono i carabinieri, gli fecero qualche domanda; poi fu libero di andarsene. Si pensò a un malore. Il corpo fu rimosso. 

Della stella assassina, nessuna traccia.

Alessandra Calanchi

(S)corretto, espresso o macchiato? A ognuno il suo caffè – Traduzione di Francesca Zagone

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(S)corretto, espresso o macchiato? A ognuno il suo caffè
Cortados, solos y con (mala) leche di Carmen Rico-Godoy.
Traduzione di Francesca Zagone

Gelu. Mezza mela marcia

Gli preparai una torta di mele con la ricetta che mi diede sua madre. Era molto più complicata di quella che usavo abitualmente e che avevo ritagliato da una rivista di moda trovata dal parrucchiere. Non ci misi l’arsenico, perché non ne avevo e poi mi vergognavo un poco a bussare alla porta della vicina e chiederle “Non è che per caso ha un po’ di arsenico? È che mi sono dimenticata di comprarlo quando sono andata a fare la spesa”. Tra l’altro, non ho vicine. Nell’appartamento di fianco vive un signore molto anziano, odioso e brontolone; in quello di sopra ci sono tre giovani studenti – dicono loro – che mettono sempre i dischi di Eros Ramazzotti, cosa stranissima e, in quello di sotto un travestito: la mattina, quando lo incontri è un tipo in tuta, rozzo e volgare come tutti quelli del quartiere, mentre di notte è una rossa spumeggiante truccata come se fosse carnevale. Guadagnerà un sacco di soldi, perché dal macellaio compra sempre del filetto e della lonza iberica a ottomila pesetas al chilo.
Al telegiornale si sentono sempre casi di mogli che mettono del veleno nei pranzi dei loro maritini, poco per volta, finché non crepano. Io non prendo spunto da questo sistema. Preferisco farlo tutto in una volta. Un pezzetto di torta tartufata alla cicuta e VIA! Direttamente al camposanto. Altre volte penso che sarebbe ancora meglio l’asfissia. Quando vedo Eusebio addormentato nella poltrona davanti alla televisione che ritrasmette una delle ottocentomila partite di calcio, non penso “come è dolce e carino quando dorme”. No. Penso: “Quanto sarebbe facile mettergli un sacco della spazzatura in testa e legargliela al collo con otto giri di nastro isolante. Così la sua testa rimarrebbe nel posto giusto: il sacco della spazzatura”. Il problema è – per questo non provo a farlo, non per altro – che non so come bloccargli le mani ed evitare di essere strangolata o – peggio – che si tolga lui stesso il sacco.
Di mattina, lo sento canticchiare in bagno mentre si rade. Io, nel frattempo, affetto il pane da tostare con un coltello a lama larga. Canticchia sempre Bésame mucho, facendo gorgheggi e acuti, e io mi sento veramente male. Devo lottare contro il coltello che da solo vuole colpirlo ripetutamente alla nuca e i coltelli, si sa, possono dare molte soddisfazioni.
Penso di lasciare Eusebio costantemente e in mille modi diversi. All’inizio me la prendevo con me stessa e mi dicevo: “Dio mio, che stupida che sono, che cattiva persona e tanto vedrai che se ne accorgerà prima o poi che pensi a come ucciderlo”. Dopo, però, riuscivo a pensare ad altro e mi distraevo con gli sconti di Simago, comprandomi tre paia di calze al prezzo di uno e rossetti scadenti.
Poco a poco, ho iniziato a rendermi conto che Eusebio non aveva neanche la minima idea di quello che mi passava per la testa. Così che pensavo di ucciderlo senza frenarmi, anche davanti a lui. A tutte le ore. È finito per diventare il mio passatempo preferito.
Di domenica, Eusebio adora farsi un bagno immergendosi nella vasca. La riempie di acqua e schiuma, si spoglia e tuffa il suo corpo grasso e pieno di peli neri nella vasca. Per entrarci deve alzare una delle sue gambe corte e flaccide, tanto che si vede la pelle ciondolante. Una volta dentro, si tappa il naso e va sott’acqua, facendone trasbordare la metà dai bordi. Gli piace che io lo guardi mentre si fa il bagno, altrimenti perché lascerebbe sempre la porta aperta? All’inizio mi incazzavo quando allagava il bagno, ma un giorno capii che le possibilità che si rompesse la testa, uscendo dalla vasca, si moltiplicavano per un milione.
Purtroppo il furbone non scivola mai. É un grande esibizionista. Un giorno mi chiamò urlando mentre si faceva il bagno. Io ero in cucina e stavo preparando i fagiolini, spuntandoli uno a uno, perché anche se è un taxista ed è nato e vive ancora a Leganes, sembra che il bastardo sia stato cresciuto in un palazzo, dove tutto è raffinato. Corsi da lui pensando che stesse affogando o che gli stesse venendo un infarto. E io, sì che scivolai entrando a tutto gas nel bagno tutto allagato. Meno male che riuscii ad afferrare il portasciugamani. Ho ancora i riflessi pronti a trentadue anni appena compiuti.
[…]

Oltre la notte, il Noir americano (1940-1950) tra letteratura e cinema

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Proponiamo qui alcune considerazioni scritte da Beatrice Balsamo, psicanalista e studiosa di noir, autrice del volume Hitchcock. Il volto e la cosa (2010) e coordinatrice della rassegna che si è tenuta a Bologna (febbraio-marzo 2016) a cui ha partecipato, fra gli altri, lo scrittore Valerio Varesi. L’Associazione APUN ha promosso tale rassegna partendo dal soggetto nella contemporaneità: il genere noir consente infatti di indagare le zone d’ombra che ci riguardano e la legalità come loro argine simbolico.

Si può far risalire l’inizio del genere noir americano alla scrittura di Dashiell Hammett e al film di John Huston Il mistero del falco (The Maltese Falcon, U.S.A. 1941, int. Humphrey Bogart, Peter Lorre, Mary Astor, Gladys George). Le caratteristiche del genere noir delineano un mondo dove le ombre si addensano e rubano terreno alla luce, e le apparenze nascondono spesso realtà ben diverse, e l’angoscia e l’incubo determinano una divisione nel soggetto che non è padrone di se stesso. Proprio negli anni ’40 fiorisce questo genere, assai longevo nella storia del cinema, e i film di questo genere mettono in scena un eroe che non domina più gli eventi e se ci riesce è solo dopo aver messo in discussione molte delle sue certezze iniziali. Iniziava in quegli anni l’etica freudiana che ricorda a tutti la necessità di un salto di qualità dall’innocenza all’età adulta. È in questo contesto che il noir prende forma, influenzato dalla asciutta narrativa hard-boiled e dal bisogno di ripensare il rapporto con il reale (non è un caso che siano proprio i film noir a diffondere a Hollywood la pratica delle riprese in esterni, dove l’estetica ultra controllata degli studios lascia il passo alle concretezze più dure e “sporche” delle location: le strade, la città). Perfino la recitazione diventa più nervosa e realistica, dimenticando le lezioni accademiche e gli influssi “teatrali” a favore di un linguaggio più vero e una dizione meno controllata. Ciò mise a punto due nuovi caratteri cinematografici: l’investigatore privato, che si porta dietro il peso di un passato di delusioni ma che non vuole arrendersi di fronte all’immoralità e all’irrazionalità del mondo, e la dark lady, tentatrice fascinosa. L’eroe e l’eroina del cinema noir scoprono di dover scendere a patti con ciò che avevano “rimosso”: le loro pulsioni più nascoste, le loro passioni irrefrenabili. Il rapporto tra presente e passato si complica. I sempre più numerosi flashback ricordano allo spettatore che le scelte di ieri influiscono sulle azioni di oggi in una maniera che non è più solo di causa/effetto. Il passato assomiglia a un fardello che rende il presente sempre meno chiaro e decifrabile. Proprio come ci mostra la macchina da presa che inquadra i personaggi all’interno di uno spazio urbano più complesso e misterioso. Aumentano le zone d’ombra, le nebbie, gli angoli bui, le immagini sfocate. Anche il dialogo non è più strumento fondamentale per seguire lo svolgimento di un film, perché spesso può ingannare o fuorviare. I percorsi dei personaggi hanno abbandonato la linearità, per perdersi dentro veri e propri labirinti, non solo reali, ma il più delle volte metaforici e alludono alle pulsioni più nascoste: l’avidità, la gelosia, l’odio, l’invidia che guidano le persone lungo un cammino che porterà lo spettatore a confrontarsi con la parte più nera e nascosta dell’animo umano. Ciò è espresso attraverso una rivoluzione narrativa di riprese soggettive, di uso più deciso della voce fuori campo, di focali corte e cortissime che arrivano a deformare le immagini che sullo schermo danno forma alle angosce e alle paure dell’inconscio. La riflessione che ci porta il genere noir a nostro avviso è di particolare rilevanza anche per comprendere l’oggi.

A.C.