Call for papers – Donne in noir – URBINOIR 2022 – 

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Donne in noir – URBINOIR 2022 – 24-25-26 novembre

Donne in Noir: le protagoniste della crime fiction contro la violenza e la discriminazione

L’edizione 2022 di Urbinoir sarà dedicata alle “donne in noir”. Autrici, personaggi, vittime e offender saranno indagati/e attraverso la lente della costruzione-decostruzione della femminilità, la manipolazione e i linguaggi della violenza fisica e psicologica, il femminicidio. 

In un anno in cui molti hanno deciso di mobilitarsi riguardo al ruolo della donna, ai suoi diritti, e credendo nell’importanza di raggiungere obiettivi basilari come la parità delle retribuzioni e la diminuzione dei casi di stupro, abuso, discriminazione, Urbinoir vuole interrogarsi sulla responsabilità delle studiose e degli studiosi di crime fiction nel dibattito in corso sui femminili professionali, sul linguaggio del corpo, sul ‘politicamente corretto’.

Come ogni anno, saranno presenti protagoniste/i della scena letteraria e culturale, insieme a studenti e docenti. Il convegno comprenderà alcune sessioni di interventi (dedicate a un universo multiforme fatto di streghe, assassine, dark ladies, poliziotte) coordinate dal gruppo Urbinoir. Tra le nostre ospiti, Deborah Brizzi (ispettrice di polizia e scrittrice), Cristina Brondoni (criminologa e scrittrice), Eleonora Pinzuti (formatrice e scrittrice), Tiziana Prina (editrice e traduttrice), Giada Trebeschi (editrice e autrice di romanzi storici). 

Ci saranno inoltre altri nomi illustri ed eventi performativi legati al territorio.

Si potranno proporre interventi su qualsiasi ambito del genere poliziesco-noir che si ricolleghi alle tematiche di cui sopra. Scadenza per le proposte: 31 maggio 2022.

Inviare le proposte (abstract di max 20 righe) a:

urbinoir@urbinoir.it 

In libreria Murder by Jury di Ruth Burr Sanborn tradotto da Paola de Camillis Thomas

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La parola ai giurati (12 Angry Men) è un film del 1957 diretto da Sidney Lumet. La vicenda si svolge quasi completamente nella sala dove sono si riunisce la giuria che deve decidere riguardo alla colpevolezza di un giovane accusato di essere l’assassino del padre. Poiché in casi come questi il verdetto deve essere unanime, e all’inizio 11 giurati si dichiarano a favore della colpevolezza, segue una discussione che invece di portare all’unanimità porta progressivamente a dubitare cosicché alla fine il risultato è capovolto e al giovane (innocente) viene risparmiata la sedia elettrica. 

Conoscevo bene questo film quando ho avuto tra le mani un romanzo di argomento analogo e dal titolo intrigante, ma che non conoscevo affatto: Un colpevole in giuria, che ho scoperto trattarsi della traduzione italiana di Murder by Jury di Ruth Burr Sanborn (1932) a opera di Paola de Camillis Thomas. Tanto di cappello alla traduttrice e anche a quella infaticabile talent scout che è Tiziana Elsa Prina, la fondatrice delle Edizioni Le Assassine.

Il romanzo (scritto da una donna, è bene ripeterlo) precede di oltre vent’anni il testo originale da cui è tratto il film di Lumet, un testo scritto per la TV da Reginald Rose nel 1954. È ambientato in America, precisamente a Sheffield, in Alabama, nel periodo del Proibizionismo e della Grande Depressione. Non è l’unico argomento a suo favore: la trama è avvincente, con colpi di scena che si succedono fino all’ultimo, e il congegno narrativo è ottimo ed efficace. In questo caso è una donna a essere accusata ingiustamente, così come è una donna (una giurata) a insistere sulla necessità di non commettere giudizi affrettati, ed è ancora una donna a essere assassinata durante la riunione della giuria.

Un romanzo che valeva certamente la pena di recuperare dall’oblio, tradurre e far conoscere al pubblico di lettori e lettrici, e che può rivelarsi estremamente interessante anche per gli esperti di scienze forensi e per gli studiosi di cultura americana. Forse una breve introduzione o postfazione sarebbe stata la ciliegina sulla torta, anche per sottolinearne sia la carica innovativa in rapporto al film di cui sopra, sia la legacy rispetto a un altro importante racconto, “A Jury of Her Peers” (“Una giuria di sole donne”) di Susan Glaspell (1918), che già testimoniava l’importanza dello sguardo femminile nelle indagini poliziesche, nei procedimenti legali e nelle aule di tribunale.

(a.c.)

Breve storia del romanzo poliziesco di Leonardo Sciascia

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Leonardo Sciascia
Con una introduzione di Eleonora Carta
Letteratura
Graphe Perugia 2022
Pag. 43 euro 6,50

Pianeta umano, da millenni. Occidente, da quasi due secoli. “La principale ragione per cui un pubblico vastissimo, in ogni parte del mondo, legge (sarebbe dir meglio consuma) romanzi polizieschi (“gialli” in Italia, “neri” in Francia: dal colore della copertina che gli editori Mondadori e Gallimard hanno scelto nel momento in cui il poliziesco diventava un genere a sé) …” potrebbe essere trovata in una frase di Alain rintracciabile nel Sistema delle arti (Alain era lo pseudonimo del filosofo e giornalista francese Émile-Auguste Chartier, 1858-1951), oppure in riflessioni di Marx e Freud, sintetizzabili in breve. “Nei romanzi del genere sono impiegati senza precauzione – senza la precauzione, cioè, che è dell’arte – dei mezzi che con notevole approssimazione si possono definire di terrore: e l’effetto è fuga di pensieri, meditazione senza distacco. La lettura di un poliziesco è, nel senso più proprio della parola, passatempo: il tempo non più portatore di pensiero o di pensieri, non più scandito da condizioni e condizionamenti, è come sommerso in una fluida e opaca corrente emotiva …”. Questo è l’incipit del ragionamento di Leonarda Sciascia sul settimanale Epocadel 20 settembre 1975, proseguito nel numero successivo e ripubblicato come saggio di una raccolta di scritti del 1998 (se ne possono rintracciare un paio di versioni quasi identiche). Con tale premessa Sciascia individua già all’interno della Bibbia il primo racconto poliziesco, ingredienti identici a quelli a lui contemporanei, per un genere le cui origini più vicine e precise possono essere anche tecnicamente distinte in Edgar Poe. La traccia di ragionamento è stata ribadita da decine di autori, recensori e studiosi in centinaia di pezzi, più o meno giornalistici, solo aggiornando i termini.
Il siciliano europeo Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) fu presto appassionato anche di letteratura di lingua angloamericana, avido lettore degli scrittori popolari e, tra essi, sia dei grandi del cosiddetto giallo classico di fine Ottocento e primi Novecento che degli autori della nuova scuola hard-boiled, a partire dal capostipite Dashiell Hammett, da cui poi il genere sarebbe divenuto anche noir per la carica di denuncia e di prefigurazione (propria anche di molti romanzi di Sciascia). L’autore è una lettura imprescindibile soprattutto per chi ama scrivere: si gode, si pensa e s’introietta pure uno stile chiaro e limpido. Nel 2021 sono stati numerosi i volumi, le mostre e gli eventi che gli sono stati dedicati in tutt’Italia per il centenario della nascita. Fra di essi possiamo considerare la riedizione di questo breve significativo testo giornalistico di storia della letteratura. Lo schema di ragionamento era un buon cliché già cinquant’anni fa, pur argomentato in modo colto e sincero: il poliziesco come genere minore di puro intrattenimento. Valeva e vale spesso come premessa alla disanima personale di cosa sia alta letteratura di pensiero, nel caso (non solo) di Sciascia come esperienza di scardinamento del genere e testimonianza di un “altro” modo di scrivere polizieschi. In realtà, la dialettica risale indietro (più o meno ai tempi della Bibbia) e merita di essere rivalutata a partire da Sciascia, come opportunamente fa Eleonora Carta nell’introduzione, nella quale l’autrice sottolinea come comunque Sciascia “celebra” il genere e, in qualche modo, “riabilita” la propria conseguente passione, forse anche per codificare regole che i propri gialli cercarono di sovvertire, scomporre, rovesciare. Nella sua “storia” Sciascia tratta Poe, Conan Doyle, Van Dine, Freeman, Agatha Christie, Hammett, Chandler, cita brevemente altri esemplari colleghi e ricorda, a contrasto, solo Greene, Bernanos, Gadda (e Borges) fra “i grandi scrittori” a lui recenti, “che, per divertimento o congenialità, hanno scritto dei gialli”. In fondo utile la cronologia della vita di Sciascia e l’indice dei nomi di persona e dei titoli citati.
 
Valerio Calzolaio

Riconoscimento di Urbinoir a Gianrico Carofiglio

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Alla presenza di un pubblico interessato e curioso, ieri sera al teatro Sanzio di Urbino,   Gabriele Cavalera ha intervistato  Gianrico Carofiglio sulla più recente attività letteraria dello scrittore barese. La lunga e piacevole chiacchierata ha fatto luce anche sul modus operandi del romanziere, i suoi personaggi e interessanti aneddoti della sua biografia. Al termine della serata anche Urbinoir ha voluto offrire il proprio contributo consegnando a Carofiglio, dalle mani di Gianni Darconza e a nome di tutto il gruppo,  una targa quale riconoscimento del suo impegno nella fiction di investigazione  e per la qualità della sua scrittura. 

 

Le case dei serial killer di Cristina Brondoni 

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Prevista per il mese di maggio 2022 l’uscita del saggio di Cristina Brondoni Le case dei serial killer, edito da Clown Bianco Edizioni.

Ne parliamo con l’autrice.

Urbinoir: Cristina, tu sei autrice di due romanzi e di alcuni saggi, fra cui uno uscito nella nostra collana “Urbinoir studi” sullo staging (Sembrava un incidente. Staging sulla scena del crimine, 2018). Da cosa nasce l’esigenza di questo nuovo volume?

CB: Il libro è nato da una mia idea mentre riflettevo su quanto siano simili alle nostre le case di alcuni serial killer. E su quanto, invece, altre abitazioni assomiglino più a tane, rifugi, prigioni che a case vere e proprie. Eppure ci vivevano persone che, dall’esterno, sembravano normali. Tanto che i vicini di solito rispondono: ‘salutava sempre’. Così ho fatto una ricerca e ho trovato tantissimo materiale.”

Urbinoir: Ma perché proprio sulla casa?

CB: Non solo e non tanto sulla casa in sé e sui crimini che il serial killer ha commesso, ma sul tipo di immobile, sulle storie precedenti e successive l’arresto del killer e magari anche sui nuovi proprietari. Sono partita dall’idea che la casa è uno dei must dei film horror da Non aprite quella porta a Amityville passando per Shining (anche se era un hotel, ma veniva usato comunque come casa), The Others e The Conjuring. La casa è il luogo per eccellenza dove dovremmo essere al sicuro. E i serial killer che hanno ucciso nelle loro case, in effetti, si sentivano particolarmente al sicuro. Ho preso in esame 21 casi, italiani e stranieri, piuttosto diversi tra loro sia per il tipo di serial killer che per i tempi e i modi dei delitti. E, soprattutto, per la differenza di abitazioni. Ogni caso è accompagnato da una o più fotografie a colori a corredo del testo.

Urbinoir: Come definiresti la tua scrittura? Il tuo target sono gli addetti al lavoro o è un libro per “tutti”?

CB: La scrittura è agile in modo da risultare un saggio da consultazione per chi voglia saperne di più sull’argomento. La copertina è piuttosto pop: un vecchio frigorifero con l’anta di metallo su cui sono attaccati stickers e calamite. E su cui è ben visibile una macchia di sangue che cola. La scelta è caduta sul frigorifero perché la editor/editrice, Vania Rivalta, è rimasta colpita dalla cucina di Dennis Nilsen, uno dei serial killer. Sulla vecchia cucina economica bianca c’era un pentolone in cui bollivano delle ossa umane. Ma sul forno era attaccata una decalcomania di una farfalla: l’unico tocco di normalità, anche un po’ fanciullesca, in una vita sconvolta dalla necessità di uccidere, tra l’altro per avere compagnia, poiché Dennis era così timido e incapace di relazionarsi con gli altri che li preferiva morti, in modo da non subire la minaccia anche solo di una conversazione.

Urbinoir: Nell’attesa di leggerti, e di averti nostra ospite all’edizione 2022 di Urbinoir (“Donne in Noir: le protagoniste della crime fiction contro la violenza e la discriminazione”, 24-26 novembre) hai voglia di raccontarci uno, o più, tuoi progetti futuri?

CB: Mi piacerebbe molto organizzare un seminario / corso / incontro sugli “Amori da film”. Gli amori da film sono quelle storie che poco o nulla hanno in comune con gli amori veri. Si tratta, spesso, di storie tormentate, difficili, impossibili che, infatti, riescono a reggere due ore di pellicola tra andate e ritorni violenti (per citare Ligabue), scossoni indicibile e l’immancabile tragedia che rende i protagonisti (due che volevano solo fare sesso) eroi moderni. Nella vita di tutti i giorni si suppone che l’amore dovrebbe essere qualcosa di rilassante che permetta, nella più classica visione darwiniana, la sopravvivenza della specie. Se l’amore diventa una sorta di lotta, se non di guerra, la sopravvivenza della specie è in serio pericolo. Grazie ai social (e a chi pubblica qualsiasi cosa riguardo a sé stesso) è possibile seguire storie comuni di amori tormentati. Spesso fino alla tragica evoluzione.
O, meglio, andando a ritroso: quando la tragedia è compiuta è possibile ripercorrere all’indietro le tappe social che si sono susseguite in una sorta di cronaca di una morte annunciata (ora la smetto con titoli e citazioni).

Urbinoir: Ti ringraziamo e speriamo di riuscire ad accogliere la tua proposta, che ci sembra molto interessante… magari in preparazione appunto di Urbinoir 2022. A presto allora!

(a.c.)

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