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Letture, commenti e novità su libri, articoli o novità editoriali

Favole da riformatorio di Ugo Cornia

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Una raccolta di venti brevi favole, proposte dallo scrittore modenese Ugo Cornia, che prendono a prestito alcuni personaggi dalle fiabe classiche (da Cappuccetto Rosso a Pinocchio passando per il Gatto con gli stivali e Raperonzolo, che però qui è in compagnia di Cipollonzolo, Aglionzolo ecc.) e anche i classici animali che compaiono nelle fiabe per rappresentare, in modo caricaturale e talvolta grottesco, specifiche tipologie umane: dall’onnipresente lupo affamato (ma qui anche un po’ depresso e disoccupato) alla lontra, dalla gazza all’alligatore, dal millepiedi all’elefante – e non mancano specie meno comuni nel mondo delle favole, come il fennec, lo struzzo o il piviere. Ciascuno con i propri gusti e le proprie manie (anche di carattere sessuale, a differenza delle favole classiche). 

Quello che cambia, rispetto alle fiabe tradizionali, sono il contesto, molto più vicino agli ambienti e ai problemi del nostro tempo, e il linguaggio, emancipato e crudo, provocatorio e anticonformista, fin quasi al turpiloquio (un linguaggio, appunto, da riformatorio). Che in realtà è proprio quello che sentiamo ogni giorno e che un po’ tutti utilizziamo. Perché le favole classiche, che si continuano a ripetere sempre uguali, coi loro antiquati stereotipi, «sono piene di luoghi comuni che ti sviano da una comprensione corretta della realtà», come dice il fennec alla gazza. Talvolta le favole classiche si basano su certezze che non ci sono più, su stili di vita ormai obsoleti, e quindi potrebbero essere persino fuorvianti, ingannevoli, addirittura diseducative. Tanto che alcuni celebri personaggi delle fiabe preferiscono migrare in romanzi più recenti e reali, come i romanzi noir. È ciò che accade a Pinocchio, nella “Favola dei personaggi di favole famose che un bel giorno hanno voluto lasciare la propria favola per trasferirsi in un noir”. Questa favola, che è collocata come ultima, è in qualche modo emblematica, una vera chiave di lettura dell’intera raccolta. Pinocchio, infatti, è stanco di dover fare sempre le stesse cose da più di cento anni, di avere a che fare sempre con gli stessi personaggi (ormai datati nei modi e nel linguaggio) e con le stesse situazioni (ormai decisamente superate). Decide allora di fuggire dalla favola di Collodi per entrare in un romanzo noir (seguendo l’invito del Gatto e della Volpe, che hanno già fatto questo passo prima di lui). Perché «il noir sembrava più realistico, sembrava in grado di trasformare le cose losche che avvengono negli stati contemporanei molto meglio dei vari quotidiani». Inoltre nei noir si guadagnano soldi col traffico degli stupefacenti e le donne fanno sesso, addirittura si può guadagnare col mercato della prostituzione. Altro che la Fata Turchina, che non ha più niente di reale, o il Grillo Parlante, legato a principi obsoleti che nessuno è più disposto ad ascoltare. E allora, una favola dopo l’altra, personaggi tradizionali si trovano a vivere situazioni attuali, realistiche, magari crude ma vere. Lupi sfrattati o con la pensione  minima, che non basta per mangiare, alci disoccupate che si ammalano di depressione, Raperonzolo rapito dalla jihad agroalimentare, un gattino che voleva diventare il gatto con gli stivali ma non ha i soldi per gli stivali, una pecorella smarrita e un lupo emarginato, una vecchia cicogna che ha sviluppato un tale «sentimento dell’estrema tragicità dell’esistere» che per risparmiare lo straziante dolore della vita decide di sopprimere le creature prima della nascita. 

E non manca la morale: ogni favola ha qualcosa da insegnarci, e per giunta qualcosa di attuale, legato ai nostri giorni e espresso con il linguaggio corrente, non con quello dei tempi di Esopo o dei fratelli Grimm o di Collodi. Un esempio per tutti, sia per la morale che per il linguaggio: la favola dello struzzo che ogni volta che mette la testa sotto la sabbia viene inculato da qualcuno (sic), che lui ovviamente non riesce a vedere. Un linguaggio piuttosto crudo, ma di una chiarezza esemplare. E la morale è evidente, e realisticamente noir.

Gian Italo Bischi

Ettore Catalano, Un’infezione latente (Progedit 2020)

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Ettore Catalano, Un’infezione latente (Progedit 2020) prosegue la saga del commissario Tanzarella, già incontrato in Rosso Adriatico (2018) e Un mare di follia (2019). La vicenda si apre a Capodanno e si conclude intorno all’Epifania: e questa è già una valida ragione per acquistare e regalare questo volume durante le feste… 

Il romanzo è elegante, ben scritto e seducente sotto molti punti di vista. La scrittura morbida e raffinata, la denuncia sociale del razzismo e dell’omertà, l’approfondimento psicologico del narratore-protagonista sono alcune delle altre ottime ragioni per procurarsi subito questo gioiello del noir italiano. 

L’ambientazione ostunese ne fa poi una testimonianza linguistica e culturale suggestiva ed efficace, senza mai cadere nel folklore locale. Un elemento che contraddistingue l’autore, per i palati più fini, riguarda i numerosi riferimenti letterari: troviamo Melville e Pavese, Manzoni e Borges, senza mai cadere nello sfoggio erudito, ma come silenziosi e saggi compagni di un’avventura che – al di là delle indagini, della scena del crimine e degli interrogatori –  sconfina spesso nella riflessione esistenziale e in un rimuginare senza sosta contagioso e fecondo.

Da non perdere. Aspettando il prossimo.                                                                                                      (a.c.)

ULTIME NEWS SU JACK THE RIPPER

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GIADA TREBESCHI, LA BESTIA A DUE SCHIENE, GÜNZBURG, OAKMOND PUBLISHING, 2020

Fra i tanti pregi di questo romanzo, c’è anche quello di aver messo se non al centro quanto meno in evidenza sir Melville Macnaghten, che si occupò realmente del caso di Jack lo Squartatore ma che film, racconti e romanzi sul serial killer inglese che nel 1888 uccise e mutilò il cadavere di cinque (o forse sei, o forse sette) prostitute avevano sempre lasciato da parte. Complice Johnny Depp, che lo ha interpretato in From Hell – La vera storia di Jack lo Squartatore, il detective che spesso si trova legato all’assassino vittoriano è l’ispettore Frederick George Abberline, che era di certo molto dissimile fisicamente dall’attore americano. Macnaghton, in realtà, assunse le funzioni di vicecommissario capo di Scotland Yard dopo gli omicidi di Whitechapel ma in un memorandum indica tre possibili colpevoli: Druitt, un giovane studente di medicina che si suicidò pochi giorni dopo l’ultimo omicidio, e due immigrati ebrei, Ostrog e Kosminski, che gli ultimi studi relativi al DNA trovato su uno scialle appartenuto a una delle vittime confermerebbero come l’assassino. In questo romanzo Macnaghten chiede al suo amico Duncan Primrose, nobile scozzese ossessionato da un amore contrastato, di indagare su un attore sospettato di essere Jack lo Squartatore. È appunto Duncan il vero protagonista della vicenda, un detective per noia e passione che a poco a poco si lascia coinvolgere dall’inchiesta.

Il romanzo non rispetta sempre i fatti storici, ma perché dovrebbe farlo? È importante e ammirevole che siano perfettamente salvaguardati l’ambientazione dell’epoca e la mentalità del periodo, e rappresentata con precisione la contraddittoria e affascinante società vittoriana che si muove sullo sfondo. La trama, per esempio, prende le mosse da uno dei più interessanti episodi avvenuti durante gli omicidi, riportata fra gli altri da Donald Rumbelow: a Londra, nell’agosto 1888, andava in scena la versione teatrale dello Strano caso del dr Jekyll e di mr Hyde, nel quale il giovane attore Richard Mansfield stava riscuotendo un enorme successo per la sua sensazionale interpretazione del protagonista, in particolare per la sua stupefacente trasformazione. Quando iniziarono i delitti, il 31 agosto dello stesso anno, a Scotland Yard iniziarono a giungere molte lettere che indicavano possibili sospetti. Fra i tanti vicini di casa e nemici personali accusati di essere lo Squartatore, una lettera indicava come assassino proprio Mansfield, dato che la sua interpretazione era talmente verosimile da dover necessariamente essere ispirata a una sua ossessione personale. In La bestia a due schiene, l’attore accusato da una lettera anonima è impegnato invece in una rappresentazione di Otello, e la frase che dà il titolo al romanzo è tratta dalla tragedia shakespeariana dove Iago la usa volgarmente per indicare l’atto sessuale. Il dramma di Shakespeare è particolarmente adatto per indagare sulla vicenda: come sempre, in un caso di cronaca che colpisce l’opinione pubblica, quel che è interessante non sempre è l’identità dell’assassino, ma il modo in cui il delitto o i delitti mettono in luce angosce e incertezze private e collettive, esattamente come accade nel romanzo. Otello è un’opera in cui i personaggi non sono ciò che sembrano o che si scoprono diversi da come pensano di essere. Nessuno è del tutto innocente e tutti i personaggi sembrano in qualche modo costretti a fare i conti con quel lato oscuro della sessualità rappresentato dall’immagine della bestia a due schiene che dà il titolo all’opera. Non è innocente nemmeno il protagonista, nobile annoiato e ossessionato, un po’ eroe wildeano e un po’ Sherlock Holmes con qualche tocco dei personaggi stevensoniani, che potrebbe essere un personaggio seriale ideale, dato che per quel che lo riguarda molte cose restano in sospeso alla fine del romanzo. E anche perché i delitti, reali e narrativi, nel periodo tardo-vittoriano sono così numerosi che il nostro Lord Duncan Primrose ha solo l’imbarazzo della scelta fra quelli che necessitano della sua competenza come investigatore.

Gino Scatasta, Prof. di Letteratura inglese, Università di Bologna

OttO di Michela Monti – Triskell 2020

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OttO di Michela Monti (Triskell 2020) non è solo, come riportato in copertina, “la conclusione di una saga appassionante”; è anche e soprattutto un romanzo tenero e feroce sul post-umano, sulla responsabilità, sulla disabilità vera o presunta che percepiamo come a-nomalia, a-normalità, dis-umanità. La protagonista che si risveglia dopo un lungo coma rientra nella tradizione utopica/distopica del ritorno alla vita di veglia dopo un’esperienza straordinaria, e straordinario è il plot che ci attende, indipendentemente dai due romanzi precedenti. Succede una cosa curiosa – ho provato a rileggere i due volumi precedenti, 83500 (2012) e M.T.V.M. (2019), e mi sono resa conto che la trilogia funziona anche così – giuro, provare per credere. Quindi: un volume di cui non si può fare a meno se avete già letto gli altri due, ma anche da cui si può agevolmente iniziare la saga, continuando poi con gli altri due. La storia si rigira infatti su se stessa a spirale, avvolgendo il lettore fra le sue spire e facendoci compiere ogni sorta di acrobazia, in un continuo altalenare di fughe, prigionia, disgregazione e ricomposizione. Uno studio, in definitiva, sul nostro presente, su quello che forse ci aspetta, con un risvolto poetico e crudele insieme sulla maternità, sul femminile, sull’amore, sul pregiudizio e sull’amicizia. Tutto in salsa noir, noirissima. (a.c.)

LA BUGIARDA di Hannelore Cayre

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Splendidamente tradotto da Tiziana Prina, è il nuovo nato delle Edizioni Le Assassine    un romanzo pluripremiato, da cui è stato tratto un film con Isabelle Huppert; acido, arguto e “nerissimo” dalla prima all’ultima pagina, tanto da ricordare a tratti la grandissima Patricia Highsmith. Un incalzante racconto in prima persona che non lascia pause ma connette in una danza vertiginosa Baudelaire e Proust, Audrey Hepburn e Louis Armstrong, l’insalata Miami e la cannabis, un cane capace di sorridere e i creazionisti. Leggendolo, impareremo molto sulla sinestesia bimodale e sui biscottini all’arancia… e non solo. Da non perdere. 

a.c.

HANNELORE CAYRE

Il campione e l’alchimista di Marco Travaglini

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 Marco Travaglini, Il campione e l’alchimista, youcanprint, maggio 2020, 100 pp., 11€

 Giuseppe Balsamo, meglio noto come Conte di Cagliostro, alchimista e culture di arti magiche del Settecento, si ritrova catapultato nel XX secolo dove stupisce ancora il grande pubblico come illusionista dallo sguardo fascinatorio. In realtà è un segreto collaboratore dei servizi segreti americani, che gli affidano un’importante missione in Italia: deve convincere un famoso skipper, caduto in depressione per un infortunio che l’ha allontanato dalle gare, a riacquistare fiducia in se stesso per poter partecipare a un’importante azione in mare, presso la base NATO alle pendici del monte Conero. 

È così che una storia di spionaggio si mescola con la descrizione di metodi per l’autostima basati su concetti di psicologia, psicanalisi e filosofie orientali, e anche con salutari escursioni che, partendo da Riccione dove lo skipper insegna a futuri velisti, arriva nei luoghi più suggestivi del Montefeltro, da (ovviamente) San Leo fino a San Marino e Mondaino, attraverso Sassocorvaro, Furlo fino ai monti Sibillini. Il tutto con immagini e dettagliate descrizioni dei luoghi. Tanti diversi percorsi tra storia ed ecologia, non solo della natura ma anche della mente grazie alle pause di meditazione yoga corredate da apposite schede con disegni che suggeriscono meditazioni e ispirazioni trascendentali. 

Tante cose in un breve romanzo, che si presta a diversi livelli di lettura come suggerito nella prefazione di Fabio Filippetti ed Elsa Ravaglia. Un metodo efficace per propinare contenuti di vario genere in un contesto narrativo, insomma un saggio (o più saggi in questo caso) organizzato in forma di storytelling. Forse con qualche piccola forzatura e un tono a tratti un po’ didascalico.

L’ombra del passato, Stefano Sciacca (Mimesis, 2020)

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Torino, il dopoguerra, il jazz. Siamo già intrigati. Se c’è una nota che stride è il titolo – che per gli affezionati del noir ricalca in maniera troppo evidente quello del cult L’ombra del passato (titolo originale Murder, My Sweet), film diretto da Edward Dmytryk nel 1944 e ispirato al romanzo Addio, mia amata di Raymond Chandler (1940). Ecco, se questi sono i numi tutelari di Sciacca (che già si è cimentato in due romanzi e nel saggio Prima e dopo il noir) non possiamo che sottoscrivere. Però non c’era bisogno, davvero, di usare lo stesso titolo. Così come di chiamare un personaggio Cairo (cfr. Il falcone maltese). Detto questo, il romanzo è interessante, perché rivela da un lato la passione dello scrittore per un genere da cui evidentemente è affascinato, e in questo non possiamo che sostenerlo; dall’altro, perché emergono nella sua prosa elementi originali che, quando Sciacca taglierà il cordone ombelicale con i Padri Fondatori, speriamo possa rivelarsi in tutta la sua forza. Ne elenco qualcuno: una prosa spezzata (come il jazz), con una punteggiatura vertiginosa che ricorda quella di Ilvo Diamanti, un buon equilibrio fra dialoghi e descrizioni. E poi: un investigatore privato che si chiama Artusio; il Borsalino e le sigarette Nazionali. Bene, aspettiamo il prossimo caso.

a.c.

rosso adriatico e un mare di follia: DUE GIALLI DI ETTORE CATALANO

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Ettore Catalano, già professore ordinario di letteratura italiana presso l’università degli Studi del Salento, e autore ben noto di testi accademici, non manca di stupire con due ottimi romanzi giallo/noir di ambientazione mediterranea: Rosso Adriatico (2018) e Un mare di follia (2019), entrambi usciti per le edizioni Progedit di Bari. Protagonista è il commissario Donato Tanzarella, che lavora a Ostuni e sfoggia una notevole cultura, spaziando nelle sue conversazioni da Pirandello a Stevenson – mentre il Questore, colpevolmente assai, non ha mai letto nemmeno un libro di “Sciascia Leonardo”. Se la prima indagine si dipana tra medici di chiara fama e trafficanti slavi, la seconda vede in prima linea gli ambientalisti impegnati contro le trivellazioni petrolifere: due testi intelligenti, ben scritti, convincenti sotto tutti gli aspetti, ed estremamente sottili nella loro lucida percezione delle “forme sgrammaticate del mondo contemporaneo di cui il paradigma indiziario è solo superficiale descrizione.”

Da non perdere.

a.c.

Morte al PalaMolza di Roberto Roganti

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Morte al PalaMolza. La terza indagine dei 5 x 1 _ 6 

Roberto Roganti (Edizioni Il Fiorino, Modena 2020)

Ho incrociato i primi due romanzi di Roganti (Morte al Villaggio Giardino e Morte al Lido delle Nazioni) un po’ per caso, e dopo una prima occhiata è partita la seconda. E all’arrivo del nuovo nato, è giunto il momento di una segnalazione.

Non è il noir mediterraneo di Camilleri, neanche il post-hard boiled della scuola di Milano o di Bologna; non sarà candidabile allo Scerbanenco, ma vogliamo dedicargli la nostra terza occhiata?

L’azione si svolge a Modena e dintorni – anche se si spinge fino a Comacchio. Un’Emilia noir, dunque, su cui regnano sovrani gnocco fritto e tigelle, lambrusco e modi di dire deliziosamente dialettali – un caso brigoso, una bega, il soffoco… la trama si snoda fra citazioni di Guccini e della Vanoni, tavolate di genitors e cannoli con la crema, partite maschie di pallamano e personaggi dai nomi più assurdi – Foca, Frigo. 

Come lettrice, sono spiazzata dall’intensità che Roganti raggiunge con la semplicità disarmante dello scrittore amatoriale. Mancano perfino i numeri delle pagine nel libro, che peraltro non può certo contare sulla grande distribuzione.

Detto questo: la lettura è piacevole, snella, divertente. Luoghi e persone sono ben delineati, e l’indagine convincente.

Non sarà facile trovarlo, ma se ci riuscite, questo libro vi terrà una buona compagnia.

a.c.

Rapkoka di Gianluigi Schiavon

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Ci sono scrittori che scelgono il noir come via breve al successo. E che poi, una volta scoperto il filone, ripetono la formula senza raggiungere più l’eventuale originalità del primo tentativo. Di sicuro Gianluigi Schiavon non è tra questi. 

Rapkoka, “viaggio sentimentale attraverso cinque delitti” (Giraldi Editori 2019) rimette in scena il commissario Lucien Bertot (già conosciuto ne La fuga (2015) in una nuova quest che lo vede accanto al figlio. Non sarà un caso: Schiavon, anni fa, era impegnato in prima linea a difendere la categoria dei padri separati (Il bambino del mercoledi, 2008). E lo fa con uno stile impeccabile che oscilla dall’hard-boiled alla poesia – e neanche questo è un caso: Schiavon è autore dell’efficace Colpi bassi (sul ring e nella vita) (2012) ma anche del suggestivo e fiabesco A Bologna c’era il mare (2016).

Insomma, ci troviamo di fronte a un enigma: stiamo parlando dell’ennesimo giallo-noir, o stiamo parlando di uno scrittore che, piano piano, sta entrando nella Letteratura italiana? Le due cose, ovviamente, non si escludono.

Ma poiché siamo Urbinoir, limitiamoci al noir.

E questo è un noir straordinario. Abbiamo un poliziotto irriverente che si commuove. Abbiamo metafore alla Chandler. Abbiamo un’introspezione psicologica stringente, una capacità vertiginosa di sintonizzarsi col lettore e non lasciarlo più andare. Alla fine del primo capitolo, siamo già acchiappati.

Il romanzo si snoda tra Francia, Oslo e Londra. Anche questo ci dà un istante di sollievo. Scusate l’eresia, ma non cominciate un po’ a stancarvi del noir mediterraneo, dei noir ambientati per forza nelle città italiane?

Chi conosce Schiavon, ha la fortuna di poter leggere il libro immaginando di ascoltarlo letto da lui, con la sua voce e il suo accento lievemente (piacevolmente) bolognese, col suo sorriso contagioso che fa autoironia una riga sì e una no. (Schiavon non ha idea del suo talento. O forse sì, ma la sua modestia lo sovrasta. Speriamo che se ne accorga qualcuno. Noi, ce ne siamo accorti.) Chi non lo conosce, può cominciare dal libro che vuole. Non è obbligatorio mettersi in pari con La fuga, ma se leggete questo, poi cercherete anche quello. E viceversa. Perché amiamo Bertot. Perché siamo tutti Bertot.

a.c.