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Dimentica la notte – una nuova indagine per Noelia Basetti

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la copertina del libro di Sara Ferri

Il mare è un richiamo potente per chi conosce la sua voce fin dalla nascita. Questo suono, così rilassante nella sua ritmicità, può sembrare uguale in ogni parte del mondo, ma non è così. A Rimini, dove la sabbia è più pesante e la spiaggia più ampia, il lento oscillare delle onde si percepisce distante, soprattutto sul lungomare che, dal Molo di Levante, porta a Bellariva, dove le scogliere sono perpendicolari alla costa. Nei giorni in cui il vento che dà il nome al molo di Rimini soffia forte, le onde arrivano sul bagnasciuga con prepotenza, coprendo le prime file di ombrelloni. In quei giorni, durante l’inverno, l’odore del mare è così potente da inebriarti, arrivando a impregnare i tessuti dei vestiti stesi ad asciugare all’aperto.
Quell’odore salmastro e salato che io sento nelle narici fa parte di me da che ho memoria. (…)

Prendo in prestito questo passo da Sara Ferri per due motivi:

mi sembra un punto di partenza perfetto per parlare del suo nuovo romanzo – Dimentica la notte, ambientato proprio a Rimini – e dimostra concretamente il talento di questa brava scrittrice che, nella sua seconda opera ci dà una prova più ampia delle sue capacità.

Dimentica la notte è il seguito di Caldo amaro e racconta una nuova avventura di Noelia Basetti. Dopo i fatti di Pesaro, Noelia si è trasferita nella vicina Rimini. Ora ha una nuova vita e un nuovo lavoro, ma si troverà nuovamente coinvolta nelle indagini su una serie di efferati crimini che hanno sconvolto la quiete della città.

Preferendo lasciare ai lettori il piacere di scoprire da soli il resto della storia, vorrei concentrarmi invece sulle impressioni che la lettura mi ha lasciato.

Seguendo il dipanarsi delle vicende, ho avuto la sensazione che, rispetto al suo primo romanzo, l’autrice si sia presa più tempo:

più tempo per raccontare, più tempo per sviluppare una trama complessa, più tempo per descrivere le situazioni, più tempo per parlarci dei suoi personaggi e del loro vissuto interiore. Dimentica la notte ha, secondo me, un respiro più ampio rispetto al suo predecessore e ripropone tutto ciò che avevo apprezzato in Caldo amaro, migliorandolo considerevolmente.

Ho ritrovato, prima di tutto, una storia avvincente e ricca di colpi di scena, scandita da una buona dose d’azione e da un ritmo serrato ma equilibrato. Di nuovo, Noelia e i suoi colleghi riflettono cercando di capire cosa sta succedendo, ma passano all’azione davvero molto rapidamente perché, si sa, in un’indagine non c’è un minuto da perdere. Anche qui l’autrice è abilissima nel tenerci sulle spine e nel farci percepire il ticchettio delle lancette senza però affrettare troppo la narrazione.

Ho ritrovato Noelia Basetti e mi ha fatto piacere vedere che, nonostante quel che ha passato a Pesaro, è in ottima forma. È un po’ cambiata e più matura, ma fondamentalmente il suo animo dolce e spigoloso è sempre lo stesso. Si trova ancora alle prese con una vita complicata e a volte pericolosa ma non è per nulla intenzionata a darsi per vinta. Per fortuna, stavolta può contare anche sull’aiuto di tanti nuovi colleghi, alcuni dei quali particolarmente azzeccati, che mi piacerebbe veder diventare delle presenze fisse di un universo in espansione.

Ho ritrovato la freschezza dello stile di Sara Ferri, che ci regala una narrazione piacevole, arguta, ironica e costellata di tante piccole raffinatezze, tocchi di realismo spesso “dimenticati” negli ambienti del “giallo. Tanto per fare un esempio, a un certo punto di questa storia, ci ricorda che zoomando sulle immagini a bassa risoluzione di un filmato di Youtube ripreso con un cellulare, non sempre compare per magia il volto nitidissimo del colpevole… piuttosto la telecamera sgrana i dettagli e ci si ritrova a osservare un ammasso di pixel indistinti! Un plauso a Sara per averci riportato un po’ con i piedi per terra, abituati come siamo a vedere tecnologie d’indagine da fantascienza, infallibili quanto irreali.

Tirando le somme, direi che Dimentica la notte è un romanzo eccellente, che conferma ampiamente le buone premesse di Caldo Amaro e alza l’asticella, mostrando l’ottimo potenziale dell’autrice.

Giovanni Ballarin

Il crimine come processo comunicativo di Giacomo Buoncompagni

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GIACOMO BUONCOMPAGNI, FORME DI COMUNICAZIONE CRIMINOLOGICA. IL CRIMINE COME PROCESSO COMUNICATIVO (ARAS, FANO 2018)

Un libro che, in quarta di copertina, riporta una celebre citazione di Arthur Conan Doyle, non può non avere il mio plauso a prescindere. Aprendo poi il volume, e scorrendo le pagine, si ha una seconda piacevole sorpresa: il saggio non solo analizza il comportamento criminale come forma di comunicazione, ma si addentra nei meandri delle nuove tecnologie digitali, delle serie tv, della spettacolarizzazione mediatica, della prevaricazione sull’Altro come forma deviante di salvezza individuale e collettiva, fino a parlare di sette, del sexting, dell’ ’inconscio digitale”, di “estimità”. E di tanto altro ancora. Un libro che non può mancare sulla scrivania del criminologo, dell’educatore, del genitore, e che non po’ non fare gola a chiunque si interessi ai processi di comunicazione e di relazione, alle dinamiche odierne dell’investigazione, alle strategie per affrontare le differenze fra diverse culture. (a.c.)

CACCIA ALL’UOMO IN CALDO AMARO DI SARA FERRI

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Ho scoperto “Caldo Amaro” per caso e l’ho letto attirato dal fatto che è ambientato a Pesaro, la città in cui sono nato e cresciuto. Ero curioso soprattutto di vedere che effetto mi avrebbe fatto riconoscere le strade e i luoghi della mia città tra le pagine di un romanzo, inoltre, volevo scoprire in che modo, nella mia città (uno dei tanti proverbiali piccoli centri di provincia in cui “non succede mai niente”) la trama di un romanzo giallo avrebbe potuto nascere e dipanarsi.

“Caldo Amaro” risponde a queste domande in maniera eccellente, accompagnando i lettori in luoghi che i pesaresi conoscono bene e descrivendo in maniera fedele quello che, secondo me, è lo spirito della città e dei suoi abitanti. Nei personaggi di Sara Ferri ho infatti riconosciuto molto bene il carattere, la mentalità e i modi di fare dei miei concittadini, ritrovando tante piccole sfumature che chi abita da queste parti (me compreso), nel bene o nel male, si porta dentro.

Tuttavia, queste sensazioni passano gradualmente in secondo piano e questo genere di dettagli viene sapientemente sfumato per dare più spazio spazio a una storia avvincente e ai personaggi che la vivono.

Facciamo così la conoscenza di Noelia Basetti, ventotto anni, biologa, che si trova coinvolta nelle indagini sull’omicidio di una ex-compagna di classe quando il laboratorio di analisi per cui lavora viene scelto dalle autorità per i rilevamenti. A causa dei suoi legami con la vittima, per Noelia la ricerca dell’assassino diventerà ben presto una questione personale, come anche un’occasione per affrontare un passato scomodo, segnato da tanti problemi lasciati in sospeso troppo in fretta.

Il canovaccio, direi allora, è un vero e proprio classico: la protagonista affronta una serie di peripezie in uno spinoso percorso di evolutivo che la porterà a cambiare sé stessa e il proprio presente. Mettiamoci anche il fatto che si tratta di un personaggio un po’ “antipatico”, di quelli con cui, almeno all’inizio, non è semplice familiarizzare, e il gioco è fatto.

Dove sta allora il bello? Dov’è la forza di questo romanzo?

Secondo me il bello sta nel fatto che la narrazione ha un buon ritmo e riesce a coinvolgere il lettore (pesarese o meno) fin da subito. Praticamente, non ci sono tempi morti. I personaggi sono sempre in movimento e trasmettono concretamente la sensazione che in questa caccia all’uomo non ci sia davvero un minuto da perdere. Dunque, i protagonisti agiscono, si sporcano le mani senza tanti problemi e giocano a un gioco pericoloso, con tutte le conseguenze del caso.

Ho parlato di una protagonista “antipatica”. In effetti, personalmente, credo proprio che farei fatica ad avere a che fare con Noelia Basetti se la frequentassi, tuttavia mi è piaciuta perché la sua non è un’antipatia banale o portata all’eccesso: non si tratta di uno di quei personaggi ruvidi, scontrosi o esplicitamente sgradevoli che sono tanto popolari ultimamente, né nasconde qualità eccezionali o chissà quali problemi che, in qualche modo, ci porterebbero a giustificare il suo modo di essere. Semplicemente, come tanti, è figlia di una vita normale (con i suoi alti e bassi) che l’ha portata a essere quello che è e vive una situazione di cui, come tanti, non è soddisfatta ma che fa fatica a cambiare.

Essendo più o meno un suo coetaneo e vivendo nel suo stesso ambiente, posso dire però che in un certo qual modo la capisco perché ho vissuto e vivo in prima persona, tutti i santi giorni, tanti dei suoi dilemmi personali. Questo la rende, secondo me, un personaggio “vivo” che funziona piuttosto bene. Ci sarebbe da dire che, per contro, i comprimari sono un po’ più bidimensionali e vivono piuttosto di luce riflessa, ma penso che, alla fin fine, facciano decorosamente il loro mestiere.

Tirando le somme, quindi, direi che si tratta di un romanzo avvincente, ben scritto e gestito col giusto equilibrio, che va dritto al sodo nei tempi giusti senza lasciare niente per strada. Da provare senza ombra di dubbio.

Tra l’altro, di recente è uscito il nuovo lavoro di Sara Ferri, “Dimentica la notte” (Alter Ego, 2018) e sinceramente non vedo l’ora di scoprirlo.

Giovanni Ballarin

BANNING SHERLOCK IN AMERICAN CLASSROOMS

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TWISTING FACTS TO SUIT THEORIES: BANNING SHERLOCK IN AMERICAN CLASSROOMS

On November 23 we had the pleasure of meeting Professor Alicia Defonzo from Old Dominion University, VA. The conference was held in Palazzo Battiferri at 9 A.M. She presented a very fascinating Presentation about the sterilization of literature in United States, analyzing one of the most famous cases of literary censorship against Sherlock Holmes on religious grounds. US courts have banned this book because it is considered to be unsuitable for children as it gives negative representations of the Mormon faith and covers serious issues such as mental disorder. However, students are struggling to get free access to information: if a novel is unorthodox or unpopular doesn’t mean it doesn’t have value. According to Mrs. Defonzo, a student has the right to read and to learn from any type of book, especially considering that nowadays young people in the US are losing interest in reading. 

I admired how fiercely she introduced this topic to the audience and I think she has a point: knowledge might scare sometimes, but shouldn’t we be more afraid of ignorance instead?

Laura Palermo

Click on the following link to read the Presentation of Professor Alicia Defonzo

Gian Italo Bischi su “La Costante” di Elena Liguori

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Eric Hartway, celebre fisico candidato al Nobel, e Natalia, una giovane dottoranda in astrofisica in procinto di iniziare un promettente lavoro, vengono uccisi in circostanze misteriose al CERN di Ginevra. I due si erano incontrati la sera prima, durante la cerimonia per celebrare i dieci anni dalla scomparsa del professor Ferrante, l’astrofisico di cui Eric era stato allievo prediletto. L’avvenimento, e le conseguenti indagini della polizia, sconvolgono la quiete del centro di ricerca diretto da Fabiola Gianotti (unico nome reale che compare nel romanzo). Difficile stabilire cosa accomuni le due vittime, l’unico dato che emerge è che hanno avuto un’infanzia difficile che in entrambi ha lasciato inquietudine e difficoltà nei rapporti con gli altri. Le indagini condotte dal giovane commissario Filippo La Roche, figlio d’arte con complessi di inferiorità rispetto al padre che ha ricoperto lo stesso ruolo prima di lui, sembrano inizialmente infruttuose, tanto che i giornali non tardano a mettere in luce la sua inesperienza. Ma riceverà un aiuto inaspettato, tenendo fede a una delle considerazioni (tipicamente postmoderne) che Natalia propone all’inizio del romanzo “…il successo e l’insuccesso non dipendono dal nostro impegno e dal nostro lavoro, sono solo il frutto del caso. Una singola variabile può compromettere l’intera equazione”

Questo romanzo di esordio di Elena Liguori, classe 1988, campana di origine e ora giornalista a Milano, è avvincente e convincente. Ogni personaggio viene introdotto con una giusta dose di introspezione psicologica fondata sui problemi dell’infanzia, che ne giustifica atteggiamenti e comportamenti. La trama ricca di colpi di scena, la prosa scorrevole ed essenziale.

 Elena Liguori, “La Costante”, Il Ciliegio, 2017, 12 €

Gian Italo Bischi

Quattro romanzi editi da Fanucci

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Marco Apolloni, Senza moscioli ne’ pistole 

Jonathan Arpetti e Christina B. Assouad, Leopardi si tinge di nero 

Mauro Baldrati, Io sono El Diablo

Giovanni Sechi, Il sesto indizio

Un poker d’assi questi quattro romanzi editi da Fanucci Neroitaliano (2018) con quarte di copertina firmate da autori doc quali Valerio Evangelisti e Valerio Varesi. Se Apolloni predilige la costa marchigiana come scenario e il diario come forma narrativa,  Arpetti e  Assouad tornano sulla scena del crimine (dopo Delitto dietro le quinte, 2017) tratteggiando i luoghi leopardiani, mentre Baldrati percorre l’Europa e Sechi sceglie un gruppo criminale del nord Italia. C’è ne per tutti i gusti, e le storie sono ben scritte e avvincenti. Un solo dubbio … riuscirà Fanucci a mantenere il livello di qualità e varieta’ ? Ai lettori e ai critici, e non ai posteri, l’ardua sentenza…

(a.c.)

Gli studenti di Lingue incontrano il noir con Massimo Locatelli

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Il 27 ottobre 2017 si è tenuto un incontro a Palazzo Battiferri tra gli studenti di Lingue dell’Università di Urbino e Massimo Locatelli, docente di cinema ed esperto di noir, che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo Psicologia di un’emozione. Thriller e noir nell’età dell’ansia. In questo volume egli illustra come le emozioni siano qualcosa di radicato nelle pratiche di consumo contemporanee, specificando che l’ansia non è strettamente uno stato psicologico, ma uno stato d’animo in cui ci troviamo e che viene alimentato da determinati fattori, in questo caso generi cinematografici come il noir e il thriller. Studiando queste narrazioni (definite da Locatelli “narrazioni audio-visive criminali e investigative moderne”), è possibile realizzare uno “studio culturale delle emozioni”, tenendo in considerazione che, quando proviamo paura ed ansia, mettiamo in atto dei processi di proiezione e immedesimazione.
Sulla base di questi concetti, introdotti dalla professoressa Alessandra Calanchi nella lezione precedente all’incontro, gli studenti hanno potuto affrontare l’incontro in maniera più consapevole ed hanno apprezzato molto il fatto che si sia parlato anche di serie televisive che essi stessi seguono, come ad esempio True detective, in modo da permettere loro di avere un riscontro diretto dei concetti che il professor Locatelli ha messo in luce. In particolare, si è partiti da un confronto tra due serie televisive, la sopracitata True detective e Don Matteo, che, pur essendo molto diverse, hanno due elementi in comune: il meccanismo della serializzazione e il thriller, cioè la presenza di musiche ed atmosfere che trasmettono ansia. Il thrilling, infatti, è caratterizzato dal mistero, dall’investigazione, dal senso perenne di ansia, di tensione unitamente alla suspense, all’attesa. La tensione è considerata uno stato di insicurezza, di non tranquillità, legata al fatto che non si conosce cosa accadrà, ed è un campo di cui si occupano le neuroscienze: attraverso specifici strumenti tecnologici, infatti, è possibile misurare le nostre reazioni complessive a determinate scene.
Locatelli ha anche fatto riferimento a quello che viene definito “sistema della cura”, cioè il sistema della relazionalità, che è di fondamentale importanza nel cinema perché permette di creare emozioni nello spettatore attraverso quelle provate dal personaggio: si parla per questo di “carica patemica”, la quale complica un po’ la narrazione, ma è fondamentale per creare la profondità dei personaggi.
Il noir nasce negli anni ’30/’40, rendendo il thriller classico ancora più complesso, grazie ad un’ulteriore dimensione patemica: vi è infatti una carica passionale che si lega all’elemento del mistero, ed i personaggi sono caratterizzati da difficoltà decisionali ed emozionali (un esempio è la “dark lady”).
Dagli anni ’80 in poi, e ancor più oggi (dove, secondo Locatelli, l’universo investigativo e criminale ha un ruolo centrale), il noir è diventato più complesso, poiché gli spettatori odierni sono più ‘esigenti’, pretendono uno specifico ‘mood’: ciò che crea tensione è la penombra, il chiaroscuro, che non è semplice da realizzare. Da ricordare è sicuramente il personaggio di Rodolfo Valentino, lanciato nel 1920 e divenuto la base per tutti i personaggi di questo tipo, dalla psicologia incerta.
Dal 1941/42 si cominciò a costruire un mondo chiaroscurizzato: da questo punto di vista è emblematico il film La signora di Shanghai (1947), di Orson Welles, con molte scene di contrasti tra chiaro e scuro, girate anche all’esterno degli studi. Particolare attenzione merita la scena finale del film, che mostra il gioco degli specchi, tipico del thriller: la tensione si crea perché, in mezzo a tantissimi specchi che riflettono l’immagine del personaggio, non si comprende quale sia quella vera.
Da notare è che questo percorso di evoluzione di tecniche, che viene incontro al nostro registro emotivo, si verifica anche nella televisione, e che la maturità del chiaroscuro viene raggiunta negli anni ’80.
L’incontro si è concluso con molte domande poste dagli studenti, che hanno molto apprezzato sia la sua modalità di svolgimento, poiché vi era la possibilità di intervenire e di rispondere a domande poste dal professor Locatelli, sia per l’argomento: è infatti interessante per noi, che siamo nati molto tardi rispetto alla nascita di alcuni generi cinematografici importanti, conoscere quale sia la loro storia, come si siano evoluti nel tempo, ma soprattutto apprezziamo il fatto che, attraverso incontri di questo tipo, ci vengano forniti degli strumenti importanti che ci permettano di analizzare i film che vediamo, comprendere gli stili di regia, le psicologie che si nascondono dietro ai personaggi.
Per concludere, voglio riportare una frase di Alfred Hitchcock che ho letto per caso qualche tempo fa e che mi è tornata in mente nel corso dell’incontro: “Nel film gli omicidi sono sempre molto puliti. Io mostro come sia difficile e che pasticcio enorme sia uccidere un uomo”.

Alessia Badassarri

CRONACHE DA GIALLOGARDA 2017

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Si è svolta il 14 e 15 ottobre nell’atmosfera calda e stimolante della Cantina Marsadri a Raffa di Puegnago sul Garda la nuova edizione del Festival GIALLOGARDA, che ha radunato grazie alla mitica Laura Marsadri scrittori, giornalisti, studiosi e un folto pubblico di lettori e lettrici appassionati di giallo. Fra un calice di “Pioppo Rosso” e un libro da sfogliare con curiosità, è stato possibile toccare con mano la qualità non solo dei vini (molto alta!) ma anche delle opere letterarie, sia quelle in gara (quest’anno nella sezione inediti vinta dal L’autista di Dio di Giada Bredeschi) sia quelle in esposizione. E’ stato così che, accanto al mercatino di originalissimi ciondoli fatti a libro (l’artista è Ylenia Bagato) ho trovato alcuni romanzi molto interessanti e ne voglio segnalare soprattutto due, entrambi di Todaro Editore, giallissimi fin dalla copertina, aperta la quale si ha subito la conferma che si tratta di prodotti d.o.c.g.: la collana è infatti diretta da Tecla Dozio – l’inchino è d’obbligo. E’ infatti uscito in questa collana sia il bel libro vincitore della scorsa edizione di Giallogarda (sezione editi), Come bestie ferite di Luca Bonzano, sia il recentissimo I bambini di Escher di Paolo Pedote. “Questo è il suo primo noir”, avverte il bio-blurb in quarta di copertina, una frase che ha innescato la mia (scettica) curiosità. Sì, perché è facile etichettare un libro come ‘noir’, più difficile è mantenere la promessa. Invece, il romanzo di Pedote non tradisce le aspettative: è pur vero che pare attingere dalle serie tv inglesi e americane da Barnaby a Major Crimes (incesto, traffico di bambini, ecc.), ma l’atmosfera rarefatta, il ritmo incalzante, il labirinto di sottotrame e la fragilità dissimulata degli ‘eroi’ ci convincono subito. E’ vero, siamo di fronte a un noir, e lo dico alzandomi in piedi in segno di rispetto.  Ho amato soprattutto le frasi che risuonano con quelle dei grandi autori del noir (e con le similitudini del Maestro, Chandler) – “sapeva che quelli come lei tornano sempre” … “Era matematico, era l’unica certezza che aveva”… “come gli scarafaggi quando li illumini con la torcia” … “guardava silenzioso quel duetto, finto come i soldi del Monopoli” …  e ho adorato i quadretti amari che strappano un sorriso – l’islamico che sorseggia Coca Zero, la mozzarella avariata del discount, la tipica coppietta del centro commerciale, i baby-pirla, i cyber-poeti, i parkouristi e i graffitari. Un mondo fantasmagorico – che noi ben riconosciamo come la nostra realtà quotidiana – in cui si muove il protagonista, Nerone, noir fin dal nome: un uomo malato di “fuga dissociativa”, che cerca di ricostruire un passato troppo doloroso con l’aiuto di una psichiatra (anche qui non possiamo ignorare gli ammiccamenti a Memento e The Mentalist) e che a sua volta cerca di aiutare una poliziotta, anzi una “sbirra” che della dark lady è l’erede ibrido più interessante degli ultimi anni (forse persino della mia amata guerrera di Marilù Oliva). Nerone è la quintessenza del tough guy, l’ultimo distillato, o meglio quel che ne resta nell’attuale disgregazione identitaria e sociale: un duro la cui dolcezza emerge a tratti, come nella scena straordinaria in cui lui e un buttafuori di colore – più duro ancora di lui – parlano della defunta Alicia, tossica e depravata, con una rara delicatezza di cui la maggior parte dei maschi ‘perbene’ (nella letteratura e nella realtà) non sarebbe capace. Nerone non ricorda nulla e nessuno: la Shoah, Shakespeare, Leopardi, Sherlock Holmes – i quattro pilastri della nostra cultura occidentale o, di nuovo, di quel che ne resta – non gli dicono alcunché. Diventa così lui stesso tabula rasa, pagina bianca su cui Pedote scrive la sua storia. Il cui titolo è legato a una fotografia che a poco a poco si rivela essere il principale indizio – e il bandolo della matassa – della storia: Escher ci dice infatti non solo che la realtà è enigmatica ma che l’arte può rappresentare ciò che in natura è impossibile. Di qui la poetica implicita nel romanzo (che come avverte il narratore non è un romanzo di Ellroy), che fa l’occhiolino alla scena degli specchi ne La signora di Shangai di Welles ma anche all’Inquilino del terzo piano di Polansky, e anche in un certo senso all’assioma holmesiano secondo cui una volta eliminato l’impossibile quel che resta, per quanto improbabile, deve pur essere la verità. Ma il noir può davvero eliminare l’impossibile? O aspira piuttosto a inglobarlo, a farlo proprio per poi trascenderlo, pur nella sacrosanta esclusione del soprannaturale? Pedote ci regala un vero gioiellino che, forse, risponde a questa domanda.

a.c.

Laura Marsadri – La signora in giallo

Abyssus Abyssum invocat

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L’abisso invoca l’abisso è una storia scritta da Michele Bartolucci, violinista nonché bibliotecario dell’Università di Lingue a Urbino. La passione per la cultura, l’arte e la sua bella città sono state sicuramente le ragioni che hanno portato ad inscenare un delitto nella sua bella cittadina. La realtà urbinate è ritratta in un rapporto dicotomico tra il suo periodo rinascimentale e il chiacchiericcio di cittadina universitaria nel XXI secolo. Per gli amanti della città di Urbino sarà un piacere ripercorrere con l’immaginazione le stradine di ciottoli e le salite che portano alla Casa Natale di Raffaello, a Palazzo Baldani o alla Piazza. Per coloro che non l’hanno visitata, può essere uno stimolo a saperne di più su questa piccola società culturale. In questo racconto, Urbino viene ritratta quasi come uno spirito incombente, un guardiano che gelosamente custodisce tutti i vizi e i peccati di un giovane e bislacco “Duchino”. Giulia, una studentessa di storia dell’arte, nello svolgere una tesina si trasformerà in una detective improvvisata venendo a contatto con antichi archivi, preziosi reperti e lettere dallo stampo ducale. Assieme a Giulia, il filo conduttore della storia diventa un quadro raffigurante una misteriosa donna bellissima, Argentina. La scelta del nome rimanda alla donna carismatica e affascinate che “lanciò dardi d’amore”, divenendo oggetto del suo stesso peccato. Il quadro della donna riprende vita davanti Giulia, ripetendo inesorabile la profezia: “Abyssus abyssum invocat”. Alla fine del testo si rimane affascinati dalla quantità di informazioni condensate in appena 50 pagine di narrazione, che svelano al lettore gli intrighi sepolti sotto la stessa città. Personalmente, da studentessa e appassionata di storia dell’arte, ho apprezzato tutto il panneggio della storia che diventa un compendio tra scuola baroccesca, la coppia innamorata dei due giovani studenti e gli intrighi a Palazzo Ducale.

Daniela Cellini

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