Breve storia del romanzo poliziesco di Leonardo Sciascia

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Leonardo Sciascia
Con una introduzione di Eleonora Carta
Letteratura
Graphe Perugia 2022
Pag. 43 euro 6,50

Pianeta umano, da millenni. Occidente, da quasi due secoli. “La principale ragione per cui un pubblico vastissimo, in ogni parte del mondo, legge (sarebbe dir meglio consuma) romanzi polizieschi (“gialli” in Italia, “neri” in Francia: dal colore della copertina che gli editori Mondadori e Gallimard hanno scelto nel momento in cui il poliziesco diventava un genere a sé) …” potrebbe essere trovata in una frase di Alain rintracciabile nel Sistema delle arti (Alain era lo pseudonimo del filosofo e giornalista francese Émile-Auguste Chartier, 1858-1951), oppure in riflessioni di Marx e Freud, sintetizzabili in breve. “Nei romanzi del genere sono impiegati senza precauzione – senza la precauzione, cioè, che è dell’arte – dei mezzi che con notevole approssimazione si possono definire di terrore: e l’effetto è fuga di pensieri, meditazione senza distacco. La lettura di un poliziesco è, nel senso più proprio della parola, passatempo: il tempo non più portatore di pensiero o di pensieri, non più scandito da condizioni e condizionamenti, è come sommerso in una fluida e opaca corrente emotiva …”. Questo è l’incipit del ragionamento di Leonarda Sciascia sul settimanale Epocadel 20 settembre 1975, proseguito nel numero successivo e ripubblicato come saggio di una raccolta di scritti del 1998 (se ne possono rintracciare un paio di versioni quasi identiche). Con tale premessa Sciascia individua già all’interno della Bibbia il primo racconto poliziesco, ingredienti identici a quelli a lui contemporanei, per un genere le cui origini più vicine e precise possono essere anche tecnicamente distinte in Edgar Poe. La traccia di ragionamento è stata ribadita da decine di autori, recensori e studiosi in centinaia di pezzi, più o meno giornalistici, solo aggiornando i termini.
Il siciliano europeo Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) fu presto appassionato anche di letteratura di lingua angloamericana, avido lettore degli scrittori popolari e, tra essi, sia dei grandi del cosiddetto giallo classico di fine Ottocento e primi Novecento che degli autori della nuova scuola hard-boiled, a partire dal capostipite Dashiell Hammett, da cui poi il genere sarebbe divenuto anche noir per la carica di denuncia e di prefigurazione (propria anche di molti romanzi di Sciascia). L’autore è una lettura imprescindibile soprattutto per chi ama scrivere: si gode, si pensa e s’introietta pure uno stile chiaro e limpido. Nel 2021 sono stati numerosi i volumi, le mostre e gli eventi che gli sono stati dedicati in tutt’Italia per il centenario della nascita. Fra di essi possiamo considerare la riedizione di questo breve significativo testo giornalistico di storia della letteratura. Lo schema di ragionamento era un buon cliché già cinquant’anni fa, pur argomentato in modo colto e sincero: il poliziesco come genere minore di puro intrattenimento. Valeva e vale spesso come premessa alla disanima personale di cosa sia alta letteratura di pensiero, nel caso (non solo) di Sciascia come esperienza di scardinamento del genere e testimonianza di un “altro” modo di scrivere polizieschi. In realtà, la dialettica risale indietro (più o meno ai tempi della Bibbia) e merita di essere rivalutata a partire da Sciascia, come opportunamente fa Eleonora Carta nell’introduzione, nella quale l’autrice sottolinea come comunque Sciascia “celebra” il genere e, in qualche modo, “riabilita” la propria conseguente passione, forse anche per codificare regole che i propri gialli cercarono di sovvertire, scomporre, rovesciare. Nella sua “storia” Sciascia tratta Poe, Conan Doyle, Van Dine, Freeman, Agatha Christie, Hammett, Chandler, cita brevemente altri esemplari colleghi e ricorda, a contrasto, solo Greene, Bernanos, Gadda (e Borges) fra “i grandi scrittori” a lui recenti, “che, per divertimento o congenialità, hanno scritto dei gialli”. In fondo utile la cronologia della vita di Sciascia e l’indice dei nomi di persona e dei titoli citati.
 
Valerio Calzolaio

Riconoscimento di Urbinoir a Gianrico Carofiglio

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Alla presenza di un pubblico interessato e curioso, ieri sera al teatro Sanzio di Urbino,   Gabriele Cavalera ha intervistato  Gianrico Carofiglio sulla più recente attività letteraria dello scrittore barese. La lunga e piacevole chiacchierata ha fatto luce anche sul modus operandi del romanziere, i suoi personaggi e interessanti aneddoti della sua biografia. Al termine della serata anche Urbinoir ha voluto offrire il proprio contributo consegnando a Carofiglio, dalle mani di Gianni Darconza e a nome di tutto il gruppo,  una targa quale riconoscimento del suo impegno nella fiction di investigazione  e per la qualità della sua scrittura. 

 

Le case dei serial killer di Cristina Brondoni 

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Prevista per il mese di maggio 2022 l’uscita del saggio di Cristina Brondoni Le case dei serial killer, edito da Clown Bianco Edizioni.

Ne parliamo con l’autrice.

Urbinoir: Cristina, tu sei autrice di due romanzi e di alcuni saggi, fra cui uno uscito nella nostra collana “Urbinoir studi” sullo staging (Sembrava un incidente. Staging sulla scena del crimine, 2018). Da cosa nasce l’esigenza di questo nuovo volume?

CB: Il libro è nato da una mia idea mentre riflettevo su quanto siano simili alle nostre le case di alcuni serial killer. E su quanto, invece, altre abitazioni assomiglino più a tane, rifugi, prigioni che a case vere e proprie. Eppure ci vivevano persone che, dall’esterno, sembravano normali. Tanto che i vicini di solito rispondono: ‘salutava sempre’. Così ho fatto una ricerca e ho trovato tantissimo materiale.”

Urbinoir: Ma perché proprio sulla casa?

CB: Non solo e non tanto sulla casa in sé e sui crimini che il serial killer ha commesso, ma sul tipo di immobile, sulle storie precedenti e successive l’arresto del killer e magari anche sui nuovi proprietari. Sono partita dall’idea che la casa è uno dei must dei film horror da Non aprite quella porta a Amityville passando per Shining (anche se era un hotel, ma veniva usato comunque come casa), The Others e The Conjuring. La casa è il luogo per eccellenza dove dovremmo essere al sicuro. E i serial killer che hanno ucciso nelle loro case, in effetti, si sentivano particolarmente al sicuro. Ho preso in esame 21 casi, italiani e stranieri, piuttosto diversi tra loro sia per il tipo di serial killer che per i tempi e i modi dei delitti. E, soprattutto, per la differenza di abitazioni. Ogni caso è accompagnato da una o più fotografie a colori a corredo del testo.

Urbinoir: Come definiresti la tua scrittura? Il tuo target sono gli addetti al lavoro o è un libro per “tutti”?

CB: La scrittura è agile in modo da risultare un saggio da consultazione per chi voglia saperne di più sull’argomento. La copertina è piuttosto pop: un vecchio frigorifero con l’anta di metallo su cui sono attaccati stickers e calamite. E su cui è ben visibile una macchia di sangue che cola. La scelta è caduta sul frigorifero perché la editor/editrice, Vania Rivalta, è rimasta colpita dalla cucina di Dennis Nilsen, uno dei serial killer. Sulla vecchia cucina economica bianca c’era un pentolone in cui bollivano delle ossa umane. Ma sul forno era attaccata una decalcomania di una farfalla: l’unico tocco di normalità, anche un po’ fanciullesca, in una vita sconvolta dalla necessità di uccidere, tra l’altro per avere compagnia, poiché Dennis era così timido e incapace di relazionarsi con gli altri che li preferiva morti, in modo da non subire la minaccia anche solo di una conversazione.

Urbinoir: Nell’attesa di leggerti, e di averti nostra ospite all’edizione 2022 di Urbinoir (“Donne in Noir: le protagoniste della crime fiction contro la violenza e la discriminazione”, 24-26 novembre) hai voglia di raccontarci uno, o più, tuoi progetti futuri?

CB: Mi piacerebbe molto organizzare un seminario / corso / incontro sugli “Amori da film”. Gli amori da film sono quelle storie che poco o nulla hanno in comune con gli amori veri. Si tratta, spesso, di storie tormentate, difficili, impossibili che, infatti, riescono a reggere due ore di pellicola tra andate e ritorni violenti (per citare Ligabue), scossoni indicibile e l’immancabile tragedia che rende i protagonisti (due che volevano solo fare sesso) eroi moderni. Nella vita di tutti i giorni si suppone che l’amore dovrebbe essere qualcosa di rilassante che permetta, nella più classica visione darwiniana, la sopravvivenza della specie. Se l’amore diventa una sorta di lotta, se non di guerra, la sopravvivenza della specie è in serio pericolo. Grazie ai social (e a chi pubblica qualsiasi cosa riguardo a sé stesso) è possibile seguire storie comuni di amori tormentati. Spesso fino alla tragica evoluzione.
O, meglio, andando a ritroso: quando la tragedia è compiuta è possibile ripercorrere all’indietro le tappe social che si sono susseguite in una sorta di cronaca di una morte annunciata (ora la smetto con titoli e citazioni).

Urbinoir: Ti ringraziamo e speriamo di riuscire ad accogliere la tua proposta, che ci sembra molto interessante… magari in preparazione appunto di Urbinoir 2022. A presto allora!

(a.c.)

Il convento dei segreti di Giada Trebeschi

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Volete farvi un ripasso della storia italiana (anzi: siciliana) del Seicento?? Volete leggere un thriller che è anche un noir e che è anche un’avvincente storia d’amore, di sesso & potere, di cappa & spada?

Il convento dei segreti di Giada Trebeschi (Newton Compton 2022) è una conferma della qualità della scrittura e dell’ampiezza di contenuti di questa scrittrice/editrice/studiosa/influencer poliedrica e attivissima. Giada ci aveva già conquistati con i suoi thriller storici che vanno da La dama rossa (2012) a La bestia a due schiene (2020) e quindi non è con stupore che salutiamo questa sua nuova prova, che tuttavia ci sorprende per l’attualità delle tematiche e per la forza di carattere della protagonista.

Siamo a Catania nel 1669 e una giovane donna viene costretta a farsi monaca di clausura. Ma questo è solo l’inizio. Fidatevi, nonostante la location (un convento, appunto, dunque un’ambientazione al 90% femminile) la trama è così noir che perfino l’attrazione fisica per un uomo diventa noir, anzi fa quasi scomparire di vergogna le descrizioni delle dark ladies nell’hard boiled più noir: 

Lo guardò ma non vide il bel viso sfregiato da una cicatrice sulla guancia sinistra, non vide la barba corta e nerissima che esaltava l’ovale del volto, non notò il luccichio del cerchio dorato che aveva all’orecchio sinistro e non si accorse nemmeno del codino di capelli corvini, no, non riuscì a vedere altro che i tizzoni che Giorgio aveva al posto degli occhi. 

Qua è là, poi, ci sono poi piccole perle, come l’accenno alle nuove spezie che giungono dal Nuovo Mondo (la vaniglia, i semi di cacao…) e i simpatici rimandi intertestuali (“La sventurata sorrise”), per non parlare dei colpi di scena, in cui Giada è veramente maestra, e del valore sociologico, psicologico, identitario e anche simbolico di questo romanzo che non a caso mi ha ricordato le atmosfere intense di Magnificat di Pupi Avati. E poi, ogni tanto, un’incursione dalla nostra contemporaneità, che crea un cortocircuito fra passato e presente – come l’inserimento di un qr code per ascoltare una canzone e vedere la “storia dipinta” di una serenata (chapeau a Giorgio Rizzo, collaboratore di Giada (Le parole desuete e dintorni). E incomparabile la Nota dell’Autrice, che ci riporta al rigore della ricerca.

Lo stile è quello di sempre, o forse no. In realtà questo è un libro che va letto col ritmo del respiro – in fretta, in alcune sue parti; più adagio, come una litania, in altre. L’introspezione psicologica è radicale, quasi bruciante. Impossibile non immedesimarsi. Già il primo capitolo ci afferra, ci scuote e ci fa prendere posizione. 

Impossibile non divorarlo, questo romanzo. Impossibile restare neutrali. E mentre scorriamo la vicenda di Agata Maria alias suor Immacolata, pagina dopo pagina, riga dopo riga, parola dopo parola, ci scorre sotto gli occhi la storia e la storia delle donne, piccole storie di stupri di violenze di pianti di preghiere di torte di fughe e di insperate sorellanze. 

(a.c.)

INTERVISTA A CRISTINA BRONDONI

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CRISTINA BRONDONI, giornalista, crimonologa e autrice del podcast “CRIME MAGAZINE: SERIAL KILLER”

https://podcasts.apple.com/it/podcast/crime-magazine-serial-killer/id1498355513 

Il podcast “Crime Magazine: Serial killer” è nato un paio di anni fa, praticamente pochi giorni prima del primo lockdown, perché con Sara Uslenghi, amica e giornalista di Wired Italia, quando ci incontriamo parliamo solo di serial killer e morti male vari. Così lei ha proposto di fare un podcast di questi incontri, davanti a un tè e a un tramezzino.

Il primo episodio, su Ted Bundy ovviamente, è andato molto bene. E ci siamo divertite molto. Così abbiamo proseguito. Durante i lockdown abbiamo registrato da remoto, l’audio non è dei migliori, ma gli ascoltatori sono stati contenti comunque e ci perdonano anche la scarsa professionalità dei mezzi, compensata però dalle basi scientifiche e forensi da cui partiamo per parlare degli omicidi.

A oggi gli episodi sono 24 e spaziano dai serial killer veri e propri, come Ted Bundy (il mio preferito), Jeffrey Dahmer, Dennis Nilsen, Leonarda Cianciulli (la preferita di Sara), Fred e Rose West, Mary Bell (la più giovane serial killer: era una bambina quando ha ucciso), a casi particolari, come per esempio la sindrome di Munchausen per procura, l’uso di veleno per uccidere i colleghi di lavoro, il gaslighting, le amicizie tossiche, l’invidia che fa uccidere.

Gli argomenti vengono scelti di volta in volta in base all’ispirazione del momento o a specifiche richieste. Ci siamo infatti accorte, grazie ai messaggi e ai commenti che gli ascoltatori ci inviano sulla pagina Instagram di Crime Magazine, che gli episodi che hanno uno sfondo sociale, come per esempio il bullismo, lo stalking, il mobbing, riscuotono molto interesse: non fosse che alcuni ascoltatori ci portano le loro storie personali. A volte molto toccanti.

Negli episodi evitiamo di scendere nei dettagli scabrosi, non ci interessa indugiare sulla parte morbosa del crimine, a noi interessano le indagini, i moventi e le motivazioni, le storie di vita dei protagonisti (sia le vittime sia gli autori di reato). Abbiamo un modo di parlare pacato e per noi non esistono mostri, non esistono i cattivi cattivi. Anche se a volte usiamo parole piuttosto colorite per definire chi ha fatto il male. Ted Bundy, per esempio, era un bastardo.

Per qualche tempo, durante il lockdown, il podcast è stato nelle prime cinque posizioni di Spotify e ne siamo state contente. Dopo il lockdown abbiamo rallentato il ritmo degli episodi per mancanza di tempo, non certo di voglia o di argomenti, e attualmente il podcast non è tra i primi proposti, anche se ha molti ascoltatori. E ne siamo davvero contente.

(a.c.)

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