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pubblicazioni di articoli e contributi diversi

Quando i giochi a somma zero danno un risultato negativo di Francesco Gentili

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Un breve saggio di Francesco Gentili  che qui volentieri pubblichiamo sul rapporto arte/scienza, la teoria dei giochi applicata  allo studio dell’intersezione tra cinema e letteratura.

Istintivamente si potrebbe pensare che arte e scienza viaggino su due rette parallele ma, pensandoci un po’, ci si rende conto che più che rette parallele arte e scienza possono essere considerate in realtà delle curve che si intersecano ripetutamente. Diverse forme d’arte hanno, infatti, delle basi scientifiche: basti pensare alla musica, in cui la costruzione delle scale, degli accordi e degli intervalli musicali rispetta rigide regole matematiche. Anche nelle arti figurative si riscontrano facilmente delle basi scientifiche se si pensa ad esempio allo studio della prospettiva o dell’anatomia. Persino nella letteratura, dove questa interazione tra arte e scienza potrebbe sembrare meno evidente, ci può essere una base scientifica; mi riferisco in particolare al genere noir. Per capire di cosa si sta parlando, riporto una parte dell’introduzione di Determinismo, relativismo, complessità: le vite parallele di matematica e romanzo poliziesco del Prof. Gian Italo Bischi: “Il parallelismo fra il ragionamento ipotetico-deduttivo della matematica e i procedimenti con cui gli investigatori “dimostrano la verità” nei romanzi polizieschi è evidenziato fin dall’origine di questo genere letterario, che viene fatta risalire alla pubblicazione, nel 1841, di “The murders in the Rue Morgue” di Edgar Allan Poe. Infatti nell’incipit di questa opera fondante, nel descrivere le caratteristiche della figura dell’investigatore, Poe afferma che “I risultati cui perviene, dedotti dall’anima stessa, dall’essenza del metodo, hanno, in verità, tutta l’aria dell’intuizione. La capacità di risolvere è probabilmente potenziata dallo studio della matematica e soprattutto del ramo più nobile di essa che impropriamente, e solo a causa delle sue operazioni a ritroso, è stato denominato analisi”.
Quello che si vuole fare in questo scritto è cercare di identificare un ulteriore punto di tangenza tra arte e scienza, nello specifico tra cinema e teoria dei giochi (non ci si riferisce al chicken game, il cui nome è dovuto alla famosa scena della sfida automobilistica in Gioventù bruciata), ma procediamo con ordine. […]

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Killing me softly di Alessandra Calanchi

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3 febbraio

Lo sapevo, non dovevo uscire stasera. Accidenti a me. 

Erika cammina svogliata, rigida, guardinga. Vorrebbe staccarsi dal gruppo, ma Valentina la tiene d’occhio e se si allontana un passo, due passi, ecco che la chiama. Si direbbe che cerchi continuamente, ostinatamente, di reintegrarla nel drappello che avanza senza una meta precisa, sul molo illuminato e vociante. Sembrano tutti contenti. Tutti a ridere, a scherzare, tranne lei. Erika pensa che non c’è proprio niente da ridere. Cazzo, non c’è proprio niente da ridere.

C’è una festa di paese, una delle tante sagre assurde: sagra del tortello e della bistecca, festa dell’uva, sagra del salume celtico. Chissà chi se le inventa. E in questa stagione, poi! Fa freddo, è buio già alle quattro del pomeriggio, ma che avranno tutti da sorridere?

E’ andata così. Sono settimane, anzi: mesi, che la sua collega Valentina cerca di fare amicizia con lei, che si insinua nella sua vita, nei suoi silenzi. Erika lavora nello studio di un commercialista e si stava benissimo finché non è arrivata Valentina. Bionda, frizzante, iperattiva. All’inizio si limitava a studiarla, come un insetto sotto vetro. Poi è passata  a snervanti interrogatori.

Che fai stasera? Esci? Cos’hai in frigo? Come mai non sei su Facebook? E su Twitter? Ce l’hai avuto un fidanzato? Non pensi che avresti bisogno di sandali nuovi? Capace di continuare così tutta la mattina.

A volte Erika si inventa un lavoro urgente, una telefonata. Oppure dice che deve andare in bagno. Giovanni Tempora, il dott. Tempora, ogni tanto la chiama nel suo ufficio e lei lo benedice mentalmente. Giovanni è serio, non la guarda nemmeno mentre le impartisce ordini. La sua voce è neutra. Forse non sa nemmeno come sia fatta Erika, se abbia o no gli occhiali, che taglia porti di reggiseno. Con Valentina è diverso. Lei lo guarda negli occhi, gli risponde, arriva perfino a  canzonarlo con garbo. Si permette una battuta di tanto in tanto.

Erika non è spiritosa. Non trova mai le parole giuste. E poi a che servirebbero?

Erika è riuscita a separarsi dal gruppo. L’uscita con gli amici di Valentina si è rivelata un fallimento, un vero disastro, come lei del resto aveva puntualmente previsto.

Ora scappo. Torno a casa da sola. Ma no, poi domani dovrei spiegare… ma non ce la faccio più a sopportare questa gente.

Senza quasi accorgersene, Erika si è messa a correre. Scansa persone e carrozzine, cani e bambini, col cuore in gola come se avesse rubato qualcosa, come se fosse inseguita. Poi le pare di sentire il suo nome – Erika! – e allora la prende il panico: entra all’improvviso in un chiosco il cui ingresso è coperto da una tenda variopinta. Una vampata di calore la fa quasi svenire. E’ buio. Una vertigine  la fa vacillare. Non distingue nulla nell’oscurità, solo un bagliore a una certa distanza. Poi, di nuovo, il suo nome.

– … Erika? – è una voce di donna, ma è roca; non è  la voce squillante di Valentina.

  • Chi è? – chiede terrorizzata. – Dove sono?
  • Ti chiami Erika?
  • Sì… ma chi è?
  • Tranquilla, adesso accendo la luce.

Una lampada, ora, rischiara l’ambiente, che presenta uno strano miscuglio di arredamento arabeggiante, indiano, new age e Ikea. Al centro della stanza un tavolo con sopra una sfera di cristallo; dietro la sfera, una signora sorridente ma non troppo; si direbbe un tipo diffidente ma non ostile. Tiene entrambe le mani sulla sfera. L’accarezza, come se fosse un gatto.

  • Mi scusi,  –  inizia Erika. Ma poi non sa come proseguire. E all’improvviso si ricorda di una cosa. – Lei mi conosce?
  • Oh, no,  – risponde la signora. – Ero indecisa, se Erika o Monica, o forse Ermione. L’ho sparata lì.
  • Non capisco…
  • Ah, sì, quando sei entrata. La tua aura. Siediti, ti leggo il futuro.

Erika si irrigidisce. – Non se ne parla nemmeno. Mi scusi – e fa per andarsene.

  • Torni dai tuoi amici? Buona idea. Saranno in pensiero.
  • Adesso basta – sbotta Erika. – E’ uno scherzo, vero? Lei è un’amica di Valentina?
  • No, no. – intanto però Erika si è seduta, e si è accorta con un certo disagio che la signora che le sta di fronte è non vedente. Sul tavolo c’è una candela accesa, e a Erika scappa un sorriso pensando a una scena di un film che ha visto tanto tempo fa.
  • Sì, hai ragione. Frankenstein Junior. Non l’ho visto, naturalmente, ma me lo hanno raccontato.

Erika si muove sulla sedia, a disagio. Vorrebbe scusarsi ma all’improvviso si sente stanca e svuotata.

  • Erika,  – continua la signora – vedo nella mia sfera che sei una ragazza riservata, molto solitaria. Non  ami la compagnia, non ami i social network, sei single. Hai azzerato quasi del tutto la tua vita sociale, giusto? … E allora, che ci fai stasera a questa festa paesana? … Fammi capire… Ah, certo, Valentina… ma i suoi amici non ti piacciono, giusto?
  • Beh, siamo arrivati qui da poco…
  • Sì, ma tu volevi già scappare… Ora ti racconto, se vuoi, cosa ti succederà nei prossimi mesi. Ti va? Ne vedo delle belle…
  • In che senso, scusi? E poi no, non sono il tipo, assolutamente. Non voglio sapere nulla, né del presente né tantomeno del futuro.
  • Sicura? … Guarda che poi ti penti. Non vedo nulla di brutto. Hai una salute di ferro e…
  • La prego, non insista! …
  • Uh, vedo… Erika, perché il tuo frigo è vuoto?
  • Sono a dieta.
  • E perché? Non sei mica sovrappeso.
  • E lei che ne sa? – scoppia Erika. – Se mi vedesse…
  • Per un po’ di cellulite?! Vuoi toccare la mia? … – Erika prova una punta di ribrezzo e fa energicamente di no con la testa. Poi si maledice mentalmente. La tipa è cieca, cazzo! Ma la signora continua a parlare come niente fosse.  – Porca miseria, ma tu non batti chiodo da…. Senti, Erika, capisco i tuoi traumi infantili, ma adesso è ora di darti una possibilità, non credi?
  • Se lo credessi andrei in analisi. Sto bene così, invece. So badare a me stessa. Grazie. – Poi ci ripensa. – Ma lei fin dove riesce a vedere nel futuro?
  • Tre mesi. Tre mesi esatti. Non so perché: mia madre, poverina, arrivava anche a cinque. Mia nonna, poi! Avrebbe potuto dirti anche di che colore sarebbero stati i fiori al tuo funerale. Scherzo, dai… Ma la mia vista è corta. Tre mesi e basta. Ah, ma se torni fra tre mesi, ti dico il futuro per altri tre… e così via!

Erika sorride. Quattro incontri l’anno: spenderebbe comunque meno che andare dallo psicoanalista, e sarebbe più divertente. Magari sarebbe eccitante sapere cosa succederà la settimana prossima…. A lei in realtà non succede mai niente, ma chissà…

  • Esatto: a te non succede mai niente. Ma ora la ruota sta per girare – mormora la signora. – Vogliamo cominciare? Innanzitutto, domani o dopodomani al massimo Valentina ti farà una scenata, per come ti sei comportata stasera; poi ti terrà il muso per almeno una settimana.
  • Fin qui mi pare ovvio…
  • Ah, ma poi le passa, eccome! E sai perché? Perché le fai pena, tanta pena. E una sera mentre è su Facebook a chiacchierare con Tizio e  Caio e a fare la gallina con tutti i suoi “amici” … paffete! Ne incontra uno che sembra ritagliato apposta per te! A lei, lo irrita; ma inizia a pensare che lui, con te, ci starebbe alla grande, che sembrate fatti l’uno per l’altra. Comincia  a sedurlo, senza esporsi troppo; usa il tuo nome anziché il tuo. Insomma, in breve: ti procura un appuntamento al buio.
  • E io? – chiede Erika col cuore che batte, improvvisamente, contro la sua volontà. Dannata adrenalina.
  • Eh tu all’inizio resisti, ti arrabbi, dici che mai e poi mai.
  • E poi?
  • Poi ci vai, all’appuntamento; ti metti in ghingheri, anzi – aspetta un attimo – vai dal parrucchiere e anche dall’estetista con Valentina, è lei che ti scegli l’acconciatura e i vestiti, ti dà consigli.  Ti pareva… Poi arriva il gran giorno.
  • E…?
  • Vai all’appuntamento. Lo individui, da lontano. Tu hai già visto la sua foto; lui invece, la tua, no. Lui si guarda intorno, un po’ spaurito. E’ un gran bel tocco di ragazzo! Valentina non ti ha tirato un gancio. E’ carino davvero. E non sembra neanche uno stupido.
  • E io…?
  • Eh, tu… aspetti… aspetti… Vuoi essere proprio sicura. Pensi che non ce la farai.
  • E…?
  • Mi dispiace, Erika – la signora sorride di lato. – Tu alla fine giri i tacchi e te ne vai. Punto.
  • Ma è sicura?
  • Eh, sì. Alla fine non ce la fai. Te ne torni a casa, benedetta ragazza, e lui se ne torna a casa sua. Fine della storia. Cinquanta euro, per favore.
  • Ma scusi, come fa a essere così cinica? Mi ha appena dato una notizia… di cui avrei preferito fare a meno… e poi non aveva detto tre mesi?
  • Hai ragione:  ma dopo l’appuntamento, non succede più niente. La solita vita. Il solito frigo vuoto. Ah, sì, ogni tanto ordini una pizza, guardi la TV. Che noia. Contenta te…

Erika lascia con rabbia 50 euro sul tavolo, ed esce, arrabbiata. E’ arrabbiata con l’indovina, con se stessa, con Valentina, è arrabbiata anche col ragazzo dell’appuntamento; come se esistesse davvero. Si sente presa in giro, da Valentina, dal ragazzo e dalla signora con la sfera di cristallo; è la storia della sua vita. Intorno la gente continua a sciamare, ridendo e cantando. Di Valentina e amici, nessuna traccia. Erika si incammina verso il deposito dei taxi. Domani dovrà darle delle spiegazioni. Basta questo a farle venire un tremendo mal di testa.

4 maggio

Sono passati tre mesi, e tutto si è verificato puntualmente. Erika ha tenuto un diario, giusto per verificare, per ricordare. Come fa in ufficio, quando appunta le cose che teme di dimenticare. Forse sperava che qualcosa andasse in modo diverso. Invece no.

Valentina ha fatto di tutto per farla incontrare con Sergio. E lei si è lasciata convincere a incontrarlo. Forse perché in cuor suo già sapeva che non ce l’avrebbe fatta. O forse, al contrario, perché sperava di contraddire quella dannata cieca del cazzo.

Invece no. Tutto si è svolto come da copione. Ha visto Sergio da lontano: attraente, sguardo simpatico, intelligente. Forse perfino un po’ timido. Cazzo, cazzo, cazzo! Perché le gambe si sono messe a tremare? Perché il cuore sembrava impazzito? Perché ha pensato “ce la farò” solo quando stava già correndo verso casa, sui tacchi che la facevano sbandare, avvolta in un vestito che ora le pareva ridicolo? Perché, quando è tornata, sempre di corsa, al luogo dell’appuntamento, lui non c’era più?

Suona il campanello. Sobbalzo. Mi avvicino al citofono.

  • Pizza!
  • Quinto piano – rispondo meccanicamente.

Il ragazzo delle pizze è cambiato. Gli dò la mancia. Non sorride, si limita a chinare il capo. Non mi conosce. La serie di fattorini che si sono succeduti nei mesi è impressionante. Meglio così, almeno non si faranno domande. Su di me, sulla mia solitudine.

Poi, d’improvviso, Erika guarda il calendario e scopre che sono passati tre mesi e un giorno. E le viene l’idea di tornare laggiù. Non c’è nessuna festa stavolta, magari il chiosco sarà chiuso. O invece, magari, sarà aperto. Erika guarda l’orologio. Guarda la pizza.

Dopo mezz’ora è in strada. Ha appena gettato il cartone della pizza nel cassonetto e la bottiglia di vetro nella campana del vetro. E’ una persona precisa. Guarda l’orologio. Sale in auto. Mette in  moto. Accende l’autoradio.

Cosa dirà l’indovina? 

Mi riconoscerà?

Si ricorderà di me?

Cosa mi dirà dei prossimi tre mesi? 

Sono pronta a un altro fallimento? 

E per quanto tempo andrà avanti questa storia?

D’un tratto Erika viene presa dall’ansia. Dove sta andando? Farà bene? O questa cosa potrà danneggiarla irreparabilmente? Ha cercato a lungo di dimenticarsi di Sergio, e ora che succederà? Le sarà data una seconda occasione?

Mentre svolta in una strada laterale, Erika vede, all’improvviso, Sergio abbracciato a una ragazza bionda. L’ha visto solo una volta, ma il suo viso le è rimasto impresso nella mente. Il cuore le balza nel petto. E’ lui ! Ed è con un’altra! Troppo tardi, troppo tardi – le mormora una vocina nell’orecchio, nel cervello, come un tarlo.

Camminano allacciati, senza fretta. Ogni tanto si fermano: lui la guarda e le scosta i capelli dal viso, per baciarla. Lei ride. Erika li segue, senza farsi accorgere.

Vede il semaforo diventare rosso. Si ferma, a malincuore. Ma l’automobile accanto a lei prosegue la sua folle corsa ancora per qualche metro, prima di sbandare e di schiantarsi sul marciapiede dal lato opposto. E’ tutto così improvviso che Erika non capisce bene. E’ un quartiere silenzioso. Non c’è un rumore. L’autista riprende il controllo e riparte bestemmiando e rombando. Il semaforo diventa verde, ma sull’asfalto ci sono due corpi. Il verde la acceca, le mani tremano, e vede distintamente il volto dell’uomo steso col viso al cielo.

Saranno morti? Saranno solo feriti? Il cuore batte all’impazzata. Il pirata della strada è scomparso.

Cosa posso fare? Cosa devo fare? Devo chiamare un’ambulanza. Prendere fuori il telefonino dalla borsetta e comporre il 118. Spiegare la dinamica dell’incidente. Aspettare che arrivino. Constatare, insieme a loro, i decessi. 

Oppure sarà morta solo lei: Sergio sarà vivo e potrò occuparmi di lui. Sarò in ospedale al suo fianco, gli terrò la mano, lo consolerò, gli farò dimenticare la ragazza bionda. 

Oppure no. Lui sarà morto e lei no. 

Oppure saranno morti entrambi. Meglio così. Quella troia, quella puttana, me lo ha portato via, me lo ha sottratto. Sergio era mio. Me lo aveva donato Valentina, me lo aveva donato la signora del chiosco. Sergio era mio, doveva essere mio per sempre. 

Il semaforo è diventato di nuovo rosso, poi verde. Erika parte. Dirige la vettura verso i due corpi, e l’auto obbedisce, docile. Il rumore delle ossa spezzate è singolare: sembra di passare sopra a dei pezzi di vetro coperti di velluto.

Estraggo il telefonino dalla borsetta e compongo un  numero. 

113. 

-Buona sera, devo denunciare un incidente. Anzi, veramente non è un incidente. Ho appena ucciso un uomo. Era il mio ex. Ho scoperto che mi tradiva. Ho ucciso anche lei. Sono all’incrocio fra via Duse e via Polo. Vi aspetto, non mi muovo.  Click.

Dopo pochi minuti il suono delle sirene si mescola con le note di una vecchia canzone che trasmettono alla radio. Killing me softly. Mi appoggio al sedile. Chiudo gli occhi. Provo un certo sollievo. E finalmente, vedo.

 

 

 

Il canto del fuoco

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Chi sarà mai in grado raccontare una storia taciuta da tutti, persino dallo stesso protagonista? I personaggi salienti sono pochi e tutti sono scivolati via tra le pieghe della memoria e del tempo come effigi composte da fumo e nebbia: comparse costituite da una sostanza troppo effimera affinché abbiano la forza di imprimere una traccia che testimoni un racconto che io, malgrado non abbia né mani per trascriverlo ne labbra per raccontarlo, mi appresto a narrarvi.

Non vi narrerò di imprese memorabili o di grandi battaglie, ma l’ autentica storia di un cuore troppo grande e troppo tenero per un mondo che appare fatto della sostanza di cui io sono composta. Di questo io vi parlerò: di uno scrigno e di cosa esso conteneva. Questo cuore era pieno di fuoco. In esso ardeva la passione: un incendio che si esprimeva attraverso affetto, rabbia, ilarità, gelosia, esuberanza e tristezza… Esse erano tutte lingue generate dalla medesima fiamma, un incendio che purtroppo colui che lo custodiva in sé non fu più in grado, ad un certo punto della sua esistenza, di controllare senza sopprimerlo. Nessuno, fidatevi di quanto vi riferisco, può contenere efficacemente fiamme di tale intensità senza riportare gravi scottature. E queste scottature, a dispetto di tutte le cure elargite, non riescono mai a guarire del tutto. Serviva un fuochista: qualcuno in grado di plasmare questo fuoco ed incanalarlo nel giusto crogiolo, un individuo che ne comprendesse la violenza ed insegnasse al suo proprietario a gestirlo. Infine, ciò accadde. Il fuoco trovò qualcuno che gli insegnò a bruciare correttamente: parole sagge piovvero su quell’olocausto rovente e ne placarono l’irruenza, motti che convinsero il custode ad abbandonare un’esistenza che lo stava lentamente distruggendo e lo persuasero ad intraprendere un viaggio assieme a colui che gli avrebbe trasmesso il segreto per convivere senza più temere il dono che gli era stato elargito dalla Vita.

Scorrendo come le gocce d’acqua sul viso, gli anni scivolarono via mentre mentore ed allievo si lasciavano alle spalle un mondo divorato da una potenza tirannica che privava l’uomo del suo elemento più essenziale. Durante quel viaggio, il maestro apprese come far ardere quelle fiamme senza conseguenze più gravi del sudore che scendeva copioso dalla fronte e di un sorriso soddisfatto sulle labbra. Il crogiolo tanto cercato venne rinvenuto nella mia prima forma. Ricordo come se fosse ieri la sensazione che provai al momento del mio risveglio: un calore meraviglioso veniva irradiato da chi mi stringeva come se fossi la cosa più importante della sua vita. Per anni rimasi silenziosa accanto al fuoco che mi aveva così teneramente destato, beandomi del suo caldo abbraccio mentre, attraverso me, ardeva felice: felice di guizzare e muoversi senza più dolore o sofferenza. Anche se la mia forma era imperfetta, mai delusi il mio protetto, rimanendogli sempre fedele e lieta di accogliere la sua passione dentro di me. Quando egli sedeva quieto col suo mentore a disquisire di fatti che non riuscivo a comprendere, io ascoltavo attenta, assorbendo come una spugna ciò che ci veniva rivelato da quella lingua capace che attingeva a conoscenze di cui ignoravo anche solo l’esistenza. Sembrava che niente potesse intaccare l’idillio nel quale tutti, io compresa, trascorrevamo le nostre esistenze…

Purtroppo, un giorno appresi che l’essere umano non è resistente alle ingiurie del tempo come lo sono io: la carne si indebolisce, si deteriora, si consuma; non vi è mezzo o strumento che possa impedire che ciò avvenga… Il fodero di colui che fu anche mio insegnante si sfaldò, rivelando che, al di sotto di esso, non rimane nulla: neppure la ruggine. Solo allora compresi quanto le nostre nature differivano da quelle dell’essere umano; di quanto io fossi diversa da colui che mi teneva saldamente stretta a sé mentre un fuoco simile alle pioggia gli scivolava lungo il viso. Eppure, divenire consapevole di questa nostra sostanziale differenza servì solo ad accrescere ciò che sentivo di provare per il mio protetto: se esso era destinato a diventare ruggine, io gli sarei rimasta accanto sino al momento in cui l’ultimo guizzo di quel fuoco che tanto amavo si sarebbe spento. Essere ormai conscia del fatto che, un giorno, egli si sarebbe spento, senza mai più riaccendersi, mi spinse a godere a fondo della sua animosità ogni giorno che da lì in poi vivemmo insieme. Ogni volta che mi convocava per alimentare il suo essere, io immancabilmente rifulgevo assieme ad esso, ballando con il mio insostituibile cavaliere una danza dove il sudore, il rosso, il calore e la soddisfazione formavano un inseparabile quartetto.

Da allora poche volte la mia forma è cambiata, eppure io e colui che proteggevo abbiamo viaggiato molto a lungo. Visitammo luoghi dove un elemento così diverso da colui che amo domina alla ricerca di altri maestri che ci hanno rivelato come bruciare sempre più intensamente, cercammo nuove pergamene che ci narrassero cose che il nostro mentore non ci aveva ancora rivelato, divorammo con il nostro travolgente ardore le mie sorelle che tentarono di sottrarmi il tesoro che da anni ormai custodisco con implacabile zelo…

Ignoro come questa mia storia proseguirà, ora che guardo il proprietario del fuoco che tanto amo che riposa vigile appoggiato alla parete della sua camera mentre mi culla dolcemente tra le sue braccia. Sembra così quieto, così innocuo ora che la sua fiamma ondeggia placida al soffio pacato del suo respiro: solo io so quanto grande e magnifica sia la forza che insieme custodiamo. Egli mi ha regalato una nuova forma, facendomi rinascere in un tripudio di fiamme roventi e di luci abbaglianti al suono sordo di un mio fratello che mi ha donato l’aspetto che mostro ora. Ma non importa quale foggia io mostrerò in futuro: che io abbia una guardia o meno, che il mio filo si intacchi o si consumi, io proteggerò questo fuoco con tutta me stessa.

Lorenzo “Labhràs” Macedoni

lorenzo.macedoni@gmail.com

LUOGHI COMUNI CHE FANNO PROVINCIA

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Il racconto vincitore ex-aequo del I Concorso Letterario Frascari (Liceo Copernico, Bologna, maggio 2014).

di Giorgio Franceschelli

Finalmente un po’ di riposo. Qui, immobile, al caldo sotto una coperta decido di non far niente e che il mondo, la vita, venga a me. Mi sembra che la mia nascita e poi la mia crescita siano state troppo veloci, troppo rapide… e cosa mi è rimasto ora? Cosa sono adesso se non il mero prodotto di una catena di montaggio quale è stato il mio sviluppo? Ora mi sento inutile, e ho solo voglia di qualcosa di nuovo; ho voglia di ascoltare, di osservare.

Finalmente qualcuno si accorge di me.

Mi lancia un’occhiata fredda, quasi indifferente, e poi guarda l’orologio. So già a cosa sta pensando colei che mi ha messa al mondo. “Sempre lì a poltrire”: lo vedo che pensa sempre così, come fanno tutti i genitori. Ma perché noi non meritiamo mai il riposo? Perché devono sempre pensare che siamo degli sfaticati? E’ un cliché che proprio non concepisco: se loro si riposano è perché se lo meritano dopo una giornata faticosa, ma se lo facciamo noi passiamo per sfaccendati. Un giorno inizierò a dirle quello che penso; ma ora arrabbiarsi è una fatica superflua, ho due ore di riposo e voglio, devo godermele.

Per lo meno una cosa giusta mia madre la fa: accende la televisione, apre l’armadietto dei DVD, infila la mano e prende un film: il classico thriller trito e ritrito. Di male in peggio… Però non mi va di muovere critiche, meglio starsene qui comodi e sperare che questo film possa valere qualcosa di meglio delle due stelline in stile horror moderno.

Niente da fare: dopo dieci minuti siamo già alla solita ragazza mezza nuda (film rigorosamente ambientato in inverno, com’è ovvio che sia) che sente un rumore nello scantinato. Vorrebbe scappare, ma incredibilmente salta la luce, e ancor più incredibilmente il generatore è… nello scantinato! Trovata assolutamente geniale e innovativa, eh? La ragazza scende le scale con la candela in mano, apre lentamente la porta… ed ecco che si affaccia subito il solito, classico vampiro. Ma io mi chiedo: inventarsi qualcosa di nuovo, ogni tanto? Usare la propria testa? Non si poteva mettere una bella festa a sorpresa? Non si poteva mettere una lavatrice rotta? Non si poteva mettere la madre che tradisce il padre, il padre che tradisce la madre con l’amante della madre, quattro cani che giocano a poker?!

Fortuna che anche lei, mia madre, si è accorta che questo film è un flop clamoroso, così prende su, spegne tutto e se ne va. Dove non si sa, ma se ne va, sbattendo anche l’uscio di casa (tranquilli, era troppo vestita per andare nello scantinato a vedere se c’era un bel vampiro).

Nel mentre torna a casa Giacomo, il teenager di casa. Non è solo, c’è anche la sua fidanzata, ma non mi sembrano per niente contenti. Prendono due sedie e iniziano a parlare e parlare.

“Mi dispiace Francesca ma non capisco cosa stia succedendo… è colpa mia, non è colpa tua, sono io che sono cambiato… forse non siamo fatti per stare insieme, tu meriti qualcuno migliore… Non sono abbastanza per te e ne soffro, non ce la faccio più ad andare avanti…” Si, come no. Che tristezza i ragazzi che si rifugiano dietro a queste frasi fatte, questi luoghi comuni; non so come questa Francesca possa non prenderlo a schiaffi, possa non urlargli di tutto. Invece che dirle semplicemente “E’ stato bellissimo ma non ti amo più, mi dispiace, ma così non ha senso andare avanti”, bisogna dirle cose senza senso, tanto per fare.

Singhiozzi, lacrime.

Bravo Giacomo, sei riuscito a farla piangere, complimenti. Ma, Francesca, è così difficile una ginocchiata nello stomaco (per non dire di peggio)? E giù con altre frasi fatte (“dai non fare così, ti rovina quel bel faccino”), altre lacrime e finalmente un bello schiaffo. Brava Francesca. Ora si avvicina alla porta di casa, urla un “Addio stronzo” e sbatte la porta.

Giacomo se lo è meritato. Ma, diciamocelo, anche Francesca è poi una bella attrice: con tutte le corna che gli ha fatto, nessuno sarebbe riuscito a rendere così credibile questa sceneggiata. Morale della favola: ragazzo tradito, frasi fatte, brava attrice, ora lei è libera per chiunque e lui ha la faccia gonfia.

Bene, ora si prende anche il gelato. Ma dai, ragazzi, il gelato non è la risposta a tutti i problemi!!! Non è affogandoti nel gelato che dimentichi di essere stato cornuto e mazziato…

Fortuna che è arrivato il grande “padre di famiglia”. Ci penserà indubbiamente lui. E invece, come arriva a casa, neanche si accorge della sua presenza. Finalmente, dopo dieci minuti spesi a leggere il giornale, pensa bene di andare a vedere come sta suo figlio, che piagnucola da talmente tanto da aver finito tutto il gelato.

“Che è successo, figliolo?”

“Ho lasciato Francesca…”

“Beh, ragazzo, hai fatto la cosa giusta, non ti meritava…”

“Però io ora ci sto malissimo…”

“Tranquillo, morto un papa se ne fa un altro!”

“Non potrò mai amare un’altra…”

“Ma cosa dici! Vedrai che te ne trovi subito un’altra, sei un bel ragazzo!”

“Ma io voglio lei, non voglio un’altra…”

“Dai, cerca di non pensarci e di dimenticarla! Per te è meglio così.”

Basta, smetto di ascoltare. Non ne posso più, sembra un dialogo fra applicazioni Siri… Regalatemi un IPod, fate qualcosa, non ce la faccio più a sentire banalità e luoghi comuni !!!

Adesso riaccendono la TV, ovviamente c’è il telegiornale.

Stupratore seriale.

Cinque vittime.

Nessuno ha visto niente e le vittime non ricordano nulla: uomo sul metro e ottanta, moro, sui trenta. Non sanno dire altro. Eh beh, che si aspettavano, che sapessero che piatto di pasta ha mangiato l’ultimo giorno di terza media?

Sospetti: extracomunitari. Come sempre. Gli italiani sono tutti santarellini, non fanno niente, è per questo che ci prendono in giro all’estero. Come no. Se succede qualcosa di brutto, sono sempre loro. Poi, per carità, ogni tanto sono loro, eh, ma tutte le volte che non centrano nulla bisogna infangarli lo stesso…

“Ma li mandassero fuori da questo paese! Li facciano a casa loro gli stupri, gli omicidi e i furti!”

Ecco mio padre, il tipico italiano medio, che si accanisce contro tutto ciò che passa la televisione, che passa l’informazione. Non gli rispondo neanche, so che è una battaglia persa, per lui chi non è italiano è inferiore. Che tristezza.

Chiave nella toppa, porta che si apre, è tornata pure la madre. Faccia sconvolta, pelle d’oca, sembra che abbia visto un fantasma!

“Amore mio, che è successo?”

“Ho investito… ho investito…”

“Hai investito…? Un bambino che giocava per strada, un anziano che ha attraversato senza guardare..?”

“Ho investito… UN GATTO NERO!!!”

“No, non anche questa! Ci stiamo rovinando la vita! Non ho mai vissuto delle giornate così dolorose…”

“Come?! Che altro è successo ancora?”

“Cos’è successo… cos’è successo… Tutto è successo!!!”

“Come tutto… spiegami…”

“Ti ricordi che ieri ti dicevo della tassa abolita? Bene… non faccio in tempo a uscire di casa che sento che è già stata messa un’altra tassa… Cambia il nome ma non cambia la sostanza…”

“Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, avrebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”

“Ma non dovevano abolire le province e risparmiare i soldi di quella tassa? Ma pensa te se i comuni devono fare provincia…”

“Ma che c’entra… fanno tutto solo per illuderci, alla fine puntano solo al nostro conto in banca!”

“E non è finita qui! Come torno a casa trovo il nostro caro figliuolo a piangere e mangiare gelato…”

“Non dirmi che si è lasciato con Francesca!”

“E invece te lo devo dire… Ci sta malissimo ora…”

“Nooo… mi ero affezionata a Francesca!”

“Ma come ti eri affezionata, che tutta la città sapeva che gli faceva le corna!”

“Si ma era una così brava ragazza, così educata…”

“L’apparenza inganna! Poi adesso al TG hanno detto che c’è uno stupratore seriale…”

“Il solito straniero eh?”

“Ovviamente! Giornata nerissima, e ora tu mi dici di aver tirato sotto un gatto nero? Allora non è ancora finita…”

“Mamma mia, mamma mia… Mi sento male… Mi sembra impossibile che stia andando tutto storto…”

“Dai, ti vado a cercare qualcosa per calmarti! Torno subito amore”

Così il premuroso marito esce di scena. Mi fa tristezza vedere colei che mi ha dato la vita stare così male per banalità del genere! Spero non stia troppo male…

Per fortuna si è già rialzata.

“Un po’ di cioccolata mi tirerà su!” Eccone un altro, di luogo comune. La cioccolata non ti dà il buon umore! Può farti sentire meglio, sì, ma solo quei venti secondi in cui la mangi; quand’è finita, stai di nuovo come prima. Ma chiaramente, se può pensarla come tutta l’umanità, non si permette di non farlo.

Cosa fa? Invece di andare verso il frigo, apre un cassetto.

Tira fuori un coltello.

Ma non un coltello con la lama rotonda, per spalmare la Nutella. Un coltellaccio, quasi da macellaio.

Lo guarda luccicare, lo muove e per un istante vedo il riflesso del suo volto sulla lama.

Uno sguardo agghiacciante. Un ghigno malefico. Non l’avevo mai vista così, sembra assatanata.

Si avvicina lentamente verso di me, brandendo il coltello in mano.

Che cosa vuol fare?! Perché sta venendo verso di me?

Si è fermata davanti a me.

Alza il braccio, con il coltello in alto.

Non dice niente, ma non importa; lo fanno i suoi occhi. Occhi aggressivi.

Ho paura.

Per la prima volta, ho paura.

Mi sembra che il tempo rallenti, che un istante stia durando un minuto.

E invece è sempre un istante.

Solleva la coperta. Mi tocca la pelle. Sembra soddisfatta. Io ho un brivido freddo.

Inizia ad abbassare il braccio.

Cosa fai?! Non vorrai uccidermi?!? No mamma perché?!? Non farlo, nooooooo.

Ma io non ho voce per gridare. Non ho piedi per scappare.

Si è portata via una parte di me.

La migliore. Quella glassata.

 

Cuore di carta di Federica Franceschelli

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CUORE DI CARTA

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Mi sveglio e le palpebre sono appiccicaticce e piene di grumi neri.
Resto immobile qualche istante cercando di aprirle ma faccio fatica e rinuncio.
Resto immobile qualche istante, sperando che anche il mondo faccia lo stesso. Ma l’orologio col suo ticchettio del cazzo mi ricorda che tutto si muove e sono io l’unica cosa ad essere ferma. Afferro il cuscino, lo porto tra le braccia e lo stringo con forza. Allungo una mano per cercare le coperte raggomitolate in una palla sul fondo del letto. Le trovo e le distendo alla meglio, tirandole su fino al naso perché sento freddo. Piego le gambe e porto le ginocchia contro il petto, cercando di ridurmi a una piccola palla.
Lo facevo fin da bambina, forse per il freddo o forse per sentirmi sicura, per sentirmi protetta.
Resto in questa posizione dolce e rassicurante per tanto, tantissimo tempo. Perdo il senso della realtà.

Lo riacquisto nel bagno, piegata in due sul lavandino. L’acqua scorre forte e sbatte violentemente sul fondo bianco. Gli schizzi gelidi mi graffiano il viso e tremo dal freddo. Fa così tanto freddo che mi accorgo di essere congelata e di non riuscire a muovermi. Stringo i denti perché so che prima o poi passerà. Allungo una mano violacea fino al rubinetto e lo giro bloccando quel perfido getto gelato. Mi accascio lentamente a terra e mi trascino per qualche metro cercando di raggiungere la vasca. Apro il rubinetto dell’acqua calda e quando il livello raggiunge circa metà ci scivolo dentro, con ancora mutande e reggiseno addosso. È bollente e grido, la pelle diventa rossa, brucia, ma sto meglio. Chiudo gli occhi e la bocca e mi dondolo avanti e indietro, nuovamente raggomitolata su me stessa. Aspetto solo che il dolore finisca e i sensi mi abbandonino.
È così bello quando tutto diventa nero.
?

Guardo fuori dalla finestra e tutto è perfettamente candido. Niente è fuori posto: i rami degli alberi spogli graffiano il cielo, l’erba è ghiacciata e scricchiola sotto i piedi dei bambini. Il cielo è grigio, triste ma bellissimo. Nevica. La temperatura è scesa ancora ma il paesaggio è come quelli giocattolo. Sopporta stoicamente il freddo. E io lo odio. Lo detesto, mi mette addosso una tristezza infinita. È come essere dentro una di quelle sfere che la gente compra per natale, quelle che le giri e scende la neve, dal paesaggio schematico e organizzato in maniera perfetta: gli alberi, le case, il pupazzo di neve; e con qualche euro in più anche la famiglia felice dentro al caldo e il bambino che pattina sul vialetto ghiacciato. Sono riproduzioni così perfette. Guardo fuori dalla finestra e mi sento rinchiusa in una di quelle sfere. Mi sale la nausea e lo stomaco si stringe. Mi sento soffocare.

Gli addobbi natalizi sono chiusi dentro scatoloni e mi fissano da un angolo del salotto. Io ricambio lo sguardo con superiorità. L’albero è finto e chiuso nel cellophane, lo osservo dall’alto ghignando soddisfatta, mi sento libera al confronto. Lo sguardo scivola di nuovo fuori dalla finestra. Vedo la neve, il paesaggio perfetto e ho un’altra fitta allo stomaco. Gli occhi mi bruciano e sento le lacrime salire; non sono libera. Mi avvicino all’albero, lo prendo a calci e le lacrime scendono. Apro le scatole e tiro fuori palline dorate, stelle rosse e bellissimi angeli dipinti a mano. Li butto per terra, li lancio per tutto il salotto strillando. Mi muovo veloce per casa cercando il presepe. Prendo le statuine e le lancio a terra, rido guardandole andare in mille pezzi. Prendo il piccolo Gesù dalla culla e lo lancio dalla finestra. Lo seguo con lo sguardo mentre sfreccia veloce tra i fiocchi di neve fino a cadere con un tonfo sordo in tutto quel bianco. Ne spunta fuori solo la testa, continua a fissarmi con sguardo angelico.
Odio il natale.

[…]

Federica Franceschelli è nata a Bologna nel 1989 e vive a Roma dove studia Scienze della Formazione. Ha vinto due edizioni del concorso letterario.
Questo è l’incipit di un racconto inedito.

Beattrice Noir, Poesie

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1
Mi espando come capillari
gonfi,
in un mondo di sonnambuli sensi.

E perdo la battaglia
della vita contro il dio del labirinto
il mio sangue è
il filo di Arianna ­

Vago ancora
in cerca del mio girone,
chiedendomi ancora
se c’è poi
un posto abbastanza
osceno
da potermici nascondere
ricurva
come un verme codardo.

2
Febbricitante
nella tua voluttà
danzi su passi argentati,
lambita dai sette veli.

Sul tuo volto lascivo
giace fredda,
la luna.

Nessuno osa
guardarti.

Ferita
da quella bellezza d’avorio,
sanguinante d’amore,
chiedi la testa
di colui che ti ha rifiutata.

E la promessa è mantenuta.

Reggendo il tuo trofeo
finalmente baci la bocca spenta,
saziando la sete scarlatta
della tua folle passione.

Salomè

3
Il mio inesauribile amore
per le cose torbide
mi ha portato a te, come
l’olfatto di un segugio.

Spettro cadaverico
latitante e sfuggente nell’ombra,
ti aggiri per i corridoi sprofondati
della mia testa.

Soltanto un mostro potrebbe amarti e infatti

mi è ora ben noto chi io sia.

Continuo a desiderarti,
celebrarti, come fossi una
reliquia conservarti,

in quest’urna purpurea
pulsante nel petto.

4
Fantasmi hanno occupato
la mia mente devastandola
spodestandola.

Streghe segreti scrigni,

la mia psiche è un sacrilegio
un aborto
una menzogna.

Sussurri scricchiolii strade
perse e perverse.

Sono folle sono
folle
ho perduto
le mie spoglie.

Incubata nella tomba
ti aspetto,
dolce sanguinaria.

La tua falce sul cuore.

5
E la metamorfosi
sta avendo luogo.

Di nascosto mi infilo nel buio,
graffiando il tuo corpo.

Violando la Legge,

questa mia follia
ha solo avuto la giusta vendetta
sulla mente.

Dunque io, rea di una colpa così
dannatamente dolce,
sconto ora la pena.

Perché, giacendo in segreto su di te,
ho osato amarti ogni notte,
mia ignara Regina.

Divenendo il tuo sonno,
sono in te solo quando dormi.

Divenendo il tuo sonno,
mi uccidi a ogni tuo risveglio.

Beattrice Noir (pseudonimo di Beatrice Nori) è una giovane attrice, studentessa e autrice di poesie.
Ha ricevuto il Premio Liceo Ginnasio A. Caro di Fermo, 2007-2008 e 2008-2009.

POSTDEMOCRAZIA di Tiziano Mancini

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POSTDEMOCRAZIA
di Tiziano Mancini

L’articolo di un intellettuale pose il seme. Ne seguirono alcuni editoriali e i contraddittori degli opinionisti, poi il dibattito approdò in tv, rimbalzando dalle pieghe di un talk show a un’inchiesta giornalistica, finché alla fine divenne la prima notizia di tutti i tg: i migliori leader erano tutti morti. Tra tutti i politici, ma anche tra i manager e i capitani d’industria, sindacalisti e giornalisti, intellettuali e scienziati, leader religiosi e filosofi, a nessuno mancava di avere un predecessore ormai defunto che non fosse stato più capace, più efficiente, più carismatico di lui. Ci si giustificò constatando che nella Storia c’era un’enorme maggioranza di morti rispetto ai vivi, ma l’affermarsi del concetto fece sì che si addivenne alla decisione finale: dare il voto anche ai morti. Fu una scelta sofferta e discussa, ma il degrado della civiltà umana era tale che il collasso era ormai imminente, miliardi di esseri umani erano in fuga dalle loro isole ormai sommerse dalle acque, dalle terre un tempo floride ridotte a deserti invivibili. Le città esplodevano negli intasamenti del traffico e soffocavano dentro nere nubi di gas asfissianti. Le cloache ospitavano masse di diseredati che si cibavano di escrementi: mutazioni genetiche legate all’istinto di sopravvivenza consentivano anche questo, ma per quanto tempo ancora non era dato di sapere. In un contesto simile, i morti, che erano la stragrande maggioranza degli elettori, ebbero gioco facile nell’imporre i propri modelli.
Nei supermercati i cibi un tempo più desiderati erano diventati sgraditi e restavano sui banchi anche a prezzi stracciati. Il cibo che un tempo era riservato agli amici a quattro zampe andava a ruba e costava sempre di più. I negozianti diffondevano miasmi di animale decomposto nei reparti della carne e degli insaccati per renderli più appetitosi: appena i vermi facevano capolino quella nuova clientela si accalcava all’acquisto sconsiderato dai prezzi senza più controllo. Il cibo tuttavia non aveva il tempo per avariarsi, per cui lo si comprava ancora fresco per poterlo lasciare nei frigoriferi spenti, nelle terrazze assolate, nelle cantine malsane. Mosche e penticane erano i nuovi animali domestici, i nuovi fidati padroni delle cucce e dei cestini imbottiti.
Tutto questo non poteva che favorire l’ascesa di un leader che riassumesse in sé tutte le caratteristiche di questa putrescenza globale. C’era solo un problema. Silvio era ancora vivo. Nessun cadavere, per quanto repellente, avrebbe avuto lo stomaco di votarlo, a meno che non fosse stato finalmente una carogna vera. Quando un sondaggio glielo confermò, senza pensarci due volte, decise di uccidersi. Sarebbe stato nuovamente il leader della maggioranza, di nuovo in sella, e stavolta per sempre, per l’eternità.
Così fece. E il progresso continuò.

IL TUNNEL di Tiziano Mancini

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IL TUNNEL
di Tiziano Mancini

Non sto qui a tediarvi con le ragioni che mi hanno portato a prendere la decisione di uccidermi, tanto non sarete voi a farmela cambiare, anche perché, sapendole, non fareste che darmi ragione. Il fatto è che ora sono al volante, in cerca di un muro contro cui schiantarmi. Ecco, potreste indicarmene uno, piuttosto. Ma la Panda, accidenti, per essere davvero sicuro la devi lanciare.
Prendo la Superstrada.
90…100…120. Molto bene.
E adesso? Non c’è un muro, solo guard-rail, e i frontali sono al di là degli oleandri. Ecco la galleria. Già, oltre il tunnel c’è un bel muro spartitraffico. Schiaccio tutta la rabbia sul pedale, e mi lancio nel buio. Rivedrò per un attimo la luce, l’ultima luce della vita, poi la fine. Poche centinaia di metri.
La luce. Dove?
Davvero gli ultimi attimi sono interminabili. Pensare di avere solo un minuto di vita è come quando a vent’anni hai la vita davanti. Il resto della vita è sempre una vita intera. Certe scadenze sono come donne civettuole, si negano proprio quando le vedi più vicine. Così la morte dilata all’infinito l’ultimo istante. Non si muore. Si resta là, sulla spiaggia, ad aspettare di prendere il mare. Nulla accade, e si attende che tutto accada. Tira su l’ancora, allora, affronta la tempesta e torna, se puoi, poi raccontami com’è fatto l’oceano. Solo allora sarò disposto ad ascoltarti, ché non conosce il mare chi resta nel porto.
E’ lungo, questo tunnel, però.
Pareva fosse più corto. La Panda vibra in modo impressionante e i pensieri, già convulsi, si mescolano al rumore delle lamiere. Anche l’auto presente la morte. Già, anche lei morirà. Il lamento di metallo. Non ci sarà carrozziere capace di salvarla, la cavallina storna, la camera verde. Ho perso la sintassi, s’è gettata da un finestrino, la consecutio temporum dall’altro. Lasciatemi finalmente sconvolgere i ritmi della mia eloquenza: nessuno è più costretto a comprendermi, ed io so tutto quel che mi dico. La festa comincia e sono l’unico invitato, privilegio, smania d’irregolarità, ma presto tornerò nei ranghi, è solo una vacanza mentale. Sfogati pure: manca pochissimo ormai.
Ma quando arriva ‘sto cazzo di muro, quant’è lungo ‘sto cazzo di tunnel?
La semicurva è finita. Rettilineo nel buio. Non vedo la luce dell’uscita. In pieno giorno. Almeno un barlume. Guardo lo specchietto. Buio anche alle spalle. L’avrò fatta mille volte, ‘sta maledetta galleria, ogni volta dicevo “perché cazzo avrò acceso i fari, ch’è già finita?”, e adesso… Proseguo. Passa mezz’ora, mezz’ora! La macchina continua ad urlare, viaggiando verso lo schianto. Non ho mai sollevato il piede dal pedale.
Un’ora.
Basta.
Fermo la macchina. La ventola pare un aereo in picchiata. Scendo. Strada asfaltata, muro di cemento. Lo tocco: normale, normalissimo. Avrò sbagliato strada. Sarà una galleria nuova.
Riparto.
Dall’altra corsia non viene nessuno. Altra mezz’ora di guida.
Basta.
Faccio inversione. Se anche faccio un frontale, tanto meglio. Altre due ore di inutile guida. Stremato, fine della benzina. La macchina si ferma, lei salva.
Scendo. Vedo la mia figura che si inoltra nel profondo, in cerca di un impatto che non trova. Resto a guardarla così, non posso farne a meno.
Un’ombra nel buio, che si allontana, ma non scompare.

Ypsilon noir di Alessandra Calanchi e Marco Monari

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YPSILON NOIR
di Alessandra Calanchi e Marco Monari
Acquistai la mia Ypsilon nel lontano 2001. Lo ricordo perché fu l’anno in cui crollarono le Twin Towers a New York – nessun collegamento, per carità: ma è una data che non mi è possibile dimenticare. L’avevo acquistata solo da pochi giorni, e profumava ancora di automobile nuova. Quell’odore particolare che non sai se ti piace o no – capite, vero? Un odore che non si dimentica. Ero in auto quando, accendendo l’autoradio su una frequenza a caso, venni a sapere della tragedia. Non l’imparai, come tanti altri, dalla famosa sequenza dei crolli gemelli, visti in ripetizione infinita nel piccolo schermo della TV. No. Lo appresi dalla radio della mia Ypsilon, quindi il dramma che si consumava laggiù mi sorprese mescolandosi all’odore della mia automobile nuova di zecca. Tutto qui.
Nei primi mesi, la mia piccolina mi stupì con la sua manovrabilità, con i freni ben misurati, con la frizione perfetta, con i pedali morbidi e con la bella carrozzeria nera tirata a lucido. Era un’automobile piccina per un uomo della mia stazza, me ne rendevo ben conto; un’auto più adatta a una studentessa, o a una giovane impiegata, che a un cinquantenne. Eppure, per girare in città la mia auto era insostituibile: rapida, sinuosa, facile da parcheggiare, graziosa, si rivelò una compagna silenziosa e fedele, instancabile e affidabile.
Non ci crederete: arrivai alla soglia dei 100.000 km senza quasi accorgermene. La tenevo in garage, s’intende, e la portavo regolarmente dal mio meccanico di fiducia; la mia Ypsilon non aveva un graffio, e spesso visitavo l’autolavaggio per offrirle un po’ di sollievo dall’arsura dell’estate, o al contrario, d’inverno, per darle una ripulita dopo una giornata di nevischio misto a smog.
Accadde poi che dovetti recarmi per qualche giorno all’estero per lavoro. Era per me una novità, un’anomalia – sono un uomo che ama la sua routine – eppure accettai la proposta che mi fece il capo senza esitazione. Da anni non mi spostavo dalla mia città, se non per brevi viaggi sul territorio nazionale, e in quei casi avevo sempre utilizzato la mia automobile. E ammetto che l’idea di un cambiamento, sebbene per pochi giorni, mi attirava. Ero pronto a imbarcarmi su un aereo, cosa che non mi accadeva da oltre vent’anni, e così feci senza pormi troppi problemi.
Restai all’estero – si trattava della Spagna – per pochi giorni; lavorai, sì, ma mi dedicai anche a visitare musei e a passeggiare per strade sconosciute e affascinanti. Tornai infine quasi a malincuore, ripromettendomi tuttavia che avrei cercato nuove occasioni per ripetere questa piacevole esperienza.
Camminavo leggero, portando un piccolo bagaglio a mano e un trolley che risuonava nel silenzio confortevole del garage, quando mi accorsi già da una certa distanza che la mia automobile, parcheggiata nel box dove l’avevo lasciata, aveva una portiera visibilmente danneggiata. Avvicinandomi di più mi accorsi che tutti i vetri erano i frantumi: i sedili interni erano pieni di frammenti piccoli e taglienti, e perfino gli specchietti retrovisori erano stati divelti. Più che irritato, ero stupito dalla rabbia che aveva evidentemente animato la mano di chi aveva deciso di compiere quel massacro. Com’era possibile? E perché solo la mia auto, fra tante, era stata penalizzata da quell’ira diabolica? Carezzai lievemente un sedile, poi ritrassi subito la mano già sanguinante. Non era possibile entrarci; guidarla in quelle condizioni, poi, era fuori questione. Telefonai dunque all’assistenza e mi preparai alla lunga serie di seccature che mi aspettava (pagare il carro attrezzi, telefonare all’assicurazione, parlare con il carrozziere, fare la denuncia ai carabinieri, ecc.), e che mi tennero effettivamente impegnato nelle giornate successive.
Finalmente, riebbi indietro la mia cara Ypsilon. Era bella, pulita, nera e sorridente: insomma, era tornata come nuova – anche se talvolta, devo confessarlo, dalle recondite pieghe dei sedili grigio perla sarebbero per lungo tempo continuato a spuntare come per incanto infinitesime schegge di vetro che mi si conficcavano in una mano, o in un fianco; non mi facevano troppo male, ma mi ricordavano dolorosamente l’accaduto, quasi che non dovessi mai dimenticarmene.
Nel frattempo, arrivai alla soglia dei 130.000 km. Cominciai a pensare che forse era venuto il momento di cambiare auto. Ma non ero sicuro. Volevo davvero una nuova utilitaria da città? O piuttosto era venuto, al culmine della mia pur modesta carriera, il momento di concedermi un’automobile più potente? E poi: volevo un’auto nuova o un’auto usata? Mentre consideravo le varie possibilità, mi accadde di trascorrere un fine settimana con amici, in montagna. Andammo via in pullman: era inverno, c’era una bella neve e riuscimmo a sciare molte ore con grande soddisfazione, come ai vecchi tempi. Tornai stanco, abbronzato e felice. Un’unica piccola preoccupazione riguardava la mia auto. Per questo, appena arrivato, mi guardai intorno nel piazzale: la mia auto era lì, bella e fedele. Nessun danno. Che sollievo.
Mi attardai dunque a salutare gli amici, a raccontare gli ultimi aneddoti, a scherzare e salutare. Li vidi ripartire tutti. Non avevo fretta: era già l’una di notte, ma l’indomani era domenica, potevo prendermela con calma. Entrai in auto sorridendo, pronto ad accendere il motore e a ritrovare il confortevole tepore della mia Ypsilon. Ma la chiavetta si mosse a vuoto. Nessun rumore. Nessuna luce sul cruscotto. Silenzio.
Naturalmente, la batteria si era scaricata mentre ero via. Accidenti! Pensai. Eppure, mi sembrava di averla fatta sostituire non più di due mesi prima. Possibile che mi sbagliassi?… Ma era inutile, anzi era dannoso, perdere tempo. Provai subito a chiamare gli amici sui vari cellulari: niente. Del resto, avevamo scherzato fino a poco prima su quelli che tengono i cellulari sempre accesi, specie di notte. Il fiato iniziava ad appannare i vetri. Cazzo, la temperatura era abbondantemente sotto lo zero. Cercai il numero dell’assistenza: l’avevo sempre tenuto fra le pagine del libretto di circolazione. Eppure, niente. Non c’era. Sconsolato, ripresi in mano il cellulare per tentare una connessione a internet e trovare qualche numero per l’emergenza. Ma il telefono si spense nel medesimo istante in cui lo toccai. Batterie scariche. Cazzo. E il caricabatteria da auto? Ero sicuro di averlo messo da qualche parte. Ma dove? E comunque a che mi sarebbe servito, idiota, visto che il motorino d’avviamento non funzionava?
Potete bene immaginare cosa feci: m’incamminai a piedi verso casa. Lasciai valigia, sacca e sci in auto (gli sci sul tettuccio, naturalmente) – e iniziai a camminare. E camminai. Camminai. Camminai fin quasi a non sentire più mani e piedi. Arrivato a casa, trovai il numero; telefonai; la macchina fu recuperata. Gli sci no – in meno di tre ore erano stati divelti dal portapacchi, per di più con un attrezzo che mi aveva distrutto mezzo tettuccio, segnato la portiera e spaccato il vetro posteriore. Ma ero a casa.
La settimana scorsa ho preso la solenne decisione. Ho visto l’automobile che cercavo: un bel Freelander verde scuro, massiccio, elegante, adatto a me. Sono entrato nella concessionaria e l’ho acquistato. E’ stato un colpo di fulmine. Ho pensato: è giunto il momento di farla finita con questa automobilina da città, vecchia, viziata, e sfigata. E’ ora di rifarmi un’immagine, di voltare pagina. Bye bye, Ypsilon. Hai fatto il tuo tempo.
Sono arrivato a casa e sono sceso in garage per iniziare a svuotare la macchina. Ho aperto la porta e… la Ypsilon non c’era. Eppure ero sicuro di averla messa in garage, cazzo. Ma dove avevo la testa? Dove l’avevo lasciata? Alla posta? Al supermercato? Al lavoro? Che seccatura, accidenti. E poi, suona il telefono. Numero sconosciuto. Sì? Rispondo. Sono i carabinieri. Mi chiedono se mi risulta che l’auto Ypsilon targata AD 726IO, di mia proprietà, si trovi attualmente in un fosso, in aperta campagna. Non so che rispondere. Penso inizialmente a uno scherzo. Poi vedo lo squarcio nella porta del garage. Mi era sfuggito perché sono entrato dall’ingresso interno, dalla casa cioè. Ma lo squarcio è veramente grande. Ci può passare comodamente una persona. Anzi, un’automobile. Quasi mi dimentico che al telefono c’è un maresciallo che sta aspettando la mia risposta.
Rispondo automaticamente, intanto mi incammino di nuovo al piano di sopra. Il maresciallo ipotizza che l’auto sia stata rubata, poi si sia schiantata contro un palo e sia finita in un fosso. Ma c’è un particolare inquietante – non è stata trovata nessuna traccia. Nessuna traccia. Oggi, all’epoca in cui si risale al DNA anche solo da una goccia di saliva o di sudore. Gli chiedo dov’è, lo saluto rispettosamente. Chiamo un taxi, lo aspetto. Arriva. Parto.
Arrivo sulla scena del crimine. La mia Ypsilon è quasi accartocciata su se stessa. Più che un furto, pare un omicidio. Anzi, no: più che un omicidio, si direbbe un suicidio. I carabinieri ridacchiano. Io no. Vedo la targa, mezza distrutta e annerita dal fango. Si leggono solo le prime due lettere e le ultime due. E il numero centrale, un 2, nell’incidente si è modificato, e sembra una D.
AD — D — IO.