Le arti visuali a Urbinoir

Urbino si tinge di nero.

A partire dal 22 novembre 2016 la Biblioteca Leone Traverso ha ospitato alcune conferenze della manifestazione Urbinoir, quest’ anno intitolata “Trilli Diabolici e Nature Morte: Crimes for Art’s Sake”. La professoressa Bonita Cleri è intervenuta mercoledì 23 novembre con il seminario “La clessidra e il teschio, il tempo e la morte”. Cleri ha subito messo in evidenza il punto di contatto tra il genere Noir e le rappresentazioni pittoriche di natura morta. Si può considerare questo tipo di pittura come esaltazione del “Silentium”, ovvero occasione per entrare in contatto con se stessi. Tra i soggetti ritratti in opere di questo tipo ricorrono per esempio la clessidra e il teschio: la clessidra come simbolo dello scorrere inesorabile del tempo e il teschio come emblema della morte. Un affresco pompeiano con la rappresentazione di un teschio attesta le origini antiche di questo filone artistico. Non è chiaro se questo genere sia di origine italiana, fiamminga o nord europea. Durante il XVII secolo l’Italia conosce un notevole sviluppo delle opere raffiguranti natura morta. Cleri ha portato all’ attenzione dei presenti il dipinto “Canestra di frutta” di Caravaggio. Si tratta dell’unica opera in cui l’artista raffigura una natura morta come soggetto principale. In tutti gli altri dipinti la natura morta è parte di un altro elemento contenutistico, come quello religioso. Un esempio è “Cena in Emmaus” in cui è rappresentato un canestro di frutta sul bordo del tavolo.  Caravaggio mette la sua arte in un dipinto di natura morta tanto quanto in quelli in cui ritrae dei personaggi. Un altro esempio di questo genere di rappresentazioni si trova all’interno dello studiolo del palazzo ducale di Urbino. In questo caso la natura morta è rappresentata da uno strumento musicale appoggiato sul tavolo, strumento che rappresenta la musica, ma anche l’armonia e la contingenza di quello che ci affascina in un determinato momento. Nel corso del ‘600 sono spesso rappresentati soggetti che riguardano il cibo, come una sorta di esorcizzazione della carestia diffusa in quel momento storico. Anche l’elemento floreale è un soggetto tipico della natura morta. Fiori destinati ad appassire velocemente e che ci ricordano la caducità della vita, la “Vanitas” del libro biblico di Ecclesiaste, libro in cui il re Salomone riflette su quanto tutto nella vita sia passeggero. Cleri ha sottolineato la differenza tra il sentimento che voleva suscitare questo tipo di dipinti rispetto ad altre opere. Infatti, mentre i quadri di natura morta erano destinati a occupare un posto in un tinello o a fianco di un inginocchiatoio come elemento che favorisse la meditazione, altre opere di quel periodo avevano a che fare con un godimento di tipo corale anziché privato. Tra gli altri soggetti rappresentati ci sono elementi fragili come vasi di vetro, bolle di sapone e candele che si spengono, sempre a indicare lo scorrere della vita che passa e non torna più. Anche pittori della storia contemporanea hanno rappresentato soggetti di natura morta: uno tra questi è Picasso. L’intervento della professoressa Cleri si è concluso con un’ ironica provocazione, quella del teschio incrostato di diamanti. Si tratta di una scultura dell’artista contemporaneo Damien Hirst. Il suo teschio non ha niente a che vedere con la natura morta e la riflessione sul tempo. È un’allusione al mondo del consumismo. Stesso protagonista, ma con una storia diversa.  Questo intervento da parte della professoressa Cleri è stato utile per confermare che non esistono confini disciplinari, le riflessioni e i sentimenti evocati dalla letteratura Noir si possono osservare anche da un punto di vista artistico. Valentina Ricci

A Urbinoir si torna sempre

GEMELLAGGIO URBINOIR E FESTIVAL GIALLO GARDA

Ovvero, “The created IS NOT the creator” Sono tornata con molto piacere per il secondo anno consecutivo all’evento Urbinoir e al contrario di quanto spesso viene detto quando si partecipa a una manifestazione a cui già si ha già avuto modo di assistere non è venuto meno quel senso di meraviglia e curiosità propri dello spirito bambinesco che caratterizza la nostra esistenza. Sembra infatti che molte cose siano banali soprattutto al giorno d’oggi, in cui vi è un senso di disincanto e disillusione totale per ogni minimo elemento, in cui le persone sono sempre alla continua ricerca quasi mai conclusa con successo di un bagliore, di una scintilla che le possa smuovere dal loro torpore quotidiano. Ed è per questo che piace anche lo scandalo suscitato da programmi televisivi privi di senso che ci possano fare uscire dal nostro vivere quotidiano. Mi verrebbe da dire, pensando proprio a Urbinoir, che ognuno di noi ha uno Stewart dentro di sé, il protagonista de: “La finestra sul cortile” di Hitchcock che trova una via di fuga dalla noia della vita grazie ad una banale finestra che si affaccia sul suo cortile. Ebbene Urbinoir non è nulla di tutto questo, non è né scontato né già visto. Prevedo di non stupire nessuno con queste mie parole (forse anche queste sono banali) per l’introduzione a un evento in cui, tra i diversi interventi, vi è anche quello di Giulio Segato, un giovane studioso che pone al centro della sua discussione Hopper, pittore americano del 900 che “può essere studiato da diversi punti di vista, tra cui il principale è quello di pittore metafisico”. Il focus su questo artista è proprio dovuto al fatto che può essere considerato un pittore noir, termine c he ci fa sorridere ma che ci fornisce la giusta visione di come questo genere abbia contaminato ogni tipo di arte dai romanzi, al cinema e perfino alla pittura. Ma prima di discutere di questo aspetto, è importante spendere qualche parola su Giulio Segato per non dare ragione a Flaubert, che diceva che “L’homme c’est rien, l’oeuvre c’est tout”. Un ragazzo discreto e visibilmente emozionato, che proprio per questo mi ha subito ricordato i detective dei tanti romanzi noir, impacciati ma molto intelligenti e che sanno portare dalla loro parte ogni lettore, data la simpatia che li contraddistingue. Segato ha fornito un interessante excursus delle opere di Hopper caratterizzate da elementi noir come “Night on the El train” (1918) e “Night Shadows” (1921), in cui è presente il tema della solitudine urbana e che ricorda The Maltese Falcon (film del 1941 di John Huston). L’intento di Hopper, come ha spiegato Segato, era quello di rappresentare ogni notte e ogni uomo nei suoi quadri ed è proprio questo senso di universalità che mi piace di questo artista. La cosa bizzarra è stata che la sera stessa della manifestazione mi sono imbattuta, in uno dei pub di Urbino, proprio nel dipinto di Hopper “Night Hawks” presentato da Giulio Segato ma mai visto fino a quel momento forse per la superficialità con cui il mio sguardo si perdeva nel guardare intorno a sé senza focalizzarsi su un punto in particolare. Credo che lo scopo del suo intervento sia stato proprio quello di portare alla luce un artista così importante ma che al tempo stesso non tutti conoscono e dotare i neo appassionati al genere come me di uno strumento nuovo attraverso cui scrutare la realtà del noir. Devo dire che quello che più mi ha colpito è stato il generale clima di amicizia che si poteva percepire nella stanza tra la professoressa Calanchi e i vari ospiti tra i quali era presente anche il prof. Andrea Nonfarmale, presidente della manifestazione Festival Giallo Garda con cui Urbinoir ha stretto una sorta di gemellaggio. Per concludere è d’obbligo aggiungere che anche quest’anno l’evento è stato organizzato in maniera impeccabile e con grande cura per ogni dettaglio, mettendoci cuore e passione e mi sento di andare contro quello che sentenziava il caro vecchio Doyle con “the created is not the creator” perché in questo caso credo proprio che il risultato rispetti proprio le persone e lo spirito con cui è stata presentata questa meravigliosa manifestazione che spero continui ancora per molto tempo.  Angelica Santi

Un incontro col cinema Noir

Il Gabinetto Del Dottor Caligari

Se dovessi elencare i motivi per i quali questa pellicola non è stata di mio gradimento, allora questi sarebbero, in un certo senso, esattamente gli stessi che mi hanno portata a credere il contrario. Dato che questo commento è libero, inizierò a parlare della frattura temporale che mi divide dal film stesso a causa della distanza tra l’epoca in cui vivo e quella in cui è stato creato. Infatti la lentezza che caratterizza la sceneggiatura, la conseguente ed esagerata fiacchezza intrappolata nelle scene ripetute più volte e, infine, il genere a cui appartiene (horror), sono gli elementi che paradossalmente hanno catturato la mia attenzione. In concreto, però, iniziare questo discorso sarebbe come parlare di ciò che piace senza tuttavia esprimerne le motivazioni. Da un lato non posseggo le basi necessarie per recensire un film da un punto di vista interdisciplinare; dall’altro, immaginandomi nell’atto di addizionare nella mia mente tutte le oggettività che sono riuscita a cogliere durante la proiezione, giungerei a un risultato: il parziale rifiuto di alcune peculiarità del film che non sono riuscita a percepire e metabolizzare con fluidità e scorrevolezza. Disgraziatamente però, non essendo l’essere umano una creatura assai semplice, l’oggettività, la concretezza e la tecnicità si trasformano in attributi che nell’arte possono passare in secondo piano. Nell’individuo la maggior parte delle passioni non sono concepite sulla lineare superfice esteriore. Esse provengono invece dai quei piaceri che non possono mai essere analizzati interamente poiché, frutto del nostro subconscio, sono la sublimazione dei nostri impulsi più caotici e inspiegabili. Così è il cinema. In questo mondo in cui tutto sembra essere possibile (almeno per il regista) siamo autorizzati ad ammettere i nostri gusti senza essere costretti a dover dare delle spiegazioni. Certamente potremmo citare quali intangibilità emotive ci hanno in qualche modo toccato: uno sguardo, un dialogo o persino una parola o un movimento impercettibile potrebbero essere stati la scintilla che ha appiccato in noi l’incendio. Sebbene le parti fondamentali di un’opera cinematografica (ad esempio la sceneggiatura o il montaggio) risultino obbiettivamente essere parte del suo assunto più tecnico e forse impersonale, non è certamente possibile negare che in assenza di un’analisi puramente descrittiva questi fattori che rappresentano lo “scheletro” dell’opera siano parte di un’intimità individuale che attraverso la pubblicazione viene resa di gruppo. Ora, arrivando direttamente al succo del discorso, sono in grado di giustificarmi in maniera più esaustiva del fatto che sì, il film è stato di mio gradimento. Mi sono piaciute le tecniche di pittura del negativo precedentemente analizzate in conferenza che forse simbolicamente cambiavano colore a seconda del tipo di scene e di personaggi. Mi ha sorpreso in particolare la risata inquietante del protagonista che era stata meticolosamente riprodotta attraverso l’emissione di un suono sordo, simile al verso di un ranocchio. La porta triangolare attraverso la quale si accedeva allo studio del direttore del manicomio mi ha fatto pensare, a causa della sua forma, alla relazione tra la psicoanalisi e la magia che nel film era raccontata implicitamente (a seconda di diverse interpretazioni, infatti, il professore può essere sia il protagonista sia l’antagonista, ma nel primo caso egli rappresenterebbe lo psichiatra e nel secondo lo stregone, il mistico). Il triangolo che fa parte dei simboli onirici attribuiti alla professione dell’alchimista, rappresentando gli elementi naturali: acqua, terra e fuoco. Infine, ponendo un ultimo accenno alla simbologia del triangolo nella porta dell’ufficio del professore, si può constatare che la rappresentazione del numero “tre” richiama al concetto di “perfezione” che emerge dai due estremi: razionalità e follia. Non posso negare inoltre di essere stata in preda di un leggero brivido di terrore dopo aver visto il film, che, nonostante la lontananza dell’epoca in cui è stato girato, non ha voltato le spalle alla sua natura horror. Paradossalmente, per lo stesso motivo di discrepanza temporale, alcune scene dovevano essere quasi per forza interpretate in chiave comica. La cosa che più mi ha sorpreso tuttavia è stata la bravura interpretativa ed espressiva degli attori, che nonostante l’esagerata tragicità dei movimenti del corpo hanno davvero regalato al pubblico il piacere dell’essere spettatori. La loro recitazione era espressa con una bravura e una capacità tale che, anche in assenza di parole, la comprensione semantica del film poteva essere vincolata al movimento di un solo muscolo del viso. Questo spettacolo assolutamente minimalista mi ha fatto purtroppo riflettere sulle diversità tra gli attori di ieri e quelli di oggi per mezzo anche di paragoni ahimè ingiusti (poiché l’antico e la tradizione non sono sinonimi di “migliore” ma solo di “diverso”). Matilde Buffoni

Una serata Urbinoir

Ho deciso di raccontare la mia esperienza alla serata di Mercoledì 23 novembre durante uno degli innumerevoli incontri di Urbinoir 2016. La serata è stata divisa in due parti. La prima consisteva in un intervento del Prof. Davide Riboli con titolo “Musiche per fieri pasti”: avevo pensato, tra me e me, ad argomentazioni che si distaccavano completamente da quelle che sono state effettivamente trattate, dato che i “fieri pasti” del titolo portano all’argomento centrale dell’intervento ovvero l’Antropofagia.
L’antropofagia è stata inserita come tema centrale dell’incontro in quanto molto spesso ricollega al crimine e in molte pellicole conosciute ha rappresentato il focus centrale su cui il regista ha creato l’intero film. Il prof. Riboli ha parlato di diverse tipologie di antropofagia riguardanti diverse visioni di questo atto considerato un taboo anche ai nostri giorni (antropofagia religiosa, per cannibalismo, per necessità, per giustizia, per amore, ecc..) e ha preso in considerazione, come esempi, pellicole di registi cinematografici e teatrali del calibro di Pasolini, Rattner, Bene e altri. La domanda che subito mi è sorta spontanea è stata cosa c’entrasse questo tema con l’arte e in primis con la musica. Il professore subito ha dato una risposta: il Noir è visto come la parte nera, oscura dell’uomo ed è ispirazione per grandi artisti della musica contemporanea e quindi questi loro componimenti ispirati dell’oscurità si sposano benissimo con pellicole di registi famosi che li hanno scelti per rappresentare il punto culmine dell’intera opera. Ad esempio, nella Medea di Pasolini (impersonata dalla splendida Maria Callas e incentrata sul tema dell’antropofagia) la musica assume un ruolo importantissimo in quanto tutto il primo tempo del film è solo musicale, non ci sono intermezzi parlati, tutte le emozioni che il regista ha voluto trasmettere sono state poste nelle mani della musica; oppure nel film Red Dragon di Rattner la scena della prima vittima di Hannibal Lecter apre con una delle sinfonie di Mendelssohn che però esprime un sentimento completamente opposto rispetto a quello che poi sarà rappresentato nella scena successiva.
La seconda parte è stata più di svago, perché ho potuto ritrovarmi in una situazione immaginaria che era completamente diversa dalla precedente: eravamo tutti in compagnia del grande Sherlock Holmes e del suo fidato assistente Watson, ascoltando le musiche che lo hanno caratterizzato e anche ispirato nel risolvere qualsiasi difficile caso gli si presentasse. I brani sono stati eseguiti in modo egregio da due musicisti di alto calibro, il M° Michele Bartolucci e l’insegnante di musica Vera Mazzotta, rispettivamente violino e pianoforte. La scelta del violino ovviamente non è stata casuale, in quanto si sa che il nostro amato Holmes si dilettava spesso nel suonare il violino eseguendo brani a volte semplici a volte difficilissimi e molto complicati. I primi due brani eseguiti appartengono al gruppo di pezzi per così dire “semplici” e sono “Lieder ohne Worthe” dall’opera 19 di Mendelssohn e “Barcarolle” da “I racconti di Hoffmann” di Offenbach, entrambi brani orecchiabili e di (almeno in apparenza) facile esecuzione. Si dice che grazie al secondo brano Holmes sia riuscito a risolvere uno dei suoi casi, considerando anche che il famoso investigatore si faceva molto ispirare dalla musica, che lo aiutava nel risolvere i suoi enigmi; egli usò la musica come momento di fluttuazione dell’inconscio e grazie all’ascolto riusciva a inserire dei particolari in uno specifico contesto, arrivando addirittura a emozionarsi dato che, come lui stesso affermava, “la musica precede il linguaggio (anche quello cantato) ed è pura espressione di emozioni”. Hanno seguito dei brani come “Notturno” di Chopin, che personalmente è un componimento che adoro, vista la sua aria mistica, quasi magica molto rilassante che ti trasporta per tutta la sua durata; e anche “Intermezzo della Cavalleria Rusticana” di Mascagni e “La risata” di Paganini sono brani colmi di emozioni che arrivano diretti all’ascoltatore. E’ facile comprendere come una grande mente come Sherlock Holmes possa aver tratto ispirazione e beneficio dal riprodurre e dall’ascoltare brani di questo calibro, che aiutano anche persone semplici come noi a guardarsi dentro.
Ho apprezzato davvero molto l’incontro, soprattutto la seconda parte perché ha saputo integrare due argomenti apparentemente lontani come l’investigazione e il noir con la musica che è un mondo che mi interessa e mi appartiene molto. Credo che in un contesto universitario e in una città ricca di arte come Urbino l’argomento della musica debba essere sempre una costante e grazie a incontri come questo e come altri durante l’Urbinoir questo è possibile. Ringrazio tutta l’organizzazione di Urbinoir per aver creato delle situazioni di incontro culturali, musicali e cinematografiche molto valide e interessanti.
Sofia Radicioni

Urbinoir dà il benvenuto alle onde gravitazionali!

Urbinoir dà il benvenuto alle onde gravitazionali! Questa è stata la frase che ha sancito l’inizio della conferenza a cui ho partecipato venerdì 25 novembre, organizzata in occasione dell’evento Urbinoir. È stata consegnata una targa all’illustre professore, fisico e scienziato Flavio Vetrano, che ha precedentemente descritto in modo chiaro e comprensibile a tutti il fenomeno delle onde gravitazionali generate dalla collisione tra due “trous noirs”, i cosiddetti buchi neri, collisione avvenuta il 14 settembre 2015 ma effettivamente provata nel febbraio del 2016. Il professore ci ha spiegato innanzitutto cos’è un buco nero e come si forma. Quest’ultimo nasce quando due stelle collassano tra loro; è compatto, dal suo interno non viene emesso nulla, viaggia nello spazio ed è impenetrabile. In seguito egli ha voluto precisare che il vuoto in realtà è densamente “popolato” di materia ed è per questo che le onde riescono a propagarsi in esso; per descrivere tutto questo ha fatto l’esempio di due barche che pur trovandosi ferme sul mare tendono ad avvicinarsi tra di loro. La particolarità di queste onde gravitazionali è che interagiscono talmente poco tra loro che non sono disturbate ed è questo meccanismo, secondo il professore, che porterà a una vera e propria nuova fisica. Inoltre lo studio di queste onde potrebbe dare ulteriori spiegazioni sull’ancora misterioso Big Bang, in quanto entrambi sembrano essere generati dallo stesso fenomeno. In conclusione posso dire che questa conferenza è stata per me molto interessante per due motivi: fin da piccola sono stata sempre appassionata di astronomia, stelle e buchi neri nonostante poi abbia scelto un ben diverso percorso di studi; inoltre ho trovato la spiegazione del professore perfetta per un pubblico di giovani o comunque di non esperti sull’argomento, e ho apprezzato il suo modo di rendere questo argomento specifico e magari anche poco conosciuto così piacevole e affascinante.

Debora Jani

Premiazione di Flavio Vetrano

Ho partecipato all’evento, organizzato da Urbinoir Venerdì 25 Novembre, in cui è stato premiato l’illustre scienziato Flavio Vetrano, il quale ha parlato dei suoi studi sui buchi neri e sulle onde gravitazionali. L’evento è stato molto produttivo in quanto, pur avendo poca conoscenza della fisica e dell’astronomia, i relatori (era presente anche il prof. Gian Italo Bischi che ha introdotto Vetrano) sono riusciti a coinvolgermi e ad appassionarmi agli argomenti trattati. Il tema principale, i trous noirs – così si chiamano i buchi neri in francese (e il gioco di parole è curioso, in quanto in inglese potrebbe significare “vero noir” riferendosi al genere letterario) – sono stati presentati in maniera molto originale, trovando un collegamento con l’evento culturale Urbinoir che “dà il benvenuto” alle onde gravitazionali generate dalla fusione di due buchi neri. Questo fenomeno, generato dopo una lunga danza di corteggiamento fra i due, è ancora un mistero, ma ci si augura che in futuro gli studi potranno spiegarcelo con maggiore chiarezza in modo tale da poter comprendere meglio anche il fenomeno del Big Bang dal quale potrebbe essere scaturito il genere umano. Il discorso del Professor Vetrano è stato molto coinvolgente poiché per rendere meno difficile la comprensione di questi eventi ha usato molte metafore, ad esempio per spiegare come due corpi possono propagarsi nel vuoto ha fatto l’esempio di due barche che pur essendo ferme sul mare tendono ad avvicinarsi. Molto interessante è stata anche la metafora del tappo di sughero per descrivere come la forza differenziale riesce a generare le onde. Inoltre, oltre all’uso frequente di figure retoriche, si è relazionato con il pubblico in maniera colloquiale e diretta, aggiungendo battute nei punti opportuni per smorzare la complessità dell’argomento trattato. In conclusione, aver partecipato alla conferenza è stato molto utile ed è un’esperienza che consiglierei agli studenti di qualsiasi corso di laurea. Raffaella Alessandrini

Una serata speciale ad Urbinoir

Martedì 22 novembre ho assistito alla proiezione del film Das Kabinet des Doktor Caligari, film muto del 1920.
Forse non avrei mai guardato un film di quasi cento anni fa, muto e in bianco e nero di mia spontanea volontà, ma La ringrazio per avere dato a me e alle persone presenti in sala la possibilità di vivere quest’esperienza più unica che rara. Non pensavo potesse piacermi un film del genere, perciò sono rimasta piacevolmente contrariata dopo la visione. E’ incredibile come gli sguardi e i movimenti degli attori uniti alla musica possano suscitare forti emozioni anche con l’assenza di parole. Tutto ciò mi ha portato a comprendere che le parole non sono l’unico mezzo per trasmettere ansia, paura o altro. Il film mi ha fatto riflettere sull’importanza del linguaggio del corpo e sul fatto che non è tutto come sembra, infatti lo spettatore durante tutto il film segue la storia raccontata da un uomo che pensa che il direttore del manicomio sia pazzo, mentre invece alla fine comprendiamo che il vero pazzo è lui.

Avendo apprezzato il film, ho deciso di partecipare a un altro evento organizzato all’interno di Urbinoir, così la sera seguente (mercoledì 23 novembre) mi sono recata a palazzo “Legato Albani” per assistere a “Musiche per fieri pasti” e alla lezione/concerto “La musica di Sherlock Holmes”.
Il titolo “Musiche per fieri pasti” mi ha incuriosita, ma non potevo certo immaginare che il prof. Davide Riboli avrebbe parlato di antropofagia e cannibalismo. E’ stato interessante scoprire che esistono vari tipi di antropofagia (per piacere, per necessità, per vendetta, per amore, ecc..). Secondo me l’antropofagia più crudele è quella in cui uno dei genitori mangia i figli, è un atto che mi ha fatta rabbrividire. L’antropofagia rientra nel tema del Noir in quanto parte oscura dell’ uomo, quasi primitiva e selvaggia. Questo tema ricorre sia in pittura, sia in letteratura (nella Divina Commedia ad esempio troviamo il Conte Ugolino), ma lo ritroviamo anche in alcuni film come Medea di Pasolini o Red Dragon di Rattner. Molto suggestiva è stata anche la “Lectura Dantis – Inferno,canto XXXIII” di Carmelo Bene, che mi ha trasmesso un senso di macabro e oscuro.
Il prof. Riboli ha proiettato qualche minuto del film Medea di Pasolini in cui la massima importanza è stata attribuita alla musica e ciò mi ha fatto pensare al film visto la sera precedente in cui essa trasmetteva emozioni allo spettatore e lo coinvolgeva nella storia. La musica esprime i sentimenti, le ansie,l e paure dei protagonisti e permette allo spettatore di immedesimarsi negli attori.
La parte che ho gradito di più della serata è stata la seconda, nella quale ho potuto apprezzare la bravura di Michele Bartolucci,che suonava il violino, e Vera Mazzotta, che suonava il pianoforte.
Interessante è stata anche l’introduzione che è stata fatta su Sherlock Holmes, grazie alla quale ho scoperto la sua passione per la musica che riusciva a emozionarlo e il fatto che sapesse suonare il violino.
Michele Bartolucci e Vera Mazzotta hanno eseguito “Lieder ohne Wohrte” (op.19 n.1) di F.Mendelssohn e “Barcarolle” da “I racconti di Hoffamnn” di Offenbach, due brani piacevoli, leggeri e apparentemente semplici. Ci è stato spiegato che grazie a “Barcarolle” sembra che Holmes sia riuscito a risolvere uno dei suoi casi. L’investigatore non voleva innamorarsi poiché temeva che le sue abilità logiche potessero essere compromesse, ma amava la musica perché gli permetteva di scavare nell’inconscio e di prestare attenzione ai dettagli. A questi due brani hanno seguito “Notturno” di Chopin, un brano molto rilassante che ti trasporta in un mondo magico e ” Romanza Andaluza” di P. De Sarasate in cui il violino ha un ruolo principale e passa da una melodia armoniosa e tranquilla ad una più veloce e intensa. Gli altri brani che sono stati eseguiti sono “Cavalleria Rusticana”, Intermezzo di P.Mascagni, “Berceuse Slava” op.11 di F.Neruda, “Mazurka Souvenir de Warschau” di W.Norman Neruda, “Capriccio” n.13 op.1 “La risata” di N.Paganini – R.Schuman e “Tra-la-lira-lira-lày” Walzer op.34 n.1 di F.Chopin.
Queste due serate mi hanno arricchita dal punto di vista culturale e mi hanno fatto apprezzare un tipo diverso di film, un genere di musica particolare e anche il tema del Noir. Quest’ esperienza mi ha permesso di ampliare i miei orizzonti e di scoprire un mio interesse per questo tipo di musica che prima non sapevo che potesse piacermi.
La ringrazio per avere coinvolto i suoi studenti nell’iniziativa “Urbinoir” e per avermi dato la possibilità di scoprire nuovi interessi.
Rebecca Ruggeri

Impressioni su Il gabinetto del dottor Caligari

Ammetto di essere partita da casa piuttosto scettica riguardo al film che sarei andata a vedere. Avendo letto in precedenza la trama su internet, ero dubbiosa sul fatto che quel genere di film (thriller/horror), girato negli anni ’20 (quasi un centinaio di anni fa) potesse piacermi.

Anche iniziato il film non capivo esattamente perché il regista avesse utilizzato certe tecniche narrative o si soffermasse così a lungo su particolari sui quali, a parer mio, era inutile soffermarsi.
Durante lo svolgimento del film però mi sono dovuta ricredere. Mi stavo appassionando alla storia come se essa fosse assolutamente a noi contemporanea, degna di un vero film dell’orrore dei nostri tempi: musica in grado di far cadere gli spettatori in uno stato di ansia e terrore, momenti di suspense da far trattenere il respiro, attori ben immedesimati nella loro parte da sembrare quasi persone reali piuttosto che personaggi, scenografie buie, quasi tetre e per finire una storia talmente intricata e ben studiata da attirare e trattenere l’attenzione dello spettatore ferma sul film.
Sono stata contenta di aver partecipato a questa serata, perché questo film è stato in grado di eliminare i miei pregiudizi verso il cinema vecchio stile. Sono riuscita a capire in che modo venivano pensati, studiati, elaborati e scenografati i film in quell’epoca, e, alla fine mi sono lasciata coinvolgere.

Arianna Tarassi