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Urbinoir News – Inviti alla lettura Marzo 2020

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In tempi di presentazioni rinviate, di convegni impossibili, di didattica online; in tempi in cui bar e librerie sono costretti a chiudere (speriamo per un tempo molto breve),

Urbinoir – che già in passato si è distinto per il coraggioso gemellaggio fra Urbinoir e un buco nero – propone il primo, vertiginoso gemellaggio della Storia fra una collana reale e una biblioteca immaginaria: 

in questo caso, ovviamente, fra la collana Urbinoir Studi (ARAS Edizioni, Fano) e la “Camera Noir” che troviamo nel romanzo di Gianluigi Schiavon Rapkoka (Giraldi Editore 2019):

[…] “Signori, vi presento la mia Camera Noir”.

[…] Fu come addentrarsi nell’Inferno con un biglietto turistico. O in un Paradiso Rovesciato, a seconda dei punti di vista. Le alte pareti erano dipinte di nero fin quasi alla sommità, una sottile linea chiara, come d’orizzonte, le separava dal soffitto anch’esso scuro a simulare una notte infinita, ma senza stelle. […] Era un mondo popolato di sguardi silenziosi, inquisitori, spaventati, persi nel dolore o nell’indifferenza; imponevano la giustizia oppure invocavano pietà, nel migliore dei casi una condanna liberatoria. Erano gli sguardi dei personaggi di centinaia e centinaia di libri, protagonisti del male e del bene, ma mescolati tra loro, come nella vita, dove l’Inferno si specchia nel Paradiso e spesso ne capovolge il senso, invadendone i confini.

Bertot se ne accorse subito. Quei libri appartenevano tutti allo stesso genere, comunque lo si volesse chiamare. Ordinatamente allineati uno accanto all’atro sugli scaffali che si spingevano a grattare il soffitto, convivevano – come vecchi amici, compagni della stessa brigata oppure rivali se non addirittura nemici – romanzi noir, polizieschi, racconti di indagine, crime stories o detective stories di tutto il mondo e di ogni epoca, a braccetto con i loro autori: il norvegese Nesbo, certo, ma anche gli svedesi Larsson e Mankell, e ancora il belga Simenon, i francesi Izzo e Varenne, l’italiano Camilleri e i catalani Montalban e Mendoza, e naturalmente gli americani Hammett, Spillane e Chandler, poi lo scozzese Conan Doyle, unico cui era dedicata una vetrinetta a parte, e ancora gli inglesi Agatha Christie e perfino Harold Blundell, in arte George Bellairs. 

e la collana Urbinoir Studi di ARAS Edizioni Fano

Rapkoka di Gianluigi Schiavon

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Ci sono scrittori che scelgono il noir come via breve al successo. E che poi, una volta scoperto il filone, ripetono la formula senza raggiungere più l’eventuale originalità del primo tentativo. Di sicuro Gianluigi Schiavon non è tra questi. 

Rapkoka, “viaggio sentimentale attraverso cinque delitti” (Giraldi Editori 2019) rimette in scena il commissario Lucien Bertot (già conosciuto ne La fuga (2015) in una nuova quest che lo vede accanto al figlio. Non sarà un caso: Schiavon, anni fa, era impegnato in prima linea a difendere la categoria dei padri separati (Il bambino del mercoledi, 2008). E lo fa con uno stile impeccabile che oscilla dall’hard-boiled alla poesia – e neanche questo è un caso: Schiavon è autore dell’efficace Colpi bassi (sul ring e nella vita) (2012) ma anche del suggestivo e fiabesco A Bologna c’era il mare (2016).

Insomma, ci troviamo di fronte a un enigma: stiamo parlando dell’ennesimo giallo-noir, o stiamo parlando di uno scrittore che, piano piano, sta entrando nella Letteratura italiana? Le due cose, ovviamente, non si escludono.

Ma poiché siamo Urbinoir, limitiamoci al noir.

E questo è un noir straordinario. Abbiamo un poliziotto irriverente che si commuove. Abbiamo metafore alla Chandler. Abbiamo un’introspezione psicologica stringente, una capacità vertiginosa di sintonizzarsi col lettore e non lasciarlo più andare. Alla fine del primo capitolo, siamo già acchiappati.

Il romanzo si snoda tra Francia, Oslo e Londra. Anche questo ci dà un istante di sollievo. Scusate l’eresia, ma non cominciate un po’ a stancarvi del noir mediterraneo, dei noir ambientati per forza nelle città italiane?

Chi conosce Schiavon, ha la fortuna di poter leggere il libro immaginando di ascoltarlo letto da lui, con la sua voce e il suo accento lievemente (piacevolmente) bolognese, col suo sorriso contagioso che fa autoironia una riga sì e una no. (Schiavon non ha idea del suo talento. O forse sì, ma la sua modestia lo sovrasta. Speriamo che se ne accorga qualcuno. Noi, ce ne siamo accorti.) Chi non lo conosce, può cominciare dal libro che vuole. Non è obbligatorio mettersi in pari con La fuga, ma se leggete questo, poi cercherete anche quello. E viceversa. Perché amiamo Bertot. Perché siamo tutti Bertot.

a.c.

La fuga, delitto in Bretagna di Gianluigi Schiavon

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UnknownGianluigi Schiavon, giornalista e scrittore, già autore di romanzi di cui tutti hanno parlato, come Il bambino del mercoledì, e di raccolte di racconti come Colpi bassi (sul ring e nella vita), ci regala con La fuga, Delitto in Bretagna (Giraldi 2015) un vero gioiello della narrativa d’indagine: una storia che piacerà sia ai tradizionalisti (c’è l’elenco dei personaggi e addirittura la mappa della Bretagna), sia a chi ricerca elementi di originalità. Schiavon, infatti, pur nel pieno rispetto delle regole del “giallo” convenzionale riesce a parlare con humor erudito di arte e di pugilato, di musica classica e di prostitute, di sequoie e clochard, di sirene e pugnali. Il commissario Bertot, poi, ci sta simpatico già alla prima riga della sua presentazione; e i frequenti flash back, lungi dall’appesantire la narrazione, le danno un respiro ampio e articolato, facendo piroettare il lettore fra sogni, labirinti, ring e cattedrali. Un romanzo da non perdere.
(a.c.)