Archivi tag: Alessandra Calanchi

Bianca da morire di Elena Mearini

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Con il noir Bianca da morire, Elena Mearini (Cairo 2016) già da noi molto amata per Undicesimo comandamento: uccidi chi non ti ama conferma la sua cifra narrativa personalissima, che si basa su una prosa poetica intensa ed estrema. Nessuna parola fuori posto, bianca da morirenessuna parola di troppo. Per raccontare una vicenda che, se pare strappata alle pagine della cronaca nera, scava senza pietà nel profondo della coscienza di ognuno/a di noi, sottraendoci per il tempo della lettura alla certezza di aver superato gli inevitabili traumi che ci accompagnano dall’infanzia, i complessi di colpa maturati in seno alla famiglia, le gelosie e le invidie “innocenti” che si sviluppano fra genitori e figli e tra fratelli e sorelle. Un thriller potente e scabroso, creato pagina dopo pagina da una voce narrante che si interfaccia con il mondo dei social network e con la favola – sempre attuale, sempre illusoria – dell’amore romantico che non ha soluzioni.
(a.c.)

Alessandra Calanchi dialoga con Katia Bagnoli

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Alla conferenza mattutina ho assistito con piacere alla presentazione del libro di Joshua Ferris To Rise again at a Decent Hour, della cui traduzione si è occupata Katia Bagnoli.

Photo di Martina Tofanelli
Photo di Martina Tofanelli

È stato interessante partecipare alla descrizione delle dinamiche di traduzione di questo libro e tanto più assistere allo pseudo-dibattito intrattenuto tra la professoressa Calanchi e la traduttrice e sul diverso grado di difficoltà di traduzione che entrambe vedono in un libro.
Quei passaggi che potevano essere considerati intraducibili oppure difficilmente veicolabili in italiano non sono sembrati alla Bagnoli estremamente complessi.
È emerso soprattutto che essere traduttori non è solamente un lavoro, quanto piuttosto una filosofia di vita: durante la traduzione del testo si compiono determinate scelte che poi si mantengono via via in tutti i testi che saranno tradotti. Ad esempio Bagnoli ha affermato che preferisce non applicare note in un testo, non edulcorarlo fin troppo per stimolare la curiosità del lettore e per far sì che questi impari qualcosa di nuovo attraverso la lettura.
Per quanto attiene invece il suo rapporto con la rete, per tornare al tema di Urbinoir, ha affermato di attingere a piene mani a questa risorsa senza però fidarsi mai troppo.
Inoltre mi ha colpito soprattutto il fatto di tempistica con cui questo lavoro viene portato avanti: dai tre ai quattro mesi per tradurre un libro credo che sia un lasso di tempo troppo breve.
E questo ha suscitato da parte mia una domanda, che ho potuto porre direttamente alla Bagnoli, in relazione alla mancanza di tempo per le traduzioni e a come questo può incidere in termini di qualità.
Credo che attraverso la risposta abbia confermato nuovamente la passione per il suo mestiere, cosa che era già trasudata durante la presentazione del libro. Infatti si è potuto capire che la mancanza di tempo è lo stimolo che la spinge a realizzare un lavoro di ottima qualità, anche se questo comporta una sua continua “scomparsa” dal mondo ogni volta che le viene assegnato un lavoro.
Il coinvolgimento deve essere veramente forte poiché lo stress è davvero una costante nel suo lavoro: editori che richiedono una continua correzione delle bozze, libri da tradurre ancora incompleti che vengono continuamente rivisti in alcuni punti, i quali non vengono segnalati al traduttore…
Questa donna, al di là di essere una traduttrice, è un grande esempio per noi giovani, in quanto testimonia la caparbietà necessaria per raggiungere i proprio obiettivi.

(Alexa Saccomandi)

Presentazione di Non solo Nero Wolfe

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Alessandra Calanchi e Francesca Secci presentano il quarto volume della collana URBINOIR STUDI, Non solo Nero Wolfe. Misteri in cucina e cuochi del mistero negli USA tra Depressione e Guerra Fredda (di F. Secci con Introduzione di A.Calanchi, Aras Edizioni, Fano 2015), nella favolosa cornice della Sala Portoghesi delle Terme Tettuccio a Montecatini (PT), in occasione dell’evento FOOD & BOOK – Festival del Libro e della Cultura Gastronomica (25-10-2015).

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Urbinoir 2013 pubblicato IL (SOTTO)SUOLO E L’IMMAGINARIO

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A cura di Ivo Klaver fresco di stampa e già in libreria il volume che raccoglie i saggi del convegno Urbinoir 2013 dedicato all’esplorazione del tema del sottosuolo.  L’indice degli autori i cui saggi compaiono nel volume: Joseph Farrell, Stefano Bordoni, Vincenzo Fano e Claudio Calosi, Marco Monari, Marco Rocchi, Alessandra Calanchi, Jan Marten Ivo Klaver, Giuseppe Puntarello, Ilaria Micheletti, Salvatore Ritrovato.

Cliccare sul link seguente per leggere l’indice in PDF del volume 

Per acquistare il volume su IBS cliccare sulla copertina

La luce nera della paura, Massimo Rossi, recensione di A. Calanchi

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Seconda prova per Massimo Rossi, che con La luce nera della paura (Scrittura & scrittori 2015) regala ai lettori una nuova avventura che vede coinvolta la psicologa Helena, simpatica e sensibile ex poliziotta già incontrata ne L’ombra del bosco scarno. E’ certamente un thriller (non un noir: non ne ha l’atmosfera torbida, la tragicità esistenziale, l’avversione per le eccessive disambiguazioni, e i personaggi sono troppo riconoscibilmente buoni o cattivi) di ottima qualità, che ha al suo centro, come il precedente, un bambino. Nonostante qualche ingenuità, il romanzo si legge d’un fiato e presenta personaggi davvero interessanti: siano di primo piano, come il nonno del piccolo protagonista, oppure di sfondo, come il giovane un po’ spostato che teme di essere rapito dai marziani. Un difetto che spero Rossi supererà nel terzo romanzo (perché ci sarà senz’altro un terzo romanzo) è quello di voler dire troppo. Per esempio, c’è un punto in cui lo scrittore non sa resistere alla tentazione di far sapere al lettore dove un certo personaggio nasconde una certa cosa. Ci sarebbe stata più suspense se lo avessimo appreso più tardi, insieme agli altri personaggi. E’ vero che questo ci rende partecipi dell’ansia di chi lo nasconde, ma così non si sfruttano appieno le possibilità del thriller. Per il resto, lunga vita a Helena.

a.c.

La maledizione dei Baskerville a cura di Alessandra Calanchi

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Pubblicata una nuova edizione in versione digitale curata da Alessandra Calanchi del classico di Arthur Conan Doyle  per la Delos Digital.  Il romanzo La maledizione dei Baskerville di Arthur Conan Doyle è disponibile a 1,99 euro su www.delosstore.it/ebook/47466/la-maledizione-dei-baskerville/ e in tutti i principali eStore.

cliccare sul link seguente per leggere l’articolo pubblicato su Sherlock Magazine 

Fragments of Heroes in American Noir Movie

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Fragments of Heroes in American Noir Movie
by Alessandra Calanchi
Translation by Margherita Pergolini and Maria Teresa Vitali

The secret lies behind appearances… action can no longer be one dimensional, characters cannot be people of sterling character. The rule of the game is être double.                       Alain Corneau

The male protagonist of the American noir movie of the 40s, very different both from the gangster movies’ “tough guy” and from the most refined British cousin in the style of Sherlock Holmes or Hercule Poirot, is doubtless one of the most attractive and contradictory creations not only of the hard-boiled genre, but in all of cinema. Virtual superman of undisputed talents in solution and investigation, he actually does nothing more than handle big guns without ever using them, falling into traps which insidious blond women fatally set, letting himself be hit, imprisoned and drugged almost without blinking an eye. Nevertheless, he usually does not lose face and comes out on top. At the beginning, he is often presented to us as a name (P.I., Private Eye, appears on the office door-even better when upside down- in many films) or as a voice (Sunset Boulevard, Letter from an Unknown Woman): through a limited perception – visual or aural – the spectator is called upon to build, a bit at a time, his own cognitive process and link the fragments he arranges to unite them into a whole that will be the product of an entire organization of perceptions.
Sometimes, the “visible” character’s identity is revealed later (Sunset Boulevard); sometimes, it continues to be hidden until the end, just showing itself now and then, perhaps with a mirror trick (Lady in the Lake). Other times, we have to content ourselves with seeing physical parts (a hand, a profile) or details in attire (a hat, shoes), as if the camera were not able to offer us an “entire” version of the scene – or, turning the dialogue around, as if the view were inadequate to gather the whole reality of the situation in its totality, or maybe because, after all, reality is made up of numerous points of view which can create a “whole” only when put together.
The labyrinthine structure of many noir films seems to underline the fragmentary character not only of the image, but of the character’s identity itself. He often moves about among dark and unknown paths in a sort of trance, feeling a tension which, even if not truly part of the male hero’s prerogatives, has in any case its own moral and psychological justification in the context of the crisis that the P.I. is called to resolve. Sam Spade (The Maltese Falcon) is time after time represented as fragments: more frequently we see parts of his body in the foreground than his entire body, and around him the whole universe is disjoined; it is a mosaic made up of many pieces – a falling key, a bill, a statuette – which have to be combined together.
Even voice-over, a very frequent devise in noir, is part of this separation. It is a breaking point between image and word; this voice belongs to a face of which we cannot catch sight. It is a further fragment of reality, which hides an empty space. Both when explaining everything (The Lady from Shanghai, Sunset Boulevard) and when speaking in a confused or deceptive manner (Crossfire), but also when it acts as a liberating factor (Out of the Past), the voice is, again, just a piece of the whole. It is often a mere appearance of reality, or just one among the numerous points of view, up to the extreme case of Touch of Evil, in which the voice fractures into three different voices: the real one, the echoed one and the recorded one.
The elaborate expedient of Welles is coloured with an existential motivation: the more interpretations we have of the same reality, the more the same reality paradoxically loses consistency and meaning (as Kurosawa wonderfully reaffirms in his Rashomon).
Noir’s physical and mental fragmentation approaches that of the dream. It is not by chance that Spade, speaking about the statuette of the hawk, says that it is “made out of the same material with which dreams are made”: actually, this similarity can be applied to all these films.
They are perceived by the spectator as “light in the dark” (Alloway), and based on that detection, called by Edenbaum “metaphor of existence”, they are characterized by a fabric like that of the dream, in which “the psychic states… are exposed to an obscure pressure, following which the relationship between images divides; the perceptive pictures of things, people, places, events and actions of life are separately reproduced while wide-awake”(Strümpell).
Fabre says that in the American movies of the 40s and 50s, “physical presence separates and loses the total dimension of the medium”.
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Part 1 -Translation by Margherita Pergolini
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In a rarefied and neurotic atmosphere, where the urban background is often the enemy of the character (“the world that we know disappears”, Wood) and also where mirrors deceive rather than showing reality (The Lady from Shanghai), the hero struggles in vain against the stranger oppression of the nightmare, of the hallucination. Marlowe, unconscious and drugged, has deformed visions of a huge spider’s web and a series of narrow and unreachable doors (Murder, My Sweet). Again, the objects, or the fragments of them, get the better over the whole: as the figurative motif of the spiral in the film credits of Vertigo, or as the eye in various films by Hitchcock, the fragment becomes reality, the synecdoche takes the place of unity.
Since the structural coherence always prevails perceptively, and the observation has a subjective structure, based on what we already know or what we wish to see, the incompleteness will be filled in by the spectator in any case, who will rebuild it by a reformulation and recombination of the available fragments. The opening scenes in Crossfire, for example, in which we watch only the shadows projected on the wall and in which we vaguely perceive legs and backs in a surreal lighting effect that at the end is switched off leaving the screen completely dark for a few moments, there is no obstruction in our ability to re-establish the events even in their confusion: an argument is going on and a man is killed. This is because the parts cannot exist autonomously but only when linked together, since we have already perceived through ‘thought’. This decidedly cinematographic expedient of “rage” is particularly present in thriller films, however, in all movies suspense is of a certain importance. In “noir”, to the subject of “surprise” (we are expected to pass from surprise to surprise without understanding) that of incertitude is joined, the “broken” identity of the hero. Women who surround him (sisters, mothers, vestals, or in contrast, deceptive witches) belong to a much more stable and dualistic universe, they always know which side to be on, and even when they are playing a double game, they do so by choice. Bad or good beings with no chance for compromise, sometimes nothing more than unconscious beings, a source of agitation and upheaval or, vice versa, a source of love and protection . Sometimes, man erases them from his memory (Letter from an Unknown Woman) and sometimes he evokes them so intensely as to bring them back to life just by contemplating their portrait. (Laura)
The presence of the male protagonist in noir is contradictory and complicated: an incomplete and imperfect character, supported by the same mechanisms as the “detection” itself but always on the edge of self disintegration. He is a hero whose parts tend to join together, but his wholeness is often in danger. In him, there are always some blank spaces to fill in, invisible images that can become visible only through our active perception; there are parts to link, lines to trace. The mystery that surrounds him and he is asked to resolve is passed down to us: its detection is completed by our own.

NOTES
₁ The voice-over, a part from being a frequent technique in noir, in the great majority of cases is a male phenomenon (and it is always, except for rare exceptions, when it appears in its “purest” form, that is when it belongs to someone that doesn’t belong to the story).Regarding this issue, consult G. Fink, From Showing to Telling: Off-Screen Narration in the American Cinema, in American Literatures, Bulzoni, Year 3 n. 12, 1982; A. Calanchi, The imperfect hero of the black American film in New Cinema, year 31, n. 278/279, 1982; S. Kozloff, Invisible storytellers, University of California Press, 1988.
₂ In regard to the perception problem, and in particular regarding the perception as a constructive process and the reconstruction of the whole based on its parts, please refer to a very interesting book by G. Kanizsa, Grammatica del verde. Saggi su percezione e gestalt, Il Mulino, Bologna, 1980.
₃ The German word, introduced by phenomenology (Husserl) with which the various perceptive aspects of a same object in its sensitive multiplicity are defined, is Abschattungun (in Italian we speak less of overshadow). In other words, perception doesn’t occur in just one fixed way, but it is trigged by a patrimony of knowledge already acquired individually.
Part 2- Translation by Maria Teresa Vitali
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E’ solo l’inizio, commissario Soneri

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Alessandra Calanchi e Marco Bertozzi dialogano con Valerio Varesi alla Libreria Feltrinelli di Ferrara

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Durante la prima parte Marco Bertozzi, docente di Filosofia all’Università di Ferrara, presenta l’autore e dialoga con lui sul nuovo romanzo. Ricorda che il titolo si ispira al Maggio francese, descrive gli scenari nebbiosi che fanno da sfondo al romanzo e l’improvvisa “luce” della Ligura, quasi una metafora del percorso dell’indagine, e illustra il “metodo” di Soneri, più legato all’induzione e all’intuizione che non al ragionamento logico-deduttivo.

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Nella seconda parte Alessandra Calanchi rende omaggio ai “10 anni” di Soneri e si concentra sulla scelta narrativa della serializzazione e sui “vuoti di memoria” che Varesi cerca di colmare nei suoi romanzi.

In questa mia presentazione ho deciso di rivolgermi più al personaggio, Soneri, che al suo autore, Valerio Varesi. Mi sembra infatti giunto il momento di dedicare qualche parola ufficiale al personaggio piuttosto che al suo autore, perché siamo già arrivati al decimo Soneri in un arco di 10 anni e dobbiamo festeggiare questo anniversario importante. Per fare un paragone, Conan Doyle scrisse solo 4 romanzi (e 56 racconti brevi) in 40 anni (dal 1887 al 1927) dunque Soneri è sulla buona strada…
Anche il mio abbigliamento è un omaggio a Soneri: il grigio è il colore della nebbia, e la nebbia – che ritroviamo spesso nei suoi romanzi e nelle serie tv – rappresenta un indizio geografico e mentale importante, diventa quasi – come nei romanzi inglesi di tardo 800 – un cronotopo esistenziale, non solo uno sfondo o un dettaglio meteorologico ma una strategia narrativa e un condizione dell’anima. Insomma, Soneri è un uomo nebbioso… più grigio che noir, si muove con modestia e discrezioni fra scene del crimine attutite dai vapori del Po, nella bassa, o dalla neve che scende fitta sul primo Appennino…

Innanzitutto esiste una lunga e nobile tradizione del romanzo seriale. E’ un vero e proprio genere letterario, nato all’alba dell’epoca della cultura di massa, l’epoca del feuilleton, del romanzo d’appendice, della narrativa sensazionale. Inizialmente strutturato a puntate sulle riviste, il romanzo seriale diventa presto prodotto autonomo e questo sancisce tre fatti fondamentali:
1-l’eroe della narrativa popolare è salito a tutti gli effetti sullo stesso piano dell’eroe della tragedia classica o dell’epopea, come Edipo, o Odisseo, eroi che nell’età antica tornavano in più narrazioni. Sarà questa, ricordiamolo, anche la base del fumetto, il genere letterario in cui più di ogni altro genere si concretizza quello che Eliade definì “il mito dell’eterno ritorno”;
2-il rapporto fra autore e pubblico non potrà più essere quello di prima: i lettori iniziano a scrivere lettere, dialogare, chiedere, ecc. Nasce la fandom e nasce un patto implicito tra autore e fandom: io continuo a scrivere e voi continuate a leggere;
3-in questo patto l’autore cede un pezzetto della propria notorietà al suo personaggio, che rischia di diventare più famoso dell’autore stesso (vedi il caso di Sherlock Holmes).
Inoltre la serializzazione richiede due elementi sine qua non:
1-uno o più elementi di originalità che distinguano il protagonista da altri – nel caso di Soneri potremmo dire il mood malinconico, il coinvolgimento emotivo con il criminale, e la presenza di un mondo di “vinti” (per es. i pescatori) di statura quasi verghiana; la “simpatia” che prova Soneri non è noir, non è cioè la scoperta di una sua dark side come avviene appunto nel noir o nell’horror, pensiamo a Berselli o Nerozzi. La sua “simpatia” semmai è la consapevolezza di un grey side, una comunione di malesseri, una condivisione di umanità;
2-uno o più elementi di continuità e riconoscibilità – nel caso di Soneri il sigaro, la presenza di Angela, l’amore per il cibo, il fatto che viene sempre chiamato per cognome, ecc. Varesi dimostra con questi dieci romanzi di essere un ottimo rappresentante del genere e di aver trovato una sua identità sia rispetto agli investigatori “storici” (Holmes, Maigret…) sia rispetto agli altri investigatori italiani (Sarti Antonio di Macchiavelli, Montalbano di Camilleri, ecc.)

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E ora un paio di domande…

AC
Tutti gli autori che decidono di scrivere romanzi seriali sperimentano a un certo punto della loro carriera una vicinanza quasi invadente della loro “creatura”… Succede qualche volta anche a Varesi di sentirsi sovrapposto o confuso con Soneri? Gli succede mai di pensare con i pensieri di Soneri? E – ultima domanda – gli succede mai di volersi liberare di Soneri, così come Conan Doyle a più riprese cercò di liberarsi di Sherlock Holmes?

VV
No ma desidero essere conosciuto anche per le altre cose che scrivo… innanzitutto sono anche giornalista, poi i miei romanzi hanno dei contenuti sociali, al di là di Soneri… per questo a volte non ho specificato nei titoli che si trattava della serie con il “commissario Soneri”… In più sì, in verità comincio a essere un po’ geloso di Soneri.

AC
In una recensione de La casa del comandante si legge “Varesi ha uno zoccolo duro di affezionati che gli scrivono per chiedere conto del Soneri di carta, ‘ma di quello del piccolo schermo no […]’ ”.
Esiste, o potrebbe esistere, un “Soneri fan club” ? qual è il tuo rapporto con i lettori? In quale misura interagiscono con te e con le tue scelte?

VV
Beh so che c’è un Valerio Varesi fan club … e poi ho 1500 “amici” su FaceBook … incredibile … ma vado anche molto in giro a presentare i miei libri, a parlare, mi piace incontrare le persone e con i miei lettori ho un ottimo rapporto

Leggendo le recensioni dei romanzi di Varesi si ha l’impressione che la cifra della sua scrittura sia da ricercarsi soprattutto nelle descrizioni geografiche (il parmense e la Liguria, le piene del Po) e nelle suggestioni metereologiche (la nebbia, la neve, la pioggia). In realtà, io personalmente ci ritrovo molto più la storia, e parlo della nostra storia recente, quella che inizia a metà del 900. E’ una storia recente ma che viene sistematicamente messa in secondo piano rispetto ai fasti della Roma imperiale o alle azioni degli eroi risorgimentali. E’ la storia di cui parla ad esempio Stefano Pivato nel suo libro Vuoti di memoria (2007), un libro che ci ricorda la responsabilità della memoria individuale e collettiva e la troppa frequente amnesia da cui siamo affetti – nulla di nuovo visto che Pasolini scriveva “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo” (Scritti corsari, 1975).
Non sono l’unica a pensarla così. Leggo da una recensione de Il fiume delle nebbie: “storia dopo storia, pagina dopo pagina, la figura del Commissario Soneri si delinea precisa, in mezzo a quella di tanti illustri ‘colleghi’ e modelli letterari: ma tra i tanti forse si distingue per la robusta simpatia verso tutto ciò che fa parte di un passato prossimo, vivo ormai solo nella memoria di alcuni inguaribili romantici, e per quella malinconica tolleranza con cui si adatta e si destreggia, suo malgrado, tra losche vicende anche troppo moderne.”
Mi sembra che Varesi, puntualmente, in ogni suo romanzo, affronti anche se in prospettiva laterale momenti storici o tematiche sociali cruciali: per fare qualche esempio, ne L’affittacamere gli aborti clandestini, ne Le ombre di Montelupo il caso Parmalat, ne La casa del comandante la guerra partigiana, nell’ultimo romanzo il Sessantotto…
E’ chiaro che i delitti e l’indagine sono prioritari rispetto al subplot storico, ma credo che Varesi svolga un’importante azione di ripresa di temi che rischiano di essere dimenticati, sottostimati, e che invece sotto il suo sguardo riprendono vita e vengono anche rimessi in discussione.
A questo proposito: mentre ne La casa del comandante Varesi si spingeva a esprimere considerazioni molto forti ed esplicite sull’attuale situazione politica – “Se i delinquenti possono governare, anch’io posso agire come mi pare (p. 262) […] Come si fa a condannare un ladro se chi ci governa è lui stesso un ladro? (p. 264) […] Lei [Soneri] sorveglia e loro [i governanti] rubano, affamano, distruggono, calpestano le leggi che fabbricano facendole però valere per i sudditi” (p. 276)” – in quest’ultimo i toni sono molto più soffusi, più esistenziali che sociopolitici… tranne una denuncia esplicita dei danni del liberismo economico (“C’è toccato di veder nascere il crimine del liberismo economico e contare le sue macerie”, p. 131), l’amarezza sembra rivolta soprattutto alla generazione dei 68ini che “si sono presi tutto” … e che vengono definiti “Che Guevara da tinello”… niente a che vedere con l’alta figura morale dei vecchi partigiani… “Quelli del Sessantotto hanno divorato quasi tutto e a noi sono rimasti gli avanzi […] La nostra generazione non ha alzato la voce, non è stata mai protagonista … E’ passata scalza e a testa bassa attraversando il tempo (p. 69)
Ma ci sono anche dichiarazioni più “esistenziali”, per esempio: “Il giorno in cui le persone parleranno solo quando avranno qualcosa da dire, sul mondo calerà un grande silenzio” – p. 2 (Soneri), oppure questa: “siamo fatti di niente” – p. 20 (Soneri), che però attenzione: pare una citazione shakespeariana ma ha qualche suggestione hard-boiled, sembra tratta da Il falcone maltese… e anche la frase “ancora una volta lo salvò il cellulare: uno squillo liberatorio come il gong per un pugile alle corde” – p. 42 (Soneri) sembra uscita da un romanzo di Hammett (se non fosse per il cellulare…) E’ senz’altro vero, come dice Bertozzi, che Soneri non è un uomo d’azione, e che la sua “malinconia” (e Bertozzi autore de Il detective malinconico è un’autorità in materia) lo accomuna a Holmes (che soffre per la dull routine of existence) ma ricordiamo che anche i “duri” americani hanno una fragilità intrinseca, una sorta di nostalgia, di malinconia che si portano dentro (penso ai romanzi di Chandler ma anche a film come Le catene della colpa, Vertigine, La fiamma del peccato).

(a.c.)