Dietro le quinte del noir

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Alessandra Calanchi pubblica Dietro le quinte del noir –Gli addetti ai lavori si raccontano (Aras Edizioni, pag. 175, euro 14), uno studio composto di interviste a un gruppo di autori che hanno come comune denominatore il noir. Fra gli autori:  Berselli, Casadio, De Cataldo, Lupi, Mongai, Malvaldi, Oliva, Pastor, Simoni, Varesi e molti altri. Interessanteoperazione conoscitiva, questo secondo volume della collana URBINOIR STUDI guarda dietro le pagine per cogliere lo spirito degli autori e delle autrici. Tra gli intervistatori: Gianni Darconza, Paolo Ferrucci, Tiziano Mancini, Marco Rocchi.

Francesca Battistella, Il messaggero dell’alba, Scrittura & Scritture 2014

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UnknownNon ho letto i due precedenti tentativi letterari di questa autrice (Re di bastoni, in piedi e La stretta del lupo, rispettivamente 2011 e 2012) ma ho trovato questo thriller divertente, ben scritto, piacevolissimo. Ottimo il plot, che si snoda lungo tutta l’Italia concentrandosi sul Sorrentino ma senza trascurare città come Roma, Milano, Bologna, persino Novara; equilibrato il rapporto fra la splendida location (di cui sopra) e la scelta dei personaggi, alcuni dei quali veramente esilaranti; arguto quanto basta, pittoresco ma non troppo. Una pennellata di Camilleri, un tocco di Malvaldi, una sfumatura alla Fred Vargas e soprattutto una regia alla Agatha Christie nulla tolgono all’originalità di questo romanzo che prosegue sì vicende narrate in precedenza, riprendendo personaggi già noti ai lettori assidui, ma si impone senza intoppi e molto gradevolmente anche al neofita.

La vicenda riguarda il campo letterario, o meglio, quella commistione tipicamente italiana fra sagre paesane e festival letterari, gastronomia e cultura, segretari della Pro Loco e flash mob di Zumba. Fra aspiranti scrittori, editors crudeli e critici senza cuore, invidie e gelosie si effettuano efferati delitti ma si svolgono anche sottotrame irresistibili e, spesso, vere lezioni di filosofia esistenziale (non sempre politically correct) che – chiamando in causa ora San Paolo, ora Confucio – travolgono il lettore in un’avventura caleidoscopica veramente degna di essere letta e apprezzata.

 

(a.c.)

 

 

Il canto del fuoco

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Chi sarà mai in grado raccontare una storia taciuta da tutti, persino dallo stesso protagonista? I personaggi salienti sono pochi e tutti sono scivolati via tra le pieghe della memoria e del tempo come effigi composte da fumo e nebbia: comparse costituite da una sostanza troppo effimera affinché abbiano la forza di imprimere una traccia che testimoni un racconto che io, malgrado non abbia né mani per trascriverlo ne labbra per raccontarlo, mi appresto a narrarvi.

Non vi narrerò di imprese memorabili o di grandi battaglie, ma l’ autentica storia di un cuore troppo grande e troppo tenero per un mondo che appare fatto della sostanza di cui io sono composta. Di questo io vi parlerò: di uno scrigno e di cosa esso conteneva. Questo cuore era pieno di fuoco. In esso ardeva la passione: un incendio che si esprimeva attraverso affetto, rabbia, ilarità, gelosia, esuberanza e tristezza… Esse erano tutte lingue generate dalla medesima fiamma, un incendio che purtroppo colui che lo custodiva in sé non fu più in grado, ad un certo punto della sua esistenza, di controllare senza sopprimerlo. Nessuno, fidatevi di quanto vi riferisco, può contenere efficacemente fiamme di tale intensità senza riportare gravi scottature. E queste scottature, a dispetto di tutte le cure elargite, non riescono mai a guarire del tutto. Serviva un fuochista: qualcuno in grado di plasmare questo fuoco ed incanalarlo nel giusto crogiolo, un individuo che ne comprendesse la violenza ed insegnasse al suo proprietario a gestirlo. Infine, ciò accadde. Il fuoco trovò qualcuno che gli insegnò a bruciare correttamente: parole sagge piovvero su quell’olocausto rovente e ne placarono l’irruenza, motti che convinsero il custode ad abbandonare un’esistenza che lo stava lentamente distruggendo e lo persuasero ad intraprendere un viaggio assieme a colui che gli avrebbe trasmesso il segreto per convivere senza più temere il dono che gli era stato elargito dalla Vita.

Scorrendo come le gocce d’acqua sul viso, gli anni scivolarono via mentre mentore ed allievo si lasciavano alle spalle un mondo divorato da una potenza tirannica che privava l’uomo del suo elemento più essenziale. Durante quel viaggio, il maestro apprese come far ardere quelle fiamme senza conseguenze più gravi del sudore che scendeva copioso dalla fronte e di un sorriso soddisfatto sulle labbra. Il crogiolo tanto cercato venne rinvenuto nella mia prima forma. Ricordo come se fosse ieri la sensazione che provai al momento del mio risveglio: un calore meraviglioso veniva irradiato da chi mi stringeva come se fossi la cosa più importante della sua vita. Per anni rimasi silenziosa accanto al fuoco che mi aveva così teneramente destato, beandomi del suo caldo abbraccio mentre, attraverso me, ardeva felice: felice di guizzare e muoversi senza più dolore o sofferenza. Anche se la mia forma era imperfetta, mai delusi il mio protetto, rimanendogli sempre fedele e lieta di accogliere la sua passione dentro di me. Quando egli sedeva quieto col suo mentore a disquisire di fatti che non riuscivo a comprendere, io ascoltavo attenta, assorbendo come una spugna ciò che ci veniva rivelato da quella lingua capace che attingeva a conoscenze di cui ignoravo anche solo l’esistenza. Sembrava che niente potesse intaccare l’idillio nel quale tutti, io compresa, trascorrevamo le nostre esistenze…

Purtroppo, un giorno appresi che l’essere umano non è resistente alle ingiurie del tempo come lo sono io: la carne si indebolisce, si deteriora, si consuma; non vi è mezzo o strumento che possa impedire che ciò avvenga… Il fodero di colui che fu anche mio insegnante si sfaldò, rivelando che, al di sotto di esso, non rimane nulla: neppure la ruggine. Solo allora compresi quanto le nostre nature differivano da quelle dell’essere umano; di quanto io fossi diversa da colui che mi teneva saldamente stretta a sé mentre un fuoco simile alle pioggia gli scivolava lungo il viso. Eppure, divenire consapevole di questa nostra sostanziale differenza servì solo ad accrescere ciò che sentivo di provare per il mio protetto: se esso era destinato a diventare ruggine, io gli sarei rimasta accanto sino al momento in cui l’ultimo guizzo di quel fuoco che tanto amavo si sarebbe spento. Essere ormai conscia del fatto che, un giorno, egli si sarebbe spento, senza mai più riaccendersi, mi spinse a godere a fondo della sua animosità ogni giorno che da lì in poi vivemmo insieme. Ogni volta che mi convocava per alimentare il suo essere, io immancabilmente rifulgevo assieme ad esso, ballando con il mio insostituibile cavaliere una danza dove il sudore, il rosso, il calore e la soddisfazione formavano un inseparabile quartetto.

Da allora poche volte la mia forma è cambiata, eppure io e colui che proteggevo abbiamo viaggiato molto a lungo. Visitammo luoghi dove un elemento così diverso da colui che amo domina alla ricerca di altri maestri che ci hanno rivelato come bruciare sempre più intensamente, cercammo nuove pergamene che ci narrassero cose che il nostro mentore non ci aveva ancora rivelato, divorammo con il nostro travolgente ardore le mie sorelle che tentarono di sottrarmi il tesoro che da anni ormai custodisco con implacabile zelo…

Ignoro come questa mia storia proseguirà, ora che guardo il proprietario del fuoco che tanto amo che riposa vigile appoggiato alla parete della sua camera mentre mi culla dolcemente tra le sue braccia. Sembra così quieto, così innocuo ora che la sua fiamma ondeggia placida al soffio pacato del suo respiro: solo io so quanto grande e magnifica sia la forza che insieme custodiamo. Egli mi ha regalato una nuova forma, facendomi rinascere in un tripudio di fiamme roventi e di luci abbaglianti al suono sordo di un mio fratello che mi ha donato l’aspetto che mostro ora. Ma non importa quale foggia io mostrerò in futuro: che io abbia una guardia o meno, che il mio filo si intacchi o si consumi, io proteggerò questo fuoco con tutta me stessa.

Lorenzo “Labhràs” Macedoni

lorenzo.macedoni@gmail.com

Call for papers URBINOIR 2014 (25-26-27novembre)

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Call for papers URBINOIR 2014 

Chlorophyl Killers

Piante che uccidono:  pozioni, veleni, intrugli e tisane della buonanotte

Tra il mondo animale e quello vegetale esiste un rapporto di interconnessione profonda e vitale: l’uno non potrebbe esistere senza l’altro. Fra uomini e piante, poi, questo reciproco legame è divenuto nel corso dei secoli dominio dei primi sui secondi. Il dominio umano sul regno vegetale è divenuto strumento politico, economico e di morte per altri uomini. L’uso nel linguaggio di analogie – strutturali, formali o di processo – derivate dal mondo vegetale ne testimoniano la connessione profonda con la sua origine. La parola latina humus ha la stessa radice di humanum, così come stirps, in latino tronco dell’albero, dà vita a ceppo familiare, e propago, propaggine, a lignaggio.

Nel complesso e variegato mondo vegetale esistono piante dai poteri formidabili: alcune curano i mali e le sofferenze del corpo, altre sono in grado di farci sognare o di donare il riposo dalle fatiche quotidiane, altre sono temibili nemiche della vita. Poche, specialissime erbe racchiudono in sé capacità del tutto particolari: sono fonte di gioia e dolore, di saggezza e di follia, di appagamento amoroso e di quiete profonda tanto da rasentare il sonno eterno. L’umanità nel corso dei secoli ha imparato a conoscerle e manipolarle a seconda degli usi e delle applicazioni, a classificarle e renderle sicuri strumenti di controllo della vita o della morte.

La lunghissima tradizione scientifica che la conoscenza umana ha realizzato per applicare le singole proprietà delle piante trova un’estesa letteratura in cui non può sfuggire alcuna eccezione; tale letteratura è legata agli usi alimentari, terapeutici, energetici, farmacologici, e alle pratiche collezionistiche, simboliche, rituali. Nelle arti letterarie, poi, l’elemento vegetale ha costituito un topos diffuso e presente in tutte le tradizioni culturali. Pozioni, veleni e intrugli si trovano come motivo ricorrente dal mondo classico a quello magico-esoterico, a quello narrativo di genere.

Si accettano proposte di contributo sulle tematiche presentate, in ambito letterario, linguistico, storico, artistico, scientifico. Saranno privilegiate le piante pericolose, carnivore, spinose, velenose – quelle che, appunto, uccidono. Si prega di inviare un abstract (di circa 400-500 parole) a entrambi i seguenti indirizzi:

giuseppe.puntarello@istruzione.it

urbinoir@uniurb.it

entro il 15 Settembre 2014.

Concorso gastronomico-letterario, MYSTERY-CHEF URBINOIR

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URBINOIR e TESHORROR sono lieti di presentare la prima edizione mondiale di

MYSTERY-CHEF URBINOIR

Noir e gastronomia nella Terra dei Duchi

Regolamento:

1 – Il concorso è aperto a tutti ed è gratuito.

2 – I concorrenti (singoli o a squadre di max cinque persone)  sceglieranno un piatto presente in un racconto, romanzo o film “giallo” o “noir”  e predisporranno una scheda corredata di due fotografie del piatto stesso – antipasto, primo, secondo, snack, dessert, ecc. –  (una in primo piano, una che lo ritrae in mano al cuoco/ai cuochi), ricetta, titolo dell’opera, autore, e breve presentazione (max 500 parole) in cui i concorrenti spiegano l’importanza del piatto nell’economia del testo, le sue relazioni con l’indagine, con la figura dell’investigatore, con il contesto storico-geografico, ecc.

3 – Si accettano files in word, rft, pdf.

4 – ATTENZIONE: i tre files dovranno essere allegati alla mail

5 – Verrà valutata, oltre alla conoscenza letteraria/cinematografica dell’opera, la creatività personale (sia nella redazione della ricetta, sia nella preparazione del piatto, sia nella presentazione dello stesso).

6 – Le fotografie possono essere a colori o b/n o seppiate, comunque in formato digitale come il testo inviato, abbastanza leggere da poter essere allegate a una e-mail. Tale e-mail andrà indirizzata a:

alessandra.calanchi@uniurb.it

tiziano.mancini@uniurb.it

7 – La scadenza per l’invio dell’elaborato  è improrogabilmente il 30 agosto 2014.

8 – Entro il 30 ottobre la giuria, composta da tutti i membri di URBINOIR, metterà sulla pagina di Facebook i nomi dei cinque vincitori (o squadre vincitrici).

9 – A questo punto, i vincitori si impegnano a partecipare alla serata conclusiva (ultima settimana di novembre: data e luogo precisi saranno comunicati sempre su Facebook) in cui si terrà la cena durante la quale saranno presentati (dai candidati) e cucinati (dai ristoratori) i piatti dei vincitori, e tutti i commensali potranno votare il/i vincitore/i.

10 – Il/i vincitore/i oltre alla cena riceverà/anno una targa e il suo/loro contributo sarà pubblicato nel sito Urbinoir.

Per info: urbinoir@uniurb.it

 

LUOGHI COMUNI CHE FANNO PROVINCIA

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Il racconto vincitore ex-aequo del I Concorso Letterario Frascari (Liceo Copernico, Bologna, maggio 2014).

di Giorgio Franceschelli

Finalmente un po’ di riposo. Qui, immobile, al caldo sotto una coperta decido di non far niente e che il mondo, la vita, venga a me. Mi sembra che la mia nascita e poi la mia crescita siano state troppo veloci, troppo rapide… e cosa mi è rimasto ora? Cosa sono adesso se non il mero prodotto di una catena di montaggio quale è stato il mio sviluppo? Ora mi sento inutile, e ho solo voglia di qualcosa di nuovo; ho voglia di ascoltare, di osservare.

Finalmente qualcuno si accorge di me.

Mi lancia un’occhiata fredda, quasi indifferente, e poi guarda l’orologio. So già a cosa sta pensando colei che mi ha messa al mondo. “Sempre lì a poltrire”: lo vedo che pensa sempre così, come fanno tutti i genitori. Ma perché noi non meritiamo mai il riposo? Perché devono sempre pensare che siamo degli sfaticati? E’ un cliché che proprio non concepisco: se loro si riposano è perché se lo meritano dopo una giornata faticosa, ma se lo facciamo noi passiamo per sfaccendati. Un giorno inizierò a dirle quello che penso; ma ora arrabbiarsi è una fatica superflua, ho due ore di riposo e voglio, devo godermele.

Per lo meno una cosa giusta mia madre la fa: accende la televisione, apre l’armadietto dei DVD, infila la mano e prende un film: il classico thriller trito e ritrito. Di male in peggio… Però non mi va di muovere critiche, meglio starsene qui comodi e sperare che questo film possa valere qualcosa di meglio delle due stelline in stile horror moderno.

Niente da fare: dopo dieci minuti siamo già alla solita ragazza mezza nuda (film rigorosamente ambientato in inverno, com’è ovvio che sia) che sente un rumore nello scantinato. Vorrebbe scappare, ma incredibilmente salta la luce, e ancor più incredibilmente il generatore è… nello scantinato! Trovata assolutamente geniale e innovativa, eh? La ragazza scende le scale con la candela in mano, apre lentamente la porta… ed ecco che si affaccia subito il solito, classico vampiro. Ma io mi chiedo: inventarsi qualcosa di nuovo, ogni tanto? Usare la propria testa? Non si poteva mettere una bella festa a sorpresa? Non si poteva mettere una lavatrice rotta? Non si poteva mettere la madre che tradisce il padre, il padre che tradisce la madre con l’amante della madre, quattro cani che giocano a poker?!

Fortuna che anche lei, mia madre, si è accorta che questo film è un flop clamoroso, così prende su, spegne tutto e se ne va. Dove non si sa, ma se ne va, sbattendo anche l’uscio di casa (tranquilli, era troppo vestita per andare nello scantinato a vedere se c’era un bel vampiro).

Nel mentre torna a casa Giacomo, il teenager di casa. Non è solo, c’è anche la sua fidanzata, ma non mi sembrano per niente contenti. Prendono due sedie e iniziano a parlare e parlare.

“Mi dispiace Francesca ma non capisco cosa stia succedendo… è colpa mia, non è colpa tua, sono io che sono cambiato… forse non siamo fatti per stare insieme, tu meriti qualcuno migliore… Non sono abbastanza per te e ne soffro, non ce la faccio più ad andare avanti…” Si, come no. Che tristezza i ragazzi che si rifugiano dietro a queste frasi fatte, questi luoghi comuni; non so come questa Francesca possa non prenderlo a schiaffi, possa non urlargli di tutto. Invece che dirle semplicemente “E’ stato bellissimo ma non ti amo più, mi dispiace, ma così non ha senso andare avanti”, bisogna dirle cose senza senso, tanto per fare.

Singhiozzi, lacrime.

Bravo Giacomo, sei riuscito a farla piangere, complimenti. Ma, Francesca, è così difficile una ginocchiata nello stomaco (per non dire di peggio)? E giù con altre frasi fatte (“dai non fare così, ti rovina quel bel faccino”), altre lacrime e finalmente un bello schiaffo. Brava Francesca. Ora si avvicina alla porta di casa, urla un “Addio stronzo” e sbatte la porta.

Giacomo se lo è meritato. Ma, diciamocelo, anche Francesca è poi una bella attrice: con tutte le corna che gli ha fatto, nessuno sarebbe riuscito a rendere così credibile questa sceneggiata. Morale della favola: ragazzo tradito, frasi fatte, brava attrice, ora lei è libera per chiunque e lui ha la faccia gonfia.

Bene, ora si prende anche il gelato. Ma dai, ragazzi, il gelato non è la risposta a tutti i problemi!!! Non è affogandoti nel gelato che dimentichi di essere stato cornuto e mazziato…

Fortuna che è arrivato il grande “padre di famiglia”. Ci penserà indubbiamente lui. E invece, come arriva a casa, neanche si accorge della sua presenza. Finalmente, dopo dieci minuti spesi a leggere il giornale, pensa bene di andare a vedere come sta suo figlio, che piagnucola da talmente tanto da aver finito tutto il gelato.

“Che è successo, figliolo?”

“Ho lasciato Francesca…”

“Beh, ragazzo, hai fatto la cosa giusta, non ti meritava…”

“Però io ora ci sto malissimo…”

“Tranquillo, morto un papa se ne fa un altro!”

“Non potrò mai amare un’altra…”

“Ma cosa dici! Vedrai che te ne trovi subito un’altra, sei un bel ragazzo!”

“Ma io voglio lei, non voglio un’altra…”

“Dai, cerca di non pensarci e di dimenticarla! Per te è meglio così.”

Basta, smetto di ascoltare. Non ne posso più, sembra un dialogo fra applicazioni Siri… Regalatemi un IPod, fate qualcosa, non ce la faccio più a sentire banalità e luoghi comuni !!!

Adesso riaccendono la TV, ovviamente c’è il telegiornale.

Stupratore seriale.

Cinque vittime.

Nessuno ha visto niente e le vittime non ricordano nulla: uomo sul metro e ottanta, moro, sui trenta. Non sanno dire altro. Eh beh, che si aspettavano, che sapessero che piatto di pasta ha mangiato l’ultimo giorno di terza media?

Sospetti: extracomunitari. Come sempre. Gli italiani sono tutti santarellini, non fanno niente, è per questo che ci prendono in giro all’estero. Come no. Se succede qualcosa di brutto, sono sempre loro. Poi, per carità, ogni tanto sono loro, eh, ma tutte le volte che non centrano nulla bisogna infangarli lo stesso…

“Ma li mandassero fuori da questo paese! Li facciano a casa loro gli stupri, gli omicidi e i furti!”

Ecco mio padre, il tipico italiano medio, che si accanisce contro tutto ciò che passa la televisione, che passa l’informazione. Non gli rispondo neanche, so che è una battaglia persa, per lui chi non è italiano è inferiore. Che tristezza.

Chiave nella toppa, porta che si apre, è tornata pure la madre. Faccia sconvolta, pelle d’oca, sembra che abbia visto un fantasma!

“Amore mio, che è successo?”

“Ho investito… ho investito…”

“Hai investito…? Un bambino che giocava per strada, un anziano che ha attraversato senza guardare..?”

“Ho investito… UN GATTO NERO!!!”

“No, non anche questa! Ci stiamo rovinando la vita! Non ho mai vissuto delle giornate così dolorose…”

“Come?! Che altro è successo ancora?”

“Cos’è successo… cos’è successo… Tutto è successo!!!”

“Come tutto… spiegami…”

“Ti ricordi che ieri ti dicevo della tassa abolita? Bene… non faccio in tempo a uscire di casa che sento che è già stata messa un’altra tassa… Cambia il nome ma non cambia la sostanza…”

“Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, avrebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”

“Ma non dovevano abolire le province e risparmiare i soldi di quella tassa? Ma pensa te se i comuni devono fare provincia…”

“Ma che c’entra… fanno tutto solo per illuderci, alla fine puntano solo al nostro conto in banca!”

“E non è finita qui! Come torno a casa trovo il nostro caro figliuolo a piangere e mangiare gelato…”

“Non dirmi che si è lasciato con Francesca!”

“E invece te lo devo dire… Ci sta malissimo ora…”

“Nooo… mi ero affezionata a Francesca!”

“Ma come ti eri affezionata, che tutta la città sapeva che gli faceva le corna!”

“Si ma era una così brava ragazza, così educata…”

“L’apparenza inganna! Poi adesso al TG hanno detto che c’è uno stupratore seriale…”

“Il solito straniero eh?”

“Ovviamente! Giornata nerissima, e ora tu mi dici di aver tirato sotto un gatto nero? Allora non è ancora finita…”

“Mamma mia, mamma mia… Mi sento male… Mi sembra impossibile che stia andando tutto storto…”

“Dai, ti vado a cercare qualcosa per calmarti! Torno subito amore”

Così il premuroso marito esce di scena. Mi fa tristezza vedere colei che mi ha dato la vita stare così male per banalità del genere! Spero non stia troppo male…

Per fortuna si è già rialzata.

“Un po’ di cioccolata mi tirerà su!” Eccone un altro, di luogo comune. La cioccolata non ti dà il buon umore! Può farti sentire meglio, sì, ma solo quei venti secondi in cui la mangi; quand’è finita, stai di nuovo come prima. Ma chiaramente, se può pensarla come tutta l’umanità, non si permette di non farlo.

Cosa fa? Invece di andare verso il frigo, apre un cassetto.

Tira fuori un coltello.

Ma non un coltello con la lama rotonda, per spalmare la Nutella. Un coltellaccio, quasi da macellaio.

Lo guarda luccicare, lo muove e per un istante vedo il riflesso del suo volto sulla lama.

Uno sguardo agghiacciante. Un ghigno malefico. Non l’avevo mai vista così, sembra assatanata.

Si avvicina lentamente verso di me, brandendo il coltello in mano.

Che cosa vuol fare?! Perché sta venendo verso di me?

Si è fermata davanti a me.

Alza il braccio, con il coltello in alto.

Non dice niente, ma non importa; lo fanno i suoi occhi. Occhi aggressivi.

Ho paura.

Per la prima volta, ho paura.

Mi sembra che il tempo rallenti, che un istante stia durando un minuto.

E invece è sempre un istante.

Solleva la coperta. Mi tocca la pelle. Sembra soddisfatta. Io ho un brivido freddo.

Inizia ad abbassare il braccio.

Cosa fai?! Non vorrai uccidermi?!? No mamma perché?!? Non farlo, nooooooo.

Ma io non ho voce per gridare. Non ho piedi per scappare.

Si è portata via una parte di me.

La migliore. Quella glassata.

 

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