Killing me softly di Alessandra Calanchi

3 febbraio

Lo sapevo, non dovevo uscire stasera. Accidenti a me. 

Erika cammina svogliata, rigida, guardinga. Vorrebbe staccarsi dal gruppo, ma Valentina la tiene d’occhio e se si allontana un passo, due passi, ecco che la chiama. Si direbbe che cerchi continuamente, ostinatamente, di reintegrarla nel drappello che avanza senza una meta precisa, sul molo illuminato e vociante. Sembrano tutti contenti. Tutti a ridere, a scherzare, tranne lei. Erika pensa che non c’è proprio niente da ridere. Cazzo, non c’è proprio niente da ridere.

C’è una festa di paese, una delle tante sagre assurde: sagra del tortello e della bistecca, festa dell’uva, sagra del salume celtico. Chissà chi se le inventa. E in questa stagione, poi! Fa freddo, è buio già alle quattro del pomeriggio, ma che avranno tutti da sorridere?

E’ andata così. Sono settimane, anzi: mesi, che la sua collega Valentina cerca di fare amicizia con lei, che si insinua nella sua vita, nei suoi silenzi. Erika lavora nello studio di un commercialista e si stava benissimo finché non è arrivata Valentina. Bionda, frizzante, iperattiva. All’inizio si limitava a studiarla, come un insetto sotto vetro. Poi è passata  a snervanti interrogatori.

Che fai stasera? Esci? Cos’hai in frigo? Come mai non sei su Facebook? E su Twitter? Ce l’hai avuto un fidanzato? Non pensi che avresti bisogno di sandali nuovi? Capace di continuare così tutta la mattina.

A volte Erika si inventa un lavoro urgente, una telefonata. Oppure dice che deve andare in bagno. Giovanni Tempora, il dott. Tempora, ogni tanto la chiama nel suo ufficio e lei lo benedice mentalmente. Giovanni è serio, non la guarda nemmeno mentre le impartisce ordini. La sua voce è neutra. Forse non sa nemmeno come sia fatta Erika, se abbia o no gli occhiali, che taglia porti di reggiseno. Con Valentina è diverso. Lei lo guarda negli occhi, gli risponde, arriva perfino a  canzonarlo con garbo. Si permette una battuta di tanto in tanto.

Erika non è spiritosa. Non trova mai le parole giuste. E poi a che servirebbero?

Erika è riuscita a separarsi dal gruppo. L’uscita con gli amici di Valentina si è rivelata un fallimento, un vero disastro, come lei del resto aveva puntualmente previsto.

Ora scappo. Torno a casa da sola. Ma no, poi domani dovrei spiegare… ma non ce la faccio più a sopportare questa gente.

Senza quasi accorgersene, Erika si è messa a correre. Scansa persone e carrozzine, cani e bambini, col cuore in gola come se avesse rubato qualcosa, come se fosse inseguita. Poi le pare di sentire il suo nome – Erika! – e allora la prende il panico: entra all’improvviso in un chiosco il cui ingresso è coperto da una tenda variopinta. Una vampata di calore la fa quasi svenire. E’ buio. Una vertigine  la fa vacillare. Non distingue nulla nell’oscurità, solo un bagliore a una certa distanza. Poi, di nuovo, il suo nome.

– … Erika? – è una voce di donna, ma è roca; non è  la voce squillante di Valentina.

  • Chi è? – chiede terrorizzata. – Dove sono?
  • Ti chiami Erika?
  • Sì… ma chi è?
  • Tranquilla, adesso accendo la luce.

Una lampada, ora, rischiara l’ambiente, che presenta uno strano miscuglio di arredamento arabeggiante, indiano, new age e Ikea. Al centro della stanza un tavolo con sopra una sfera di cristallo; dietro la sfera, una signora sorridente ma non troppo; si direbbe un tipo diffidente ma non ostile. Tiene entrambe le mani sulla sfera. L’accarezza, come se fosse un gatto.

  • Mi scusi,  –  inizia Erika. Ma poi non sa come proseguire. E all’improvviso si ricorda di una cosa. – Lei mi conosce?
  • Oh, no,  – risponde la signora. – Ero indecisa, se Erika o Monica, o forse Ermione. L’ho sparata lì.
  • Non capisco…
  • Ah, sì, quando sei entrata. La tua aura. Siediti, ti leggo il futuro.

Erika si irrigidisce. – Non se ne parla nemmeno. Mi scusi – e fa per andarsene.

  • Torni dai tuoi amici? Buona idea. Saranno in pensiero.
  • Adesso basta – sbotta Erika. – E’ uno scherzo, vero? Lei è un’amica di Valentina?
  • No, no. – intanto però Erika si è seduta, e si è accorta con un certo disagio che la signora che le sta di fronte è non vedente. Sul tavolo c’è una candela accesa, e a Erika scappa un sorriso pensando a una scena di un film che ha visto tanto tempo fa.
  • Sì, hai ragione. Frankenstein Junior. Non l’ho visto, naturalmente, ma me lo hanno raccontato.

Erika si muove sulla sedia, a disagio. Vorrebbe scusarsi ma all’improvviso si sente stanca e svuotata.

  • Erika,  – continua la signora – vedo nella mia sfera che sei una ragazza riservata, molto solitaria. Non  ami la compagnia, non ami i social network, sei single. Hai azzerato quasi del tutto la tua vita sociale, giusto? … E allora, che ci fai stasera a questa festa paesana? … Fammi capire… Ah, certo, Valentina… ma i suoi amici non ti piacciono, giusto?
  • Beh, siamo arrivati qui da poco…
  • Sì, ma tu volevi già scappare… Ora ti racconto, se vuoi, cosa ti succederà nei prossimi mesi. Ti va? Ne vedo delle belle…
  • In che senso, scusi? E poi no, non sono il tipo, assolutamente. Non voglio sapere nulla, né del presente né tantomeno del futuro.
  • Sicura? … Guarda che poi ti penti. Non vedo nulla di brutto. Hai una salute di ferro e…
  • La prego, non insista! …
  • Uh, vedo… Erika, perché il tuo frigo è vuoto?
  • Sono a dieta.
  • E perché? Non sei mica sovrappeso.
  • E lei che ne sa? – scoppia Erika. – Se mi vedesse…
  • Per un po’ di cellulite?! Vuoi toccare la mia? … – Erika prova una punta di ribrezzo e fa energicamente di no con la testa. Poi si maledice mentalmente. La tipa è cieca, cazzo! Ma la signora continua a parlare come niente fosse.  – Porca miseria, ma tu non batti chiodo da…. Senti, Erika, capisco i tuoi traumi infantili, ma adesso è ora di darti una possibilità, non credi?
  • Se lo credessi andrei in analisi. Sto bene così, invece. So badare a me stessa. Grazie. – Poi ci ripensa. – Ma lei fin dove riesce a vedere nel futuro?
  • Tre mesi. Tre mesi esatti. Non so perché: mia madre, poverina, arrivava anche a cinque. Mia nonna, poi! Avrebbe potuto dirti anche di che colore sarebbero stati i fiori al tuo funerale. Scherzo, dai… Ma la mia vista è corta. Tre mesi e basta. Ah, ma se torni fra tre mesi, ti dico il futuro per altri tre… e così via!

Erika sorride. Quattro incontri l’anno: spenderebbe comunque meno che andare dallo psicoanalista, e sarebbe più divertente. Magari sarebbe eccitante sapere cosa succederà la settimana prossima…. A lei in realtà non succede mai niente, ma chissà…

  • Esatto: a te non succede mai niente. Ma ora la ruota sta per girare – mormora la signora. – Vogliamo cominciare? Innanzitutto, domani o dopodomani al massimo Valentina ti farà una scenata, per come ti sei comportata stasera; poi ti terrà il muso per almeno una settimana.
  • Fin qui mi pare ovvio…
  • Ah, ma poi le passa, eccome! E sai perché? Perché le fai pena, tanta pena. E una sera mentre è su Facebook a chiacchierare con Tizio e  Caio e a fare la gallina con tutti i suoi “amici” … paffete! Ne incontra uno che sembra ritagliato apposta per te! A lei, lo irrita; ma inizia a pensare che lui, con te, ci starebbe alla grande, che sembrate fatti l’uno per l’altra. Comincia  a sedurlo, senza esporsi troppo; usa il tuo nome anziché il tuo. Insomma, in breve: ti procura un appuntamento al buio.
  • E io? – chiede Erika col cuore che batte, improvvisamente, contro la sua volontà. Dannata adrenalina.
  • Eh tu all’inizio resisti, ti arrabbi, dici che mai e poi mai.
  • E poi?
  • Poi ci vai, all’appuntamento; ti metti in ghingheri, anzi – aspetta un attimo – vai dal parrucchiere e anche dall’estetista con Valentina, è lei che ti scegli l’acconciatura e i vestiti, ti dà consigli.  Ti pareva… Poi arriva il gran giorno.
  • E…?
  • Vai all’appuntamento. Lo individui, da lontano. Tu hai già visto la sua foto; lui invece, la tua, no. Lui si guarda intorno, un po’ spaurito. E’ un gran bel tocco di ragazzo! Valentina non ti ha tirato un gancio. E’ carino davvero. E non sembra neanche uno stupido.
  • E io…?
  • Eh, tu… aspetti… aspetti… Vuoi essere proprio sicura. Pensi che non ce la farai.
  • E…?
  • Mi dispiace, Erika – la signora sorride di lato. – Tu alla fine giri i tacchi e te ne vai. Punto.
  • Ma è sicura?
  • Eh, sì. Alla fine non ce la fai. Te ne torni a casa, benedetta ragazza, e lui se ne torna a casa sua. Fine della storia. Cinquanta euro, per favore.
  • Ma scusi, come fa a essere così cinica? Mi ha appena dato una notizia… di cui avrei preferito fare a meno… e poi non aveva detto tre mesi?
  • Hai ragione:  ma dopo l’appuntamento, non succede più niente. La solita vita. Il solito frigo vuoto. Ah, sì, ogni tanto ordini una pizza, guardi la TV. Che noia. Contenta te…

Erika lascia con rabbia 50 euro sul tavolo, ed esce, arrabbiata. E’ arrabbiata con l’indovina, con se stessa, con Valentina, è arrabbiata anche col ragazzo dell’appuntamento; come se esistesse davvero. Si sente presa in giro, da Valentina, dal ragazzo e dalla signora con la sfera di cristallo; è la storia della sua vita. Intorno la gente continua a sciamare, ridendo e cantando. Di Valentina e amici, nessuna traccia. Erika si incammina verso il deposito dei taxi. Domani dovrà darle delle spiegazioni. Basta questo a farle venire un tremendo mal di testa.

4 maggio

Sono passati tre mesi, e tutto si è verificato puntualmente. Erika ha tenuto un diario, giusto per verificare, per ricordare. Come fa in ufficio, quando appunta le cose che teme di dimenticare. Forse sperava che qualcosa andasse in modo diverso. Invece no.

Valentina ha fatto di tutto per farla incontrare con Sergio. E lei si è lasciata convincere a incontrarlo. Forse perché in cuor suo già sapeva che non ce l’avrebbe fatta. O forse, al contrario, perché sperava di contraddire quella dannata cieca del cazzo.

Invece no. Tutto si è svolto come da copione. Ha visto Sergio da lontano: attraente, sguardo simpatico, intelligente. Forse perfino un po’ timido. Cazzo, cazzo, cazzo! Perché le gambe si sono messe a tremare? Perché il cuore sembrava impazzito? Perché ha pensato “ce la farò” solo quando stava già correndo verso casa, sui tacchi che la facevano sbandare, avvolta in un vestito che ora le pareva ridicolo? Perché, quando è tornata, sempre di corsa, al luogo dell’appuntamento, lui non c’era più?

Suona il campanello. Sobbalzo. Mi avvicino al citofono.

  • Pizza!
  • Quinto piano – rispondo meccanicamente.

Il ragazzo delle pizze è cambiato. Gli dò la mancia. Non sorride, si limita a chinare il capo. Non mi conosce. La serie di fattorini che si sono succeduti nei mesi è impressionante. Meglio così, almeno non si faranno domande. Su di me, sulla mia solitudine.

Poi, d’improvviso, Erika guarda il calendario e scopre che sono passati tre mesi e un giorno. E le viene l’idea di tornare laggiù. Non c’è nessuna festa stavolta, magari il chiosco sarà chiuso. O invece, magari, sarà aperto. Erika guarda l’orologio. Guarda la pizza.

Dopo mezz’ora è in strada. Ha appena gettato il cartone della pizza nel cassonetto e la bottiglia di vetro nella campana del vetro. E’ una persona precisa. Guarda l’orologio. Sale in auto. Mette in  moto. Accende l’autoradio.

Cosa dirà l’indovina? 

Mi riconoscerà?

Si ricorderà di me?

Cosa mi dirà dei prossimi tre mesi? 

Sono pronta a un altro fallimento? 

E per quanto tempo andrà avanti questa storia?

D’un tratto Erika viene presa dall’ansia. Dove sta andando? Farà bene? O questa cosa potrà danneggiarla irreparabilmente? Ha cercato a lungo di dimenticarsi di Sergio, e ora che succederà? Le sarà data una seconda occasione?

Mentre svolta in una strada laterale, Erika vede, all’improvviso, Sergio abbracciato a una ragazza bionda. L’ha visto solo una volta, ma il suo viso le è rimasto impresso nella mente. Il cuore le balza nel petto. E’ lui ! Ed è con un’altra! Troppo tardi, troppo tardi – le mormora una vocina nell’orecchio, nel cervello, come un tarlo.

Camminano allacciati, senza fretta. Ogni tanto si fermano: lui la guarda e le scosta i capelli dal viso, per baciarla. Lei ride. Erika li segue, senza farsi accorgere.

Vede il semaforo diventare rosso. Si ferma, a malincuore. Ma l’automobile accanto a lei prosegue la sua folle corsa ancora per qualche metro, prima di sbandare e di schiantarsi sul marciapiede dal lato opposto. E’ tutto così improvviso che Erika non capisce bene. E’ un quartiere silenzioso. Non c’è un rumore. L’autista riprende il controllo e riparte bestemmiando e rombando. Il semaforo diventa verde, ma sull’asfalto ci sono due corpi. Il verde la acceca, le mani tremano, e vede distintamente il volto dell’uomo steso col viso al cielo.

Saranno morti? Saranno solo feriti? Il cuore batte all’impazzata. Il pirata della strada è scomparso.

Cosa posso fare? Cosa devo fare? Devo chiamare un’ambulanza. Prendere fuori il telefonino dalla borsetta e comporre il 118. Spiegare la dinamica dell’incidente. Aspettare che arrivino. Constatare, insieme a loro, i decessi. 

Oppure sarà morta solo lei: Sergio sarà vivo e potrò occuparmi di lui. Sarò in ospedale al suo fianco, gli terrò la mano, lo consolerò, gli farò dimenticare la ragazza bionda. 

Oppure no. Lui sarà morto e lei no. 

Oppure saranno morti entrambi. Meglio così. Quella troia, quella puttana, me lo ha portato via, me lo ha sottratto. Sergio era mio. Me lo aveva donato Valentina, me lo aveva donato la signora del chiosco. Sergio era mio, doveva essere mio per sempre. 

Il semaforo è diventato di nuovo rosso, poi verde. Erika parte. Dirige la vettura verso i due corpi, e l’auto obbedisce, docile. Il rumore delle ossa spezzate è singolare: sembra di passare sopra a dei pezzi di vetro coperti di velluto.

Estraggo il telefonino dalla borsetta e compongo un  numero. 

113. 

-Buona sera, devo denunciare un incidente. Anzi, veramente non è un incidente. Ho appena ucciso un uomo. Era il mio ex. Ho scoperto che mi tradiva. Ho ucciso anche lei. Sono all’incrocio fra via Duse e via Polo. Vi aspetto, non mi muovo.  Click.

Dopo pochi minuti il suono delle sirene si mescola con le note di una vecchia canzone che trasmettono alla radio. Killing me softly. Mi appoggio al sedile. Chiudo gli occhi. Provo un certo sollievo. E finalmente, vedo.