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(S)corretto, espresso o macchiato? A ognuno il suo caffè – Traduzione di Francesca Zagone

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(S)corretto, espresso o macchiato? A ognuno il suo caffè
Cortados, solos y con (mala) leche di Carmen Rico-Godoy.
Traduzione di Francesca Zagone

Gelu. Mezza mela marcia

Gli preparai una torta di mele con la ricetta che mi diede sua madre. Era molto più complicata di quella che usavo abitualmente e che avevo ritagliato da una rivista di moda trovata dal parrucchiere. Non ci misi l’arsenico, perché non ne avevo e poi mi vergognavo un poco a bussare alla porta della vicina e chiederle “Non è che per caso ha un po’ di arsenico? È che mi sono dimenticata di comprarlo quando sono andata a fare la spesa”. Tra l’altro, non ho vicine. Nell’appartamento di fianco vive un signore molto anziano, odioso e brontolone; in quello di sopra ci sono tre giovani studenti – dicono loro – che mettono sempre i dischi di Eros Ramazzotti, cosa stranissima e, in quello di sotto un travestito: la mattina, quando lo incontri è un tipo in tuta, rozzo e volgare come tutti quelli del quartiere, mentre di notte è una rossa spumeggiante truccata come se fosse carnevale. Guadagnerà un sacco di soldi, perché dal macellaio compra sempre del filetto e della lonza iberica a ottomila pesetas al chilo.
Al telegiornale si sentono sempre casi di mogli che mettono del veleno nei pranzi dei loro maritini, poco per volta, finché non crepano. Io non prendo spunto da questo sistema. Preferisco farlo tutto in una volta. Un pezzetto di torta tartufata alla cicuta e VIA! Direttamente al camposanto. Altre volte penso che sarebbe ancora meglio l’asfissia. Quando vedo Eusebio addormentato nella poltrona davanti alla televisione che ritrasmette una delle ottocentomila partite di calcio, non penso “come è dolce e carino quando dorme”. No. Penso: “Quanto sarebbe facile mettergli un sacco della spazzatura in testa e legargliela al collo con otto giri di nastro isolante. Così la sua testa rimarrebbe nel posto giusto: il sacco della spazzatura”. Il problema è – per questo non provo a farlo, non per altro – che non so come bloccargli le mani ed evitare di essere strangolata o – peggio – che si tolga lui stesso il sacco.
Di mattina, lo sento canticchiare in bagno mentre si rade. Io, nel frattempo, affetto il pane da tostare con un coltello a lama larga. Canticchia sempre Bésame mucho, facendo gorgheggi e acuti, e io mi sento veramente male. Devo lottare contro il coltello che da solo vuole colpirlo ripetutamente alla nuca e i coltelli, si sa, possono dare molte soddisfazioni.
Penso di lasciare Eusebio costantemente e in mille modi diversi. All’inizio me la prendevo con me stessa e mi dicevo: “Dio mio, che stupida che sono, che cattiva persona e tanto vedrai che se ne accorgerà prima o poi che pensi a come ucciderlo”. Dopo, però, riuscivo a pensare ad altro e mi distraevo con gli sconti di Simago, comprandomi tre paia di calze al prezzo di uno e rossetti scadenti.
Poco a poco, ho iniziato a rendermi conto che Eusebio non aveva neanche la minima idea di quello che mi passava per la testa. Così che pensavo di ucciderlo senza frenarmi, anche davanti a lui. A tutte le ore. È finito per diventare il mio passatempo preferito.
Di domenica, Eusebio adora farsi un bagno immergendosi nella vasca. La riempie di acqua e schiuma, si spoglia e tuffa il suo corpo grasso e pieno di peli neri nella vasca. Per entrarci deve alzare una delle sue gambe corte e flaccide, tanto che si vede la pelle ciondolante. Una volta dentro, si tappa il naso e va sott’acqua, facendone trasbordare la metà dai bordi. Gli piace che io lo guardi mentre si fa il bagno, altrimenti perché lascerebbe sempre la porta aperta? All’inizio mi incazzavo quando allagava il bagno, ma un giorno capii che le possibilità che si rompesse la testa, uscendo dalla vasca, si moltiplicavano per un milione.
Purtroppo il furbone non scivola mai. É un grande esibizionista. Un giorno mi chiamò urlando mentre si faceva il bagno. Io ero in cucina e stavo preparando i fagiolini, spuntandoli uno a uno, perché anche se è un taxista ed è nato e vive ancora a Leganes, sembra che il bastardo sia stato cresciuto in un palazzo, dove tutto è raffinato. Corsi da lui pensando che stesse affogando o che gli stesse venendo un infarto. E io, sì che scivolai entrando a tutto gas nel bagno tutto allagato. Meno male che riuscii ad afferrare il portasciugamani. Ho ancora i riflessi pronti a trentadue anni appena compiuti.
[…]

Oltre la notte, il Noir americano (1940-1950) tra letteratura e cinema

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Proponiamo qui alcune considerazioni scritte da Beatrice Balsamo, psicanalista e studiosa di noir, autrice del volume Hitchcock. Il volto e la cosa (2010) e coordinatrice della rassegna che si è tenuta a Bologna (febbraio-marzo 2016) a cui ha partecipato, fra gli altri, lo scrittore Valerio Varesi. L’Associazione APUN ha promosso tale rassegna partendo dal soggetto nella contemporaneità: il genere noir consente infatti di indagare le zone d’ombra che ci riguardano e la legalità come loro argine simbolico.

Si può far risalire l’inizio del genere noir americano alla scrittura di Dashiell Hammett e al film di John Huston Il mistero del falco (The Maltese Falcon, U.S.A. 1941, int. Humphrey Bogart, Peter Lorre, Mary Astor, Gladys George). Le caratteristiche del genere noir delineano un mondo dove le ombre si addensano e rubano terreno alla luce, e le apparenze nascondono spesso realtà ben diverse, e l’angoscia e l’incubo determinano una divisione nel soggetto che non è padrone di se stesso. Proprio negli anni ’40 fiorisce questo genere, assai longevo nella storia del cinema, e i film di questo genere mettono in scena un eroe che non domina più gli eventi e se ci riesce è solo dopo aver messo in discussione molte delle sue certezze iniziali. Iniziava in quegli anni l’etica freudiana che ricorda a tutti la necessità di un salto di qualità dall’innocenza all’età adulta. È in questo contesto che il noir prende forma, influenzato dalla asciutta narrativa hard-boiled e dal bisogno di ripensare il rapporto con il reale (non è un caso che siano proprio i film noir a diffondere a Hollywood la pratica delle riprese in esterni, dove l’estetica ultra controllata degli studios lascia il passo alle concretezze più dure e “sporche” delle location: le strade, la città). Perfino la recitazione diventa più nervosa e realistica, dimenticando le lezioni accademiche e gli influssi “teatrali” a favore di un linguaggio più vero e una dizione meno controllata. Ciò mise a punto due nuovi caratteri cinematografici: l’investigatore privato, che si porta dietro il peso di un passato di delusioni ma che non vuole arrendersi di fronte all’immoralità e all’irrazionalità del mondo, e la dark lady, tentatrice fascinosa. L’eroe e l’eroina del cinema noir scoprono di dover scendere a patti con ciò che avevano “rimosso”: le loro pulsioni più nascoste, le loro passioni irrefrenabili. Il rapporto tra presente e passato si complica. I sempre più numerosi flashback ricordano allo spettatore che le scelte di ieri influiscono sulle azioni di oggi in una maniera che non è più solo di causa/effetto. Il passato assomiglia a un fardello che rende il presente sempre meno chiaro e decifrabile. Proprio come ci mostra la macchina da presa che inquadra i personaggi all’interno di uno spazio urbano più complesso e misterioso. Aumentano le zone d’ombra, le nebbie, gli angoli bui, le immagini sfocate. Anche il dialogo non è più strumento fondamentale per seguire lo svolgimento di un film, perché spesso può ingannare o fuorviare. I percorsi dei personaggi hanno abbandonato la linearità, per perdersi dentro veri e propri labirinti, non solo reali, ma il più delle volte metaforici e alludono alle pulsioni più nascoste: l’avidità, la gelosia, l’odio, l’invidia che guidano le persone lungo un cammino che porterà lo spettatore a confrontarsi con la parte più nera e nascosta dell’animo umano. Ciò è espresso attraverso una rivoluzione narrativa di riprese soggettive, di uso più deciso della voce fuori campo, di focali corte e cortissime che arrivano a deformare le immagini che sullo schermo danno forma alle angosce e alle paure dell’inconscio. La riflessione che ci porta il genere noir a nostro avviso è di particolare rilevanza anche per comprendere l’oggi.

A.C.

“L’influenza del genere noir: dall’ America alla Cina” di Giulia Costantini

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Il noir più che un vero e proprio genere costituisce una tendenza dell’immaginario, uno stile. Il “periodo d’oro” del noir cinematografico statunitense viene collocato tra il 1941 e il 1958, cioè tra The Maltese Falcon di John Huston e Touch of Evil di Orson Welles. Il fenomeno noir nasce però da un interscambio fra letteratura e cinema e devono molto alla narrativa hard-boiled.
I personaggi caratteristici del noir vivono come un’improvvisa caduta in un “brutto sogno”, che trasforma il loro mondo in una realtà continuamente ingannevole, e in un universo corrotto; essi si muovono in un contesto caratterizzato dall’incertezza, dalla confusione e dalla vulnerabilità. I personaggi tipici del noir sono soli contro tutti e si ritrovano continuamente in una situazione di persecuzione, nella quale la minaccia è ovunque, e spesso sono costretti a sopravvivere violando le leggi, per cercare di raggiungere i propri obbiettivi.
Un altro elemento che caratterizza le storie noir è il “triangolo”, che rimanda al triangolo edipico di Freud, nel quale il bambino è preso dall’ amore per la madre e dall’ odio per il padre (visto come un rivale). Lo stesso accade nel cinema noir: l’“eroe” solitamente è un investigatore privato, un uomo disilluso con un passato misterioso, non integrato nel sistema, impegnato in una “ricerca” (una donna misteriosa o la soluzione di un mistero); la dark lady è una donna seducente e pericolosa, terribilmente astuta e calcolatrice, alla quale l’eroe non può resistere; il “cattivo” è il rivale crudele, malvagio, perverso e squilibrato, caratterizzato da sintomi nevrotici e comportamenti bizzarri.
L’oscurità del mondo noir si riflette nello stile visivo a partire dall’ambientazione (interna o esterna), caratterizzata da un’illuminazione basata su contrasti di luce e ombra, dove tende a prevalere il buio. Il noir non rappresenta solo il lato oscuro di qualcosa, ma è capace di interpretare al meglio il senso di frammentazione e di discontinuità, dando voce a una colpa individuale o sociale.
Questo genere non ha avuto successo solo in Occidente: infatti, grazie a diversi scrittori, ha avuto una sua influenza e diffusione anche in Oriente. Per esempio, la Cina si svela grazie al noir. Il noir viene considerato la chiave ideale per penetrare nella società cinese, cogliendone gli aspetti più segreti e oscuri, mostrando le verità più nascoste e dando voce a tanti temi di attualità (come il colonialismo, il capitalismo..), scansando almeno in parte la censura, grazie alla maniera apparentemente innocua con la quale il marcio della società viene raccontato.
Uno dei principali scrittori che ha portato il noir in Cina è Qui Xiaolong, nato a Shanghai nel 1953 ed emigrato negli Stati Uniti dopo la repressione di Piazza Tienanmen. Il suo grande successo è dovuto alla serie dell’ispettore Chen Cao, storia interessante e affascinante soprattutto per l’ambientazione, infatti è ambientata in una Shanghai violenta e mafiosa, a causa del frenetico passaggio al capitalismo. La città è sconvolta non solo dal grosso cambiamento avvenuto al suo interno, in ambito sociale e politico, ma anche dalla metamorfosi avvenuta sul suo aspetto esteriore: i vecchi edifici coloniali lasciano il posto a numerosi grattacieli. La metropoli è infatti il palcoscenico delle imprese di un detective terribilmente testardo e dotato di una grande logica deduttiva, che vive con il ricordo malinconico del padre (caduto vittima delle Guardie Rosse) e basandosi sul ricordo della morale confuciana che gli era stata insegnata da bambino.
Le passioni di Chen sono la poesia e la cucina, infatti la storia è caratterizzata da diverse descrizioni gastronomiche, e ogni suo tuffo nei misfatti di Shanghai è accompagnato da citazioni colte, tipicamente occidentali (riprende anche Shakespeare). La misteriosa morte della compagna Guan è il titolo del capolavoro di Xialong Qi. Ambientato a Shanghai nel 1990, ha come protagonista Chen Cao, ispettore della squadra speciale, a tempo perso anche poeta e traduttore di letteratura inglese, che conduce le inchieste citando antiche liriche della dinastia Tang. L’eroina “rossa” è la bella Guan Hongying, il cui cadavere viene ritrovato in un sacco di plastica, che galleggia in un fiume alla periferia di Shanghai. L’inchiesta conduce Chen nell’ambiente perverso dei “principini”, i figli viziati e arroganti della nomenclatura di regime. Uno di questi è l’assassino, che l’ispettore riesce a smascherare grazie alle foto dei suoi rapporti intimi con la donna, ma l’inchiesta viene assunta dalla polizia segreta che monopolizza le azioni disciplinari dentro il partito. Nel finale il colpevole viene condannato a morte, ma per la ragione sbagliata, quindi l’utopica giustizia di Chen si infrange contro le logiche del potere.
E’ la Cina degli anni Novanta la vera protagonista del romanzo. Qiu Xiaolong racconta la fase più sconvolgente della transizione. Nel Paese è appena stata introdotta la riforma capitalistica di Deng Xiaoping, e i figli della nuova razza padrona organizzano orge sessuali con attrici e top model come in una Hollywood decadente, mentre al loro fianco vive un’umanità povera e disillusa in quartieri popolati da vecchi comunisti, che sopravvivono a stento con la pensione di Stato in case che sembrano più tuguri, senza bagno né elettrodomestici.
Quando l’indagine si trasferisce a Guangzhou (Canton), Qiu Xiaolong descrive perfettamente l’ambiente da città di frontiera in cui tutto è permesso, la descrive come la capitale del vizio. Il detective comunista è un perfetto eroe da noir che vive la sua vita con disincanto e malinconia, cercando un inutile conforto nel ricordo del padre defunto. Nonostante sia un genere di letteratura minore, anche a Pechino e Shanghai il noir riesce a raccontare tante verità proibite.
Vero è che l’autore scrive dall’America riportando verità nascoste del suo paese di origine, la Cina. I suoi libri sono scritti in lingua inglese, ma sono tradotti in varie lingue e vi sono diverse edizioni: sono letti anche in Cina, prevalentemente in inglese. Alcune edizioni sono state tradotte anche in lingua cinese, ma a causa della censura politica ci sono stati alcuni tagli e ogni riferimento alla città di Shangai è stato sostituito, cambiando il nome reale della città con un nome fittizio, “H city”. E’ importante comunque che diversi autori originari di Shangai e Pechino, attraverso le loro opere di genere noir, riescano a sollevare e a mettere in luce situazioni rilevanti del paese che spesso vengono mantenute nascoste.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/05/17/londata-noir-degli-autori-doriente-cosi-il.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/04/02/la-cina-noir-dell-ispettore-chen.html

 

CHRISTMAS ADVICE PAPER FOR CRIME FICTION ADDICTED*. IN OTHER WORDS, FOR YOU di SARA PINI

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CHRISTMAS ADVICE PAPER FOR CRIME FICTION ADDICTED*.
IN OTHER WORDS, FOR YOU.
(e se avete pensato “Elementare, Watson” alla fine della frase ne avete bisogno sul serio)

* Approvato dalla WAD (World Association of Detectives) e IASEMS (International Association of
Sherlockians, Enduring Mysteries and Secrets).
Abstract: Consigli su come affrontare le feste per rilassarsi e non lasciarsi sopraffare né dai parenti né dai colleghi e amici detective. Non prendetela alla leggera, le feste son le feste, ma Natale è Natale: se non siete preparati al meglio rischiate di dover destreggiarvi tra i parenti che accusano mal di stomaco improvviso e colorito bluastro per aver mangiato l’arrosto di maiale cucinato da Holmes con laudano e salvia, o di dover separare Conan Doyle e John Silence che si azzuffano per essere i primi a fare una seduta spiritica con le sorelle Fox. Senza considerare che il pranzo di Natale già di suo si prefigura come una GSI, Greed Scene Investigation. Quindi, non sbiancate, fate un bel respiro e tenete sottomano questo foglio da consultare nei momenti di dubbio. Dopotutto, sono solo tre giorni: Vigilia, Natale, S. Stefano…
E poi Capodanno…
E le varie visite negli altri giorni…
Beh insomma, forse ve la caverete.

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RELIGIONE

Prima di catapultarvi nella massa di gente che sgomita stile “Questa è Spartaaa!” mentre prende d’assalto lo scaffale alla coop per aggiudicarsi l’ultimo cotechino, è meglio sistemare l’aspetto religioso. Per cui, dato che il prete solito si è ammalato, bisogna trovare un sostituto. Non si può rinunciare alla S. Messa di Natale. Monsignor Ronald Knox fa al caso nostro, e per l’occasione possiamo pure scomodare Father Brown. Dopotutto i fedeli attesi sono numerosi, quindi un paio di mani in più a distribuire le ostie non guasta, anche se bisogna provvedere a far giurare a entrambi che non indagheranno oltre sulle vite dei cittadini visto che già si sono adoperati per il “Caso delle ostie mancanti”. Si preannunciava un disastro infatti, quando poi si è scoperto che il vice parroco non le aveva comprate per le imminenti feste per non perdersi la 4236a puntata di Perry Mason con una tazza di tè caldo tra le mani.
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PRANZO

Ovviamente monsignor Knox ha già stilato diligentemente il Decalogo del Pranzo di Natale, sul quale ogni moglie, madre e nonna dovrà giurare solennemente prima di mettersi all’opera (mano destra alzata, mano sinistra su una copia di Crime Fiction 1800-2000 di Stephen Knight). Si fornisce qui una traduzione spicciola in italiano per rendere più chiare le Sacre Regole:

1. The courses must be mentioned early on, not just brought in at the end.
Le varie cuoche in questione dovranno mettersi d’accordo in anticipo su chi fa cosa per Vigilia, Natale e S. Stefano, per non arrivare ad avere tensioni culinarie il giorno di festa.

2. The menu must be solved manually, not by ‘supernatural machines’.
No agli aiuti meccanici: bandite macchine impastatrici stile KitchenAid e tutto l’armamentario Kenwood. La pasta dei tortellini va fatta rigorosamente a mano.

3. No more than one secret dinnerware set to be used.
Non usare più di un servizio buono, altrimenti si rischia di apparire esibizionisti.

4. No ‘undiscovered’ or ‘undetectable’ spices.
Evitare esperimenti dell’ultimo minuto mai provati prima per non mettersi le mani nei capelli poco dopo.

5. No sinister foreigners, particularly Chinamen.
Evitare di ordinare al take-away cinese.

6. The table must not be solved by a lucky accident.
Pensare a un apparecchiamento della tavola adeguato (guardate Downton Abbey e capirete) e non confinare l’incombenza agli ultimi cinque minuti prima che arrivino gli ospiti, scusandovi poi coi presenti per l’arrangiamento alla “bell’e meglio” adducendo come scusa che “il cane ha preso contro alla tavola poco prima che arrivaste” (cane che, s’intende, non avete mai avuto) e dirottando maldestramente l’attenzione sugli antipasti prima che chiedano ulteriori spiegazioni.

7. The detective must not have cooked the food himself.
Se avete invitato uno o più detective, non lasciateli cucinare.

8. Nor must he conceal clues or reasons for his deductions.
Il detective è ospite quindi dovrete armarvi di santa pazienza e non commentare alle deduzioni riguardo i vostri piatti, sebbene ne sappia meno di voi e scambi il prezzemolo della salsa verde che accompagna il lesso con il coriandolo (blasfemia).

9. A ‘Watson’, if such a character is invited, must not conceal his opinions.
Se c’è pure chi dà manforte al detective nel suo elogio del coriandolo, sorridete e siate
cordiali.

10. There is a special veto against using identical twins or ‘doubles’.
Non fate le stesse portate in due giorni di fila (vedi Sacra Regola n.1).

L’ultimo consiglio per il pranzo di Natale è di stabilire anticipatamente il cosiddetto “turn of the crew”, quindi decidete chi porta le varie portate in tavola e a quali intervalli cosicché non ci siano impedimenti tra la carne e i contorni, tra i dolci e il moscato d’Asti (consigliati Rocca Dell’Uccellette o Emilio Vada).

Ora, se la cucina da un lato è a posto, bisogna spuntare dalla lista tutto il resto.
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REGALI

Regali: munitevi di una lista delle persone abbinate al corrispettivo regalo, bigliettini d’auguri, metri di carta a motivo natalizio e il tipico nastro rosso. Esercitatevi a fare i fiocchi, è un’arte che non è così semplice come sembra, ma fine, come scrive De Quincey in On Wrapping Considered as one of the Fine Arts, perché richiede manualità e predisposizione eugenetica. Se non siete avvezzi all’impacchettamento lasciate perdere, o verrete sommersi da scarti di carta e nastro rosso tanto che alla fine la vostra stanza, indipendentemente dal colore delle pareti originario, assomiglierà a “uno studio in scarlatto”. Che poi era il titolo di un racconto di Doyle su come si era ridotto in una situazione similare, ma ormai è conosciuta come la prima avventura di Sherlock Holmes solo perché ha invertito i fogli delle copertine inviati allo Strand.

Doyle – cofanetto di dvd di Jurassic Park.
Sherlock Holmes – un paio di occhiali molto casti. Insomma, non i Ray Ban (anche perché sono di Poe e si sa che è permaloso). Bisogna fargli accettare la miopia una volta per tutte, è inutile che continui a girare col naso incollato alla lente d’ingrandimento e dica di riconoscere la gente e le professioni dagli abiti, se è l’unica cosa che riesce a distinguere da una certa distanza invece del volto.
Sorelle Fox – torta di mele fatta in casa (indagare se preferiscono Melinda o renetta).
Lombroso – copia di Hamlet. O un viaggio pagato per l’ossario di Solferino-San Martino.
Silence – tavoletta Ouija.
Agatha Christie – borsa di pelle. Vedere il sito edgeinpellami&co.it.
Dickens – credo basti il pranzo in famiglia per dimostrargli che non è solo per Natale, cosa di cui aveva provato a scrivere in A Christmas Carol ma nessuno l’ha capito.
Wilkie Collins – statuetta onoraria per il maggior impegno per la parità e i diritti delle donne, possibilmente con le sembianze di Anne Rodway.
Moriarty – uncinetti e gomitoli di lana. Si sa mai che si appassioni a intrecciare sciarpe e maglioni piuttosto che tessere ragnatele. Almeno risparmierebbe sul guardaroba ed eviterebbe di pagare la donna delle pulizie che ha di meglio da fare.
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INVITATI

È fuor di dubbio che sia necessario conoscere in anticipo gli invitati confermati al vostro pranzo o cena se volete esser sicuri di avere argomenti di conversazione e soprattutto evitare spiacevoli incomprensioni tra di loro: dato che siete i padroni di casa dovrete destreggiarvi in modo da far sentire tutti a loro agio. Come prima cosa, stilate una lista di chi viene e chi no.

NO: Moriarty, Cesare Lombroso, William Wilkie Collins.

Ragioni addotte: Moriarty è in vacanza. I voli per Tenerife erano già tutti pieni quindi ha optato per l’offerta super economica per Shutter Island. Lombroso è stato promosso a capo dell’istituto psico-penitenziario dell’isola e sta studiando il genio e la follia di Moriarty a sua insaputa, inseguendolo di nascosto mentre quest’ultimo cerca invano una spiaggia caraibica dove appostarsi con l’ombrellone. Wilkie Collins è attualmente impegnato con la NASA perché vogliono studiare la sua moonstone, che si è scoperto essere un ufo che avrebbe assistito al reale sbarco (americano?) sulla luna. Possibili connessioni pure con l’Area 51.

SÌ: Sorelle Fox, John Silence, Edgar Allan Poe, Sherlock Holmes più un cane, Conan Doyle, Agatha Christie, Charles Dickens, Raymond Chandler.

Note sugli invitati confermati:
Trovare nove sedie in più in cantina o andare all’Ikea.
Predisporre una stanza per le sorelle Fox, Silence, Doyle e Dickens dove possano fare una seduta spiritica. Far sedere lontani Doyle e Dickens, che non si guardano di buon occhio da che Dickens ha spopolato con A Christmas Carol mentre Doyle è stato deriso per The Coming of the Fairies.
Sherlock Holmes ovviamente non parteciperà quindi bisognerà trovare qualcosa per intrattenerlo. Appunti al riguardo sulla base delle conoscenze di Holmes rilevate da Watson per scrivergli un curriculum:
• Musica: è possibile fargli suonare Silent Night o Jingle Bells al violino?
• Conoscenza letteraria: nulla. Non può intrattenere raccontando una storia.
• Politica: conoscenza flebile. Evitare di parlare di temi attuali se si nota una vena infastidita nel suo sguardo.
• Botanica: variabile. Non regalategli una stella di natale, si seccherebbe nel giro di tre giorni, se ci arriva. Al massimo potrebbe ricavare una supercolla dal siero secreto dalle foglie.
• Chimica: profonda. Potrebbe interessarsi alle essenze o candele profumate se ne mettete in giro. In altre parole, riempitevi la casa di Yankee Candles così si perde qualche decina di minuti ad analizzarne la composizione.
• Anatomia: dettagliata ma non sistematica. Da aggiungere ai possibili regali di Natale: l’allegro chirurgo. Disponibile su amazon.
• Sensational Literature: conoscenza sterminata. Possibile argomento di conversazione.
• NB: il cane al seguito è il segugio dei vicini, i Baskerville, andati in vacanza in Scozia. Innocuo ma affamato: preparate una ciotola con qualche avanzo.

Poe: facile, fate un set di partite a dama. Però non coinvolgete Sherlock, per carità, sennò poi non vi lamentate dei battibecchi riguardo l’uso della deduzione e della logica nel caso Mary Rogers.

Chandler ha bisogno di un cuscino ortopedico per il gran sonno che gli viene dopo questi pranzi. L’abbiocco è generalizzato a dir la verità, ma in genere si resiste tra chiacchiere e partite varie.

Per Agatha Christie basta una poltrona, un plaid e una buona tazza di tè inglese, con una luce calda ma soffusa, insomma create un’atmosfera molto cozy per farla sentire a suo agio. Ricordatevi di darle (ma anche di distribuire a tutti) i biscotti e gli stuzzichini portati da Sherlock Holmes di cui va pazza. Vi ricordiamo che questa è stata una gentile proposta del detective, da voi accettata, dato che per venire da voi attraversa ovviamente Baker Street, sede segreta del Banderas White Mill, il forno più famoso d’Europa, e dato che vostro malgrado avete comprato solo tre pandori, due panettoni e due tronchetti di Natale (più 5kg di mascarpone per ogni evenienza), mettendo chiaramente in pericolo la buona riuscita del Natale rischiando di non avere abbastanza dessert per tutti. Non disperate, arriverà di sicuro il momento in cui vi sentirete dire da vostra moglie o da vostra madre “Ecco vedi, l’avevo detto io che dovevamo prenderne uno in più”. Al che voi annuirete e le darete ragione, anche perché ogni difesa sarebbe vana e sprecata per via delle legge imperitura che le donne in questi casi hanno sempre ragione. E rassegnatevi pure al fatto che se dovesse mancare sul serio il pandoro sareste voi a rimanere senza, perché la colpa è appunto vostra. Quindi, motivo in più per ringraziare Sherlock Holmes.
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INTRATTENIMENTO

Ricordatevi che dopo il pranzo natalizio è d’obbligo la tradizionale partita a tombola, non a Cluedo. Non preoccupatevi, non ci saranno proteste di sorta tra i potenziali giocatori: da un lato i vostri ospiti detective si risparmieranno indelicati sbadigli e cenni di noia per la perenne ovvietà delle conclusioni, dall’altro i vostri parenti vi saranno grati per aver evitato loro una figuraccia. Quindi, che tombola sia. E guai a chi pensa di sottrarre la cinquina e la tombola alla nonna/moglie/madre. È un diritto acquisito da tempo immemore, quindi accontentatevi dell’ambo e del terno. Generalmente sono cioccolatini, quindi vi va anche bene. Le lenticchie secche della quaterna sarebbero meno appaganti da sgranocchiare. Per ogni evenienza comunque procuratevi una scacchiera con pedine da dama e scacchi.
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ABITUDINI

Si sa che per voi crime-dipendenti il risveglio ideale non è l’odore di brioche calde appena sfornate, uccellini che cantano, giornata di sole e tutti belli sorridenti che neanche nella pubblicità di Mentadent, ma:
un vago sentore di sostanze chimiche, testimonianza degli esperimenti fatti fino a notte fonda per identificare un veleno;
un bicchiere di succo d’arancia bevuto usando guanti in lattice per non lasciare tracce;
una lettera di ricatto della Black Hand, nota organizzazione criminale di macellai che trafficano in tacchini d’esportazione, dall’Europa all’America; secondo Holmes sono i responsabili del rapimento (involontario) dell’amata Rosita, la gallina di Banderas, scambiata per l’appunto per un tacchino a forza di mangiare gli avanzi delle infornate del fu Zorro;
dare un’occhiata a immagini raccapriccianti che darebbero da fare a qualsiasi altra persona;
lanciare una diagnostica al pc ancora in pigiama per controllare che non vi abbiano hackerato il sistema appropriandosi di curriculum, identità e conto corrente;
canticchiare la musica di Psycho durante la doccia;
guardare fuori dalla finestra e sorridere compiaciuti nel vedere una giornata da tipico novembre in pianura padana, con una nebbia densa che annulla ogni certezza e cala il mondo in un limbo, come nei quadri di Whistler;
accendere una candela e girare con quella in mano di stanza in stanza invece di sfruttare i più moderni interruttori perché la luce fioca favorisce la concentrazione.

Nonostante ciò, ricordate che è consigliabile vivere il Natale ad occhi aperti e non chiusi, perché per quanto ci possa essere qualche candela qui e là non dovete trovare qualche soluzione di sorta, piuttosto dovete vivere appieno questi momenti che hanno in sé qualcosa di magico che neanche i vostri detective possono spiegare. Non è qualcosa di razionale e logico, rassegnatevi, è quel “senso di Natale” che si ritrova nella fiamma di una candela, nelle luminarie per strada, in quel brusco contrasto di calore e freddo sulle guance appena entrate in casa, nella cura con cui sono state messe le posate (vedi Sacra Regola n.6), quando scoppia una risata improvvisa a tavola, nell’aroma di vaniglia nell’addentare il pandoro, quando snodate un fiocco, nel crepitio della trepidazione nel momento in cui strappate la carta, o in quel mondo in miniatura accogliente e familiare che è il presepe.
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ANNOTAZIONI

Ultime fondamentali annotazioni:

Prossimamente vi sarà spedito il consueto calendario per l’anno nuovo riservato a tutti gli appassionati di crime fiction. Purtroppo ci sono stati problemi nel reperimento della carta nella foresta di Tyburn, ma presto avrete il vostro Newgate Calendar 2016. Per scusarci del ritardo in omaggio un vasetto di miele dato dalla cross-pollinazione di genus goticus e genus thrillericus. Biologico.

Li avete già fatti l’albero e il presepe o sono ancora inscatolati in cantina? Non sottovalutate l’ovvietà della domanda, stando a Poe “these escape observation by dint of being excessively obvious”. Non vorrete mica seguire alla lettera il resto delle istruzioni e far trovare una casa spoglia ai vostri invitati perché avete dimenticato i simboli più ovvi del Natale, vero?

Si fa presente agli adepti che sono stati segnalati casi di studenti/esse che, iniziati alla crime fiction, si sono guadagnati occhiate strane da parte dei genitori nell’aiutare a preparare l’albero, pertanto se avvertite uno o entrambi i sintomi seguenti da loro sperimentati (o riscontrate una sintomatologia similare) chiamate il medico. Che non vi sarà d’aiuto, quindi tantovale che vi riduciate da soli la dose di pagine giornaliera di libri sul genere.

SINTOMO 1: Nel vedere l’albero di Natale recuperato dal garage accuratamente impacchettato, per evitare che prenda polvere, in due sacchi neri da immondizia dovutamente incollati con il nastro adesivo, non potete esimervi dal commentare: “Cavoli, sembra proprio un cadavere messo così!”. Si nota qui una certa tendenza a vedere tutto secondo una certa ottica.

SINTOMO 2: Una volta tolti i sacchi da immondizia, nel vedere l’albero di Natale legato con spago plastificato in modo tale che i rami stiano belli compattati e occupi meno spazio in garage, non potete esimervi dal commentare (nello specifico, vedendo il padre, ma si estende a qualsiasi parente): “Pà, è inutile che tagli lo spago che dopo la mamma dice che ci serve integro per metterlo via, devi pensare come lei, perché l’ha sicuramente legato lei così, quindi come avrebbe fatto? Com’è più abituata a fare, cioè nello stesso modo in cui lega gli arrosti con lo spago da cucina” e nel frattempo in due mosse trovate il nodo principale e lo slegate, liberando tutto l’albero, sotto lo sguardo incredulo dell’altro parente (che inoltre ha una conoscenza limitata o pressoché nulla in ambito culinario). Questo è ben peggiore del sintomo precedente, badate, perché è una deduzione fatta dando un’occhiata veloce alla disposizione dello spago intorno all’albero, senza neppure toccarlo, e senza sapere a priori o ricordare che era stata la madre a legarlo l’anno prima. Si nota qui un collasso esagerato nella tendenza a identificarsi con la mente del “criminale” per trovare una soluzione al caso. Si consiglia vivamente l’astensione dalla lettura e la visione di qualche puntata di programmi di cucina. È probabile che molti casi irrisolti si possano spiegare attraverso i metodi di legamento degli arrosti, che nessun poliziotto o detective uomo conosce e pertanto non prende in considerazione. Se non vi cimentate mai nella lettura di qualche ricetta non potete capire con facilità quando il colpevole è una donna. Elementare.

-8-
CONCLUSIONI

Nonostante possa sembrare qualcosa di insormontabile (come ogni anno), tra tortellini e zamponi, carte e fiocchi, ceste e regali, tombolate e partite a carte, alla fine il Natale è il Natale. Questo è solo un foglio di appunti e consigli che può servirvi o meno. Ciò che più conta è che alla fin fine chi a tavola, chi in piedi, chi seduto comodamente in poltrona o sul divano, tra un boccone e l’altro tutti prima o poi sorridono, e si avverte chiaramente quell’atmosfera familiare e calda di condivisione, leggerezza e allegria generale (effetto del mesmerismo, s’intende). Foss’anche l’austero Sherlock Holmes a tenervi sulle spine, sicuramente si lascerà andare anche lui per un istante, concedendosi un sorriso compiaciuto quantomeno al leggere quanto segue, l’ultimo mistero di quest’anno che dovete svelare per distrarvi un momento dai doverosi preparativi natalizi (non siete ancora sommersi dai nastri rossi, vero?):
Se aveste bisogno di un piccolo aiuto perché la vostra mente è già per metà in vacanza o pensa alla lista della spesa che dovete fare (e alle interminabili code alle casse), ecco qui l’aiuto proposto da Sherlock:

Man or woman you should not care,
at the order you should stare,
numbers are part of the solution
but do not have a delusion:
just look at the image on the cover
and the key hint you will discover.
It is rather easy my dear fellow,
simpler than in a book covered in yellow
this puzzling ending is,
so follow my suggestion
and find the connection
piece by piece
to get the meaning
of the whole thing.

Ora non avete più scusanti.
Se vi arrendete o volete controllare la soluzione, voltate pagina…
anzi consultate il file PDF e scorretelo fino in fondo

SARA PINI

Quando i giochi a somma zero danno un risultato negativo di Francesco Gentili

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Un breve saggio di Francesco Gentili  che qui volentieri pubblichiamo sul rapporto arte/scienza, la teoria dei giochi applicata  allo studio dell’intersezione tra cinema e letteratura.

Istintivamente si potrebbe pensare che arte e scienza viaggino su due rette parallele ma, pensandoci un po’, ci si rende conto che più che rette parallele arte e scienza possono essere considerate in realtà delle curve che si intersecano ripetutamente. Diverse forme d’arte hanno, infatti, delle basi scientifiche: basti pensare alla musica, in cui la costruzione delle scale, degli accordi e degli intervalli musicali rispetta rigide regole matematiche. Anche nelle arti figurative si riscontrano facilmente delle basi scientifiche se si pensa ad esempio allo studio della prospettiva o dell’anatomia. Persino nella letteratura, dove questa interazione tra arte e scienza potrebbe sembrare meno evidente, ci può essere una base scientifica; mi riferisco in particolare al genere noir. Per capire di cosa si sta parlando, riporto una parte dell’introduzione di Determinismo, relativismo, complessità: le vite parallele di matematica e romanzo poliziesco del Prof. Gian Italo Bischi: “Il parallelismo fra il ragionamento ipotetico-deduttivo della matematica e i procedimenti con cui gli investigatori “dimostrano la verità” nei romanzi polizieschi è evidenziato fin dall’origine di questo genere letterario, che viene fatta risalire alla pubblicazione, nel 1841, di “The murders in the Rue Morgue” di Edgar Allan Poe. Infatti nell’incipit di questa opera fondante, nel descrivere le caratteristiche della figura dell’investigatore, Poe afferma che “I risultati cui perviene, dedotti dall’anima stessa, dall’essenza del metodo, hanno, in verità, tutta l’aria dell’intuizione. La capacità di risolvere è probabilmente potenziata dallo studio della matematica e soprattutto del ramo più nobile di essa che impropriamente, e solo a causa delle sue operazioni a ritroso, è stato denominato analisi”.
Quello che si vuole fare in questo scritto è cercare di identificare un ulteriore punto di tangenza tra arte e scienza, nello specifico tra cinema e teoria dei giochi (non ci si riferisce al chicken game, il cui nome è dovuto alla famosa scena della sfida automobilistica in Gioventù bruciata), ma procediamo con ordine. […]

Per continuare a leggere scaricare l’intero articolo in formato PDF dal link seguente: Quando i giochi a somma zero danno un risultato negativo

Killing me softly di Alessandra Calanchi

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3 febbraio

Lo sapevo, non dovevo uscire stasera. Accidenti a me. 

Erika cammina svogliata, rigida, guardinga. Vorrebbe staccarsi dal gruppo, ma Valentina la tiene d’occhio e se si allontana un passo, due passi, ecco che la chiama. Si direbbe che cerchi continuamente, ostinatamente, di reintegrarla nel drappello che avanza senza una meta precisa, sul molo illuminato e vociante. Sembrano tutti contenti. Tutti a ridere, a scherzare, tranne lei. Erika pensa che non c’è proprio niente da ridere. Cazzo, non c’è proprio niente da ridere.

C’è una festa di paese, una delle tante sagre assurde: sagra del tortello e della bistecca, festa dell’uva, sagra del salume celtico. Chissà chi se le inventa. E in questa stagione, poi! Fa freddo, è buio già alle quattro del pomeriggio, ma che avranno tutti da sorridere?

E’ andata così. Sono settimane, anzi: mesi, che la sua collega Valentina cerca di fare amicizia con lei, che si insinua nella sua vita, nei suoi silenzi. Erika lavora nello studio di un commercialista e si stava benissimo finché non è arrivata Valentina. Bionda, frizzante, iperattiva. All’inizio si limitava a studiarla, come un insetto sotto vetro. Poi è passata  a snervanti interrogatori.

Che fai stasera? Esci? Cos’hai in frigo? Come mai non sei su Facebook? E su Twitter? Ce l’hai avuto un fidanzato? Non pensi che avresti bisogno di sandali nuovi? Capace di continuare così tutta la mattina.

A volte Erika si inventa un lavoro urgente, una telefonata. Oppure dice che deve andare in bagno. Giovanni Tempora, il dott. Tempora, ogni tanto la chiama nel suo ufficio e lei lo benedice mentalmente. Giovanni è serio, non la guarda nemmeno mentre le impartisce ordini. La sua voce è neutra. Forse non sa nemmeno come sia fatta Erika, se abbia o no gli occhiali, che taglia porti di reggiseno. Con Valentina è diverso. Lei lo guarda negli occhi, gli risponde, arriva perfino a  canzonarlo con garbo. Si permette una battuta di tanto in tanto.

Erika non è spiritosa. Non trova mai le parole giuste. E poi a che servirebbero?

Erika è riuscita a separarsi dal gruppo. L’uscita con gli amici di Valentina si è rivelata un fallimento, un vero disastro, come lei del resto aveva puntualmente previsto.

Ora scappo. Torno a casa da sola. Ma no, poi domani dovrei spiegare… ma non ce la faccio più a sopportare questa gente.

Senza quasi accorgersene, Erika si è messa a correre. Scansa persone e carrozzine, cani e bambini, col cuore in gola come se avesse rubato qualcosa, come se fosse inseguita. Poi le pare di sentire il suo nome – Erika! – e allora la prende il panico: entra all’improvviso in un chiosco il cui ingresso è coperto da una tenda variopinta. Una vampata di calore la fa quasi svenire. E’ buio. Una vertigine  la fa vacillare. Non distingue nulla nell’oscurità, solo un bagliore a una certa distanza. Poi, di nuovo, il suo nome.

– … Erika? – è una voce di donna, ma è roca; non è  la voce squillante di Valentina.

  • Chi è? – chiede terrorizzata. – Dove sono?
  • Ti chiami Erika?
  • Sì… ma chi è?
  • Tranquilla, adesso accendo la luce.

Una lampada, ora, rischiara l’ambiente, che presenta uno strano miscuglio di arredamento arabeggiante, indiano, new age e Ikea. Al centro della stanza un tavolo con sopra una sfera di cristallo; dietro la sfera, una signora sorridente ma non troppo; si direbbe un tipo diffidente ma non ostile. Tiene entrambe le mani sulla sfera. L’accarezza, come se fosse un gatto.

  • Mi scusi,  –  inizia Erika. Ma poi non sa come proseguire. E all’improvviso si ricorda di una cosa. – Lei mi conosce?
  • Oh, no,  – risponde la signora. – Ero indecisa, se Erika o Monica, o forse Ermione. L’ho sparata lì.
  • Non capisco…
  • Ah, sì, quando sei entrata. La tua aura. Siediti, ti leggo il futuro.

Erika si irrigidisce. – Non se ne parla nemmeno. Mi scusi – e fa per andarsene.

  • Torni dai tuoi amici? Buona idea. Saranno in pensiero.
  • Adesso basta – sbotta Erika. – E’ uno scherzo, vero? Lei è un’amica di Valentina?
  • No, no. – intanto però Erika si è seduta, e si è accorta con un certo disagio che la signora che le sta di fronte è non vedente. Sul tavolo c’è una candela accesa, e a Erika scappa un sorriso pensando a una scena di un film che ha visto tanto tempo fa.
  • Sì, hai ragione. Frankenstein Junior. Non l’ho visto, naturalmente, ma me lo hanno raccontato.

Erika si muove sulla sedia, a disagio. Vorrebbe scusarsi ma all’improvviso si sente stanca e svuotata.

  • Erika,  – continua la signora – vedo nella mia sfera che sei una ragazza riservata, molto solitaria. Non  ami la compagnia, non ami i social network, sei single. Hai azzerato quasi del tutto la tua vita sociale, giusto? … E allora, che ci fai stasera a questa festa paesana? … Fammi capire… Ah, certo, Valentina… ma i suoi amici non ti piacciono, giusto?
  • Beh, siamo arrivati qui da poco…
  • Sì, ma tu volevi già scappare… Ora ti racconto, se vuoi, cosa ti succederà nei prossimi mesi. Ti va? Ne vedo delle belle…
  • In che senso, scusi? E poi no, non sono il tipo, assolutamente. Non voglio sapere nulla, né del presente né tantomeno del futuro.
  • Sicura? … Guarda che poi ti penti. Non vedo nulla di brutto. Hai una salute di ferro e…
  • La prego, non insista! …
  • Uh, vedo… Erika, perché il tuo frigo è vuoto?
  • Sono a dieta.
  • E perché? Non sei mica sovrappeso.
  • E lei che ne sa? – scoppia Erika. – Se mi vedesse…
  • Per un po’ di cellulite?! Vuoi toccare la mia? … – Erika prova una punta di ribrezzo e fa energicamente di no con la testa. Poi si maledice mentalmente. La tipa è cieca, cazzo! Ma la signora continua a parlare come niente fosse.  – Porca miseria, ma tu non batti chiodo da…. Senti, Erika, capisco i tuoi traumi infantili, ma adesso è ora di darti una possibilità, non credi?
  • Se lo credessi andrei in analisi. Sto bene così, invece. So badare a me stessa. Grazie. – Poi ci ripensa. – Ma lei fin dove riesce a vedere nel futuro?
  • Tre mesi. Tre mesi esatti. Non so perché: mia madre, poverina, arrivava anche a cinque. Mia nonna, poi! Avrebbe potuto dirti anche di che colore sarebbero stati i fiori al tuo funerale. Scherzo, dai… Ma la mia vista è corta. Tre mesi e basta. Ah, ma se torni fra tre mesi, ti dico il futuro per altri tre… e così via!

Erika sorride. Quattro incontri l’anno: spenderebbe comunque meno che andare dallo psicoanalista, e sarebbe più divertente. Magari sarebbe eccitante sapere cosa succederà la settimana prossima…. A lei in realtà non succede mai niente, ma chissà…

  • Esatto: a te non succede mai niente. Ma ora la ruota sta per girare – mormora la signora. – Vogliamo cominciare? Innanzitutto, domani o dopodomani al massimo Valentina ti farà una scenata, per come ti sei comportata stasera; poi ti terrà il muso per almeno una settimana.
  • Fin qui mi pare ovvio…
  • Ah, ma poi le passa, eccome! E sai perché? Perché le fai pena, tanta pena. E una sera mentre è su Facebook a chiacchierare con Tizio e  Caio e a fare la gallina con tutti i suoi “amici” … paffete! Ne incontra uno che sembra ritagliato apposta per te! A lei, lo irrita; ma inizia a pensare che lui, con te, ci starebbe alla grande, che sembrate fatti l’uno per l’altra. Comincia  a sedurlo, senza esporsi troppo; usa il tuo nome anziché il tuo. Insomma, in breve: ti procura un appuntamento al buio.
  • E io? – chiede Erika col cuore che batte, improvvisamente, contro la sua volontà. Dannata adrenalina.
  • Eh tu all’inizio resisti, ti arrabbi, dici che mai e poi mai.
  • E poi?
  • Poi ci vai, all’appuntamento; ti metti in ghingheri, anzi – aspetta un attimo – vai dal parrucchiere e anche dall’estetista con Valentina, è lei che ti scegli l’acconciatura e i vestiti, ti dà consigli.  Ti pareva… Poi arriva il gran giorno.
  • E…?
  • Vai all’appuntamento. Lo individui, da lontano. Tu hai già visto la sua foto; lui invece, la tua, no. Lui si guarda intorno, un po’ spaurito. E’ un gran bel tocco di ragazzo! Valentina non ti ha tirato un gancio. E’ carino davvero. E non sembra neanche uno stupido.
  • E io…?
  • Eh, tu… aspetti… aspetti… Vuoi essere proprio sicura. Pensi che non ce la farai.
  • E…?
  • Mi dispiace, Erika – la signora sorride di lato. – Tu alla fine giri i tacchi e te ne vai. Punto.
  • Ma è sicura?
  • Eh, sì. Alla fine non ce la fai. Te ne torni a casa, benedetta ragazza, e lui se ne torna a casa sua. Fine della storia. Cinquanta euro, per favore.
  • Ma scusi, come fa a essere così cinica? Mi ha appena dato una notizia… di cui avrei preferito fare a meno… e poi non aveva detto tre mesi?
  • Hai ragione:  ma dopo l’appuntamento, non succede più niente. La solita vita. Il solito frigo vuoto. Ah, sì, ogni tanto ordini una pizza, guardi la TV. Che noia. Contenta te…

Erika lascia con rabbia 50 euro sul tavolo, ed esce, arrabbiata. E’ arrabbiata con l’indovina, con se stessa, con Valentina, è arrabbiata anche col ragazzo dell’appuntamento; come se esistesse davvero. Si sente presa in giro, da Valentina, dal ragazzo e dalla signora con la sfera di cristallo; è la storia della sua vita. Intorno la gente continua a sciamare, ridendo e cantando. Di Valentina e amici, nessuna traccia. Erika si incammina verso il deposito dei taxi. Domani dovrà darle delle spiegazioni. Basta questo a farle venire un tremendo mal di testa.

4 maggio

Sono passati tre mesi, e tutto si è verificato puntualmente. Erika ha tenuto un diario, giusto per verificare, per ricordare. Come fa in ufficio, quando appunta le cose che teme di dimenticare. Forse sperava che qualcosa andasse in modo diverso. Invece no.

Valentina ha fatto di tutto per farla incontrare con Sergio. E lei si è lasciata convincere a incontrarlo. Forse perché in cuor suo già sapeva che non ce l’avrebbe fatta. O forse, al contrario, perché sperava di contraddire quella dannata cieca del cazzo.

Invece no. Tutto si è svolto come da copione. Ha visto Sergio da lontano: attraente, sguardo simpatico, intelligente. Forse perfino un po’ timido. Cazzo, cazzo, cazzo! Perché le gambe si sono messe a tremare? Perché il cuore sembrava impazzito? Perché ha pensato “ce la farò” solo quando stava già correndo verso casa, sui tacchi che la facevano sbandare, avvolta in un vestito che ora le pareva ridicolo? Perché, quando è tornata, sempre di corsa, al luogo dell’appuntamento, lui non c’era più?

Suona il campanello. Sobbalzo. Mi avvicino al citofono.

  • Pizza!
  • Quinto piano – rispondo meccanicamente.

Il ragazzo delle pizze è cambiato. Gli dò la mancia. Non sorride, si limita a chinare il capo. Non mi conosce. La serie di fattorini che si sono succeduti nei mesi è impressionante. Meglio così, almeno non si faranno domande. Su di me, sulla mia solitudine.

Poi, d’improvviso, Erika guarda il calendario e scopre che sono passati tre mesi e un giorno. E le viene l’idea di tornare laggiù. Non c’è nessuna festa stavolta, magari il chiosco sarà chiuso. O invece, magari, sarà aperto. Erika guarda l’orologio. Guarda la pizza.

Dopo mezz’ora è in strada. Ha appena gettato il cartone della pizza nel cassonetto e la bottiglia di vetro nella campana del vetro. E’ una persona precisa. Guarda l’orologio. Sale in auto. Mette in  moto. Accende l’autoradio.

Cosa dirà l’indovina? 

Mi riconoscerà?

Si ricorderà di me?

Cosa mi dirà dei prossimi tre mesi? 

Sono pronta a un altro fallimento? 

E per quanto tempo andrà avanti questa storia?

D’un tratto Erika viene presa dall’ansia. Dove sta andando? Farà bene? O questa cosa potrà danneggiarla irreparabilmente? Ha cercato a lungo di dimenticarsi di Sergio, e ora che succederà? Le sarà data una seconda occasione?

Mentre svolta in una strada laterale, Erika vede, all’improvviso, Sergio abbracciato a una ragazza bionda. L’ha visto solo una volta, ma il suo viso le è rimasto impresso nella mente. Il cuore le balza nel petto. E’ lui ! Ed è con un’altra! Troppo tardi, troppo tardi – le mormora una vocina nell’orecchio, nel cervello, come un tarlo.

Camminano allacciati, senza fretta. Ogni tanto si fermano: lui la guarda e le scosta i capelli dal viso, per baciarla. Lei ride. Erika li segue, senza farsi accorgere.

Vede il semaforo diventare rosso. Si ferma, a malincuore. Ma l’automobile accanto a lei prosegue la sua folle corsa ancora per qualche metro, prima di sbandare e di schiantarsi sul marciapiede dal lato opposto. E’ tutto così improvviso che Erika non capisce bene. E’ un quartiere silenzioso. Non c’è un rumore. L’autista riprende il controllo e riparte bestemmiando e rombando. Il semaforo diventa verde, ma sull’asfalto ci sono due corpi. Il verde la acceca, le mani tremano, e vede distintamente il volto dell’uomo steso col viso al cielo.

Saranno morti? Saranno solo feriti? Il cuore batte all’impazzata. Il pirata della strada è scomparso.

Cosa posso fare? Cosa devo fare? Devo chiamare un’ambulanza. Prendere fuori il telefonino dalla borsetta e comporre il 118. Spiegare la dinamica dell’incidente. Aspettare che arrivino. Constatare, insieme a loro, i decessi. 

Oppure sarà morta solo lei: Sergio sarà vivo e potrò occuparmi di lui. Sarò in ospedale al suo fianco, gli terrò la mano, lo consolerò, gli farò dimenticare la ragazza bionda. 

Oppure no. Lui sarà morto e lei no. 

Oppure saranno morti entrambi. Meglio così. Quella troia, quella puttana, me lo ha portato via, me lo ha sottratto. Sergio era mio. Me lo aveva donato Valentina, me lo aveva donato la signora del chiosco. Sergio era mio, doveva essere mio per sempre. 

Il semaforo è diventato di nuovo rosso, poi verde. Erika parte. Dirige la vettura verso i due corpi, e l’auto obbedisce, docile. Il rumore delle ossa spezzate è singolare: sembra di passare sopra a dei pezzi di vetro coperti di velluto.

Estraggo il telefonino dalla borsetta e compongo un  numero. 

113. 

-Buona sera, devo denunciare un incidente. Anzi, veramente non è un incidente. Ho appena ucciso un uomo. Era il mio ex. Ho scoperto che mi tradiva. Ho ucciso anche lei. Sono all’incrocio fra via Duse e via Polo. Vi aspetto, non mi muovo.  Click.

Dopo pochi minuti il suono delle sirene si mescola con le note di una vecchia canzone che trasmettono alla radio. Killing me softly. Mi appoggio al sedile. Chiudo gli occhi. Provo un certo sollievo. E finalmente, vedo.

 

 

 

Il canto del fuoco

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Chi sarà mai in grado raccontare una storia taciuta da tutti, persino dallo stesso protagonista? I personaggi salienti sono pochi e tutti sono scivolati via tra le pieghe della memoria e del tempo come effigi composte da fumo e nebbia: comparse costituite da una sostanza troppo effimera affinché abbiano la forza di imprimere una traccia che testimoni un racconto che io, malgrado non abbia né mani per trascriverlo ne labbra per raccontarlo, mi appresto a narrarvi.

Non vi narrerò di imprese memorabili o di grandi battaglie, ma l’ autentica storia di un cuore troppo grande e troppo tenero per un mondo che appare fatto della sostanza di cui io sono composta. Di questo io vi parlerò: di uno scrigno e di cosa esso conteneva. Questo cuore era pieno di fuoco. In esso ardeva la passione: un incendio che si esprimeva attraverso affetto, rabbia, ilarità, gelosia, esuberanza e tristezza… Esse erano tutte lingue generate dalla medesima fiamma, un incendio che purtroppo colui che lo custodiva in sé non fu più in grado, ad un certo punto della sua esistenza, di controllare senza sopprimerlo. Nessuno, fidatevi di quanto vi riferisco, può contenere efficacemente fiamme di tale intensità senza riportare gravi scottature. E queste scottature, a dispetto di tutte le cure elargite, non riescono mai a guarire del tutto. Serviva un fuochista: qualcuno in grado di plasmare questo fuoco ed incanalarlo nel giusto crogiolo, un individuo che ne comprendesse la violenza ed insegnasse al suo proprietario a gestirlo. Infine, ciò accadde. Il fuoco trovò qualcuno che gli insegnò a bruciare correttamente: parole sagge piovvero su quell’olocausto rovente e ne placarono l’irruenza, motti che convinsero il custode ad abbandonare un’esistenza che lo stava lentamente distruggendo e lo persuasero ad intraprendere un viaggio assieme a colui che gli avrebbe trasmesso il segreto per convivere senza più temere il dono che gli era stato elargito dalla Vita.

Scorrendo come le gocce d’acqua sul viso, gli anni scivolarono via mentre mentore ed allievo si lasciavano alle spalle un mondo divorato da una potenza tirannica che privava l’uomo del suo elemento più essenziale. Durante quel viaggio, il maestro apprese come far ardere quelle fiamme senza conseguenze più gravi del sudore che scendeva copioso dalla fronte e di un sorriso soddisfatto sulle labbra. Il crogiolo tanto cercato venne rinvenuto nella mia prima forma. Ricordo come se fosse ieri la sensazione che provai al momento del mio risveglio: un calore meraviglioso veniva irradiato da chi mi stringeva come se fossi la cosa più importante della sua vita. Per anni rimasi silenziosa accanto al fuoco che mi aveva così teneramente destato, beandomi del suo caldo abbraccio mentre, attraverso me, ardeva felice: felice di guizzare e muoversi senza più dolore o sofferenza. Anche se la mia forma era imperfetta, mai delusi il mio protetto, rimanendogli sempre fedele e lieta di accogliere la sua passione dentro di me. Quando egli sedeva quieto col suo mentore a disquisire di fatti che non riuscivo a comprendere, io ascoltavo attenta, assorbendo come una spugna ciò che ci veniva rivelato da quella lingua capace che attingeva a conoscenze di cui ignoravo anche solo l’esistenza. Sembrava che niente potesse intaccare l’idillio nel quale tutti, io compresa, trascorrevamo le nostre esistenze…

Purtroppo, un giorno appresi che l’essere umano non è resistente alle ingiurie del tempo come lo sono io: la carne si indebolisce, si deteriora, si consuma; non vi è mezzo o strumento che possa impedire che ciò avvenga… Il fodero di colui che fu anche mio insegnante si sfaldò, rivelando che, al di sotto di esso, non rimane nulla: neppure la ruggine. Solo allora compresi quanto le nostre nature differivano da quelle dell’essere umano; di quanto io fossi diversa da colui che mi teneva saldamente stretta a sé mentre un fuoco simile alle pioggia gli scivolava lungo il viso. Eppure, divenire consapevole di questa nostra sostanziale differenza servì solo ad accrescere ciò che sentivo di provare per il mio protetto: se esso era destinato a diventare ruggine, io gli sarei rimasta accanto sino al momento in cui l’ultimo guizzo di quel fuoco che tanto amavo si sarebbe spento. Essere ormai conscia del fatto che, un giorno, egli si sarebbe spento, senza mai più riaccendersi, mi spinse a godere a fondo della sua animosità ogni giorno che da lì in poi vivemmo insieme. Ogni volta che mi convocava per alimentare il suo essere, io immancabilmente rifulgevo assieme ad esso, ballando con il mio insostituibile cavaliere una danza dove il sudore, il rosso, il calore e la soddisfazione formavano un inseparabile quartetto.

Da allora poche volte la mia forma è cambiata, eppure io e colui che proteggevo abbiamo viaggiato molto a lungo. Visitammo luoghi dove un elemento così diverso da colui che amo domina alla ricerca di altri maestri che ci hanno rivelato come bruciare sempre più intensamente, cercammo nuove pergamene che ci narrassero cose che il nostro mentore non ci aveva ancora rivelato, divorammo con il nostro travolgente ardore le mie sorelle che tentarono di sottrarmi il tesoro che da anni ormai custodisco con implacabile zelo…

Ignoro come questa mia storia proseguirà, ora che guardo il proprietario del fuoco che tanto amo che riposa vigile appoggiato alla parete della sua camera mentre mi culla dolcemente tra le sue braccia. Sembra così quieto, così innocuo ora che la sua fiamma ondeggia placida al soffio pacato del suo respiro: solo io so quanto grande e magnifica sia la forza che insieme custodiamo. Egli mi ha regalato una nuova forma, facendomi rinascere in un tripudio di fiamme roventi e di luci abbaglianti al suono sordo di un mio fratello che mi ha donato l’aspetto che mostro ora. Ma non importa quale foggia io mostrerò in futuro: che io abbia una guardia o meno, che il mio filo si intacchi o si consumi, io proteggerò questo fuoco con tutta me stessa.

Lorenzo “Labhràs” Macedoni

lorenzo.macedoni@gmail.com

LUOGHI COMUNI CHE FANNO PROVINCIA

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Il racconto vincitore ex-aequo del I Concorso Letterario Frascari (Liceo Copernico, Bologna, maggio 2014).

di Giorgio Franceschelli

Finalmente un po’ di riposo. Qui, immobile, al caldo sotto una coperta decido di non far niente e che il mondo, la vita, venga a me. Mi sembra che la mia nascita e poi la mia crescita siano state troppo veloci, troppo rapide… e cosa mi è rimasto ora? Cosa sono adesso se non il mero prodotto di una catena di montaggio quale è stato il mio sviluppo? Ora mi sento inutile, e ho solo voglia di qualcosa di nuovo; ho voglia di ascoltare, di osservare.

Finalmente qualcuno si accorge di me.

Mi lancia un’occhiata fredda, quasi indifferente, e poi guarda l’orologio. So già a cosa sta pensando colei che mi ha messa al mondo. “Sempre lì a poltrire”: lo vedo che pensa sempre così, come fanno tutti i genitori. Ma perché noi non meritiamo mai il riposo? Perché devono sempre pensare che siamo degli sfaticati? E’ un cliché che proprio non concepisco: se loro si riposano è perché se lo meritano dopo una giornata faticosa, ma se lo facciamo noi passiamo per sfaccendati. Un giorno inizierò a dirle quello che penso; ma ora arrabbiarsi è una fatica superflua, ho due ore di riposo e voglio, devo godermele.

Per lo meno una cosa giusta mia madre la fa: accende la televisione, apre l’armadietto dei DVD, infila la mano e prende un film: il classico thriller trito e ritrito. Di male in peggio… Però non mi va di muovere critiche, meglio starsene qui comodi e sperare che questo film possa valere qualcosa di meglio delle due stelline in stile horror moderno.

Niente da fare: dopo dieci minuti siamo già alla solita ragazza mezza nuda (film rigorosamente ambientato in inverno, com’è ovvio che sia) che sente un rumore nello scantinato. Vorrebbe scappare, ma incredibilmente salta la luce, e ancor più incredibilmente il generatore è… nello scantinato! Trovata assolutamente geniale e innovativa, eh? La ragazza scende le scale con la candela in mano, apre lentamente la porta… ed ecco che si affaccia subito il solito, classico vampiro. Ma io mi chiedo: inventarsi qualcosa di nuovo, ogni tanto? Usare la propria testa? Non si poteva mettere una bella festa a sorpresa? Non si poteva mettere una lavatrice rotta? Non si poteva mettere la madre che tradisce il padre, il padre che tradisce la madre con l’amante della madre, quattro cani che giocano a poker?!

Fortuna che anche lei, mia madre, si è accorta che questo film è un flop clamoroso, così prende su, spegne tutto e se ne va. Dove non si sa, ma se ne va, sbattendo anche l’uscio di casa (tranquilli, era troppo vestita per andare nello scantinato a vedere se c’era un bel vampiro).

Nel mentre torna a casa Giacomo, il teenager di casa. Non è solo, c’è anche la sua fidanzata, ma non mi sembrano per niente contenti. Prendono due sedie e iniziano a parlare e parlare.

“Mi dispiace Francesca ma non capisco cosa stia succedendo… è colpa mia, non è colpa tua, sono io che sono cambiato… forse non siamo fatti per stare insieme, tu meriti qualcuno migliore… Non sono abbastanza per te e ne soffro, non ce la faccio più ad andare avanti…” Si, come no. Che tristezza i ragazzi che si rifugiano dietro a queste frasi fatte, questi luoghi comuni; non so come questa Francesca possa non prenderlo a schiaffi, possa non urlargli di tutto. Invece che dirle semplicemente “E’ stato bellissimo ma non ti amo più, mi dispiace, ma così non ha senso andare avanti”, bisogna dirle cose senza senso, tanto per fare.

Singhiozzi, lacrime.

Bravo Giacomo, sei riuscito a farla piangere, complimenti. Ma, Francesca, è così difficile una ginocchiata nello stomaco (per non dire di peggio)? E giù con altre frasi fatte (“dai non fare così, ti rovina quel bel faccino”), altre lacrime e finalmente un bello schiaffo. Brava Francesca. Ora si avvicina alla porta di casa, urla un “Addio stronzo” e sbatte la porta.

Giacomo se lo è meritato. Ma, diciamocelo, anche Francesca è poi una bella attrice: con tutte le corna che gli ha fatto, nessuno sarebbe riuscito a rendere così credibile questa sceneggiata. Morale della favola: ragazzo tradito, frasi fatte, brava attrice, ora lei è libera per chiunque e lui ha la faccia gonfia.

Bene, ora si prende anche il gelato. Ma dai, ragazzi, il gelato non è la risposta a tutti i problemi!!! Non è affogandoti nel gelato che dimentichi di essere stato cornuto e mazziato…

Fortuna che è arrivato il grande “padre di famiglia”. Ci penserà indubbiamente lui. E invece, come arriva a casa, neanche si accorge della sua presenza. Finalmente, dopo dieci minuti spesi a leggere il giornale, pensa bene di andare a vedere come sta suo figlio, che piagnucola da talmente tanto da aver finito tutto il gelato.

“Che è successo, figliolo?”

“Ho lasciato Francesca…”

“Beh, ragazzo, hai fatto la cosa giusta, non ti meritava…”

“Però io ora ci sto malissimo…”

“Tranquillo, morto un papa se ne fa un altro!”

“Non potrò mai amare un’altra…”

“Ma cosa dici! Vedrai che te ne trovi subito un’altra, sei un bel ragazzo!”

“Ma io voglio lei, non voglio un’altra…”

“Dai, cerca di non pensarci e di dimenticarla! Per te è meglio così.”

Basta, smetto di ascoltare. Non ne posso più, sembra un dialogo fra applicazioni Siri… Regalatemi un IPod, fate qualcosa, non ce la faccio più a sentire banalità e luoghi comuni !!!

Adesso riaccendono la TV, ovviamente c’è il telegiornale.

Stupratore seriale.

Cinque vittime.

Nessuno ha visto niente e le vittime non ricordano nulla: uomo sul metro e ottanta, moro, sui trenta. Non sanno dire altro. Eh beh, che si aspettavano, che sapessero che piatto di pasta ha mangiato l’ultimo giorno di terza media?

Sospetti: extracomunitari. Come sempre. Gli italiani sono tutti santarellini, non fanno niente, è per questo che ci prendono in giro all’estero. Come no. Se succede qualcosa di brutto, sono sempre loro. Poi, per carità, ogni tanto sono loro, eh, ma tutte le volte che non centrano nulla bisogna infangarli lo stesso…

“Ma li mandassero fuori da questo paese! Li facciano a casa loro gli stupri, gli omicidi e i furti!”

Ecco mio padre, il tipico italiano medio, che si accanisce contro tutto ciò che passa la televisione, che passa l’informazione. Non gli rispondo neanche, so che è una battaglia persa, per lui chi non è italiano è inferiore. Che tristezza.

Chiave nella toppa, porta che si apre, è tornata pure la madre. Faccia sconvolta, pelle d’oca, sembra che abbia visto un fantasma!

“Amore mio, che è successo?”

“Ho investito… ho investito…”

“Hai investito…? Un bambino che giocava per strada, un anziano che ha attraversato senza guardare..?”

“Ho investito… UN GATTO NERO!!!”

“No, non anche questa! Ci stiamo rovinando la vita! Non ho mai vissuto delle giornate così dolorose…”

“Come?! Che altro è successo ancora?”

“Cos’è successo… cos’è successo… Tutto è successo!!!”

“Come tutto… spiegami…”

“Ti ricordi che ieri ti dicevo della tassa abolita? Bene… non faccio in tempo a uscire di casa che sento che è già stata messa un’altra tassa… Cambia il nome ma non cambia la sostanza…”

“Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, avrebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”

“Ma non dovevano abolire le province e risparmiare i soldi di quella tassa? Ma pensa te se i comuni devono fare provincia…”

“Ma che c’entra… fanno tutto solo per illuderci, alla fine puntano solo al nostro conto in banca!”

“E non è finita qui! Come torno a casa trovo il nostro caro figliuolo a piangere e mangiare gelato…”

“Non dirmi che si è lasciato con Francesca!”

“E invece te lo devo dire… Ci sta malissimo ora…”

“Nooo… mi ero affezionata a Francesca!”

“Ma come ti eri affezionata, che tutta la città sapeva che gli faceva le corna!”

“Si ma era una così brava ragazza, così educata…”

“L’apparenza inganna! Poi adesso al TG hanno detto che c’è uno stupratore seriale…”

“Il solito straniero eh?”

“Ovviamente! Giornata nerissima, e ora tu mi dici di aver tirato sotto un gatto nero? Allora non è ancora finita…”

“Mamma mia, mamma mia… Mi sento male… Mi sembra impossibile che stia andando tutto storto…”

“Dai, ti vado a cercare qualcosa per calmarti! Torno subito amore”

Così il premuroso marito esce di scena. Mi fa tristezza vedere colei che mi ha dato la vita stare così male per banalità del genere! Spero non stia troppo male…

Per fortuna si è già rialzata.

“Un po’ di cioccolata mi tirerà su!” Eccone un altro, di luogo comune. La cioccolata non ti dà il buon umore! Può farti sentire meglio, sì, ma solo quei venti secondi in cui la mangi; quand’è finita, stai di nuovo come prima. Ma chiaramente, se può pensarla come tutta l’umanità, non si permette di non farlo.

Cosa fa? Invece di andare verso il frigo, apre un cassetto.

Tira fuori un coltello.

Ma non un coltello con la lama rotonda, per spalmare la Nutella. Un coltellaccio, quasi da macellaio.

Lo guarda luccicare, lo muove e per un istante vedo il riflesso del suo volto sulla lama.

Uno sguardo agghiacciante. Un ghigno malefico. Non l’avevo mai vista così, sembra assatanata.

Si avvicina lentamente verso di me, brandendo il coltello in mano.

Che cosa vuol fare?! Perché sta venendo verso di me?

Si è fermata davanti a me.

Alza il braccio, con il coltello in alto.

Non dice niente, ma non importa; lo fanno i suoi occhi. Occhi aggressivi.

Ho paura.

Per la prima volta, ho paura.

Mi sembra che il tempo rallenti, che un istante stia durando un minuto.

E invece è sempre un istante.

Solleva la coperta. Mi tocca la pelle. Sembra soddisfatta. Io ho un brivido freddo.

Inizia ad abbassare il braccio.

Cosa fai?! Non vorrai uccidermi?!? No mamma perché?!? Non farlo, nooooooo.

Ma io non ho voce per gridare. Non ho piedi per scappare.

Si è portata via una parte di me.

La migliore. Quella glassata.

 

Cuore di carta di Federica Franceschelli

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CUORE DI CARTA

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Mi sveglio e le palpebre sono appiccicaticce e piene di grumi neri.
Resto immobile qualche istante cercando di aprirle ma faccio fatica e rinuncio.
Resto immobile qualche istante, sperando che anche il mondo faccia lo stesso. Ma l’orologio col suo ticchettio del cazzo mi ricorda che tutto si muove e sono io l’unica cosa ad essere ferma. Afferro il cuscino, lo porto tra le braccia e lo stringo con forza. Allungo una mano per cercare le coperte raggomitolate in una palla sul fondo del letto. Le trovo e le distendo alla meglio, tirandole su fino al naso perché sento freddo. Piego le gambe e porto le ginocchia contro il petto, cercando di ridurmi a una piccola palla.
Lo facevo fin da bambina, forse per il freddo o forse per sentirmi sicura, per sentirmi protetta.
Resto in questa posizione dolce e rassicurante per tanto, tantissimo tempo. Perdo il senso della realtà.

Lo riacquisto nel bagno, piegata in due sul lavandino. L’acqua scorre forte e sbatte violentemente sul fondo bianco. Gli schizzi gelidi mi graffiano il viso e tremo dal freddo. Fa così tanto freddo che mi accorgo di essere congelata e di non riuscire a muovermi. Stringo i denti perché so che prima o poi passerà. Allungo una mano violacea fino al rubinetto e lo giro bloccando quel perfido getto gelato. Mi accascio lentamente a terra e mi trascino per qualche metro cercando di raggiungere la vasca. Apro il rubinetto dell’acqua calda e quando il livello raggiunge circa metà ci scivolo dentro, con ancora mutande e reggiseno addosso. È bollente e grido, la pelle diventa rossa, brucia, ma sto meglio. Chiudo gli occhi e la bocca e mi dondolo avanti e indietro, nuovamente raggomitolata su me stessa. Aspetto solo che il dolore finisca e i sensi mi abbandonino.
È così bello quando tutto diventa nero.
?

Guardo fuori dalla finestra e tutto è perfettamente candido. Niente è fuori posto: i rami degli alberi spogli graffiano il cielo, l’erba è ghiacciata e scricchiola sotto i piedi dei bambini. Il cielo è grigio, triste ma bellissimo. Nevica. La temperatura è scesa ancora ma il paesaggio è come quelli giocattolo. Sopporta stoicamente il freddo. E io lo odio. Lo detesto, mi mette addosso una tristezza infinita. È come essere dentro una di quelle sfere che la gente compra per natale, quelle che le giri e scende la neve, dal paesaggio schematico e organizzato in maniera perfetta: gli alberi, le case, il pupazzo di neve; e con qualche euro in più anche la famiglia felice dentro al caldo e il bambino che pattina sul vialetto ghiacciato. Sono riproduzioni così perfette. Guardo fuori dalla finestra e mi sento rinchiusa in una di quelle sfere. Mi sale la nausea e lo stomaco si stringe. Mi sento soffocare.

Gli addobbi natalizi sono chiusi dentro scatoloni e mi fissano da un angolo del salotto. Io ricambio lo sguardo con superiorità. L’albero è finto e chiuso nel cellophane, lo osservo dall’alto ghignando soddisfatta, mi sento libera al confronto. Lo sguardo scivola di nuovo fuori dalla finestra. Vedo la neve, il paesaggio perfetto e ho un’altra fitta allo stomaco. Gli occhi mi bruciano e sento le lacrime salire; non sono libera. Mi avvicino all’albero, lo prendo a calci e le lacrime scendono. Apro le scatole e tiro fuori palline dorate, stelle rosse e bellissimi angeli dipinti a mano. Li butto per terra, li lancio per tutto il salotto strillando. Mi muovo veloce per casa cercando il presepe. Prendo le statuine e le lancio a terra, rido guardandole andare in mille pezzi. Prendo il piccolo Gesù dalla culla e lo lancio dalla finestra. Lo seguo con lo sguardo mentre sfreccia veloce tra i fiocchi di neve fino a cadere con un tonfo sordo in tutto quel bianco. Ne spunta fuori solo la testa, continua a fissarmi con sguardo angelico.
Odio il natale.

[…]

Federica Franceschelli è nata a Bologna nel 1989 e vive a Roma dove studia Scienze della Formazione. Ha vinto due edizioni del concorso letterario.
Questo è l’incipit di un racconto inedito.